- capitolo unico -

DISCLAIMER: I personaggi sono tutti miei, povere bestie!
NOTA: Cosa alquanto strana, nata per caso, modificata dalla storia di due miei vampiri che amo particolarmente.
DEDICA: Tu sai quello che c'è nel mio cuore e sai quanto questo sia indicibilmente totalizzante. Con tutto l'amore che posso ed oltre Pam, amore mio.

Unicamente noi











Ci sei tu nella mia mente, ci sei tu nel mio cuore, ci sei tu nella mia anima, ci sei tu nel mio corpo. Ti penso, ti sogno, ti desidero… ti amo…
Raggio di sole che illumini la mia via, come può la strada essere stata priva di te fino ad ora?
Ti guardo dormire e sogno di essere nei tuoi sogni. Il nostro bambino ti riposa accanto, ti assomiglia il nostro cucciolo, è bello come te…
Mai figlio di un errore fu più desiderato, mai figlio fu più amato.
Mi chiedo se dovremmo mai dirgli… ma dirgli cosa? Che suo padre lo ama più della sua vita? Che suo padre avrebbe dato la sua esistenza per vederlo venire al mondo?
Mio dolce angelo siete così belli che stento a credere di essere sveglio. Il tuo respiro si mischia a quello del nostro bambino ed il mio al tuo. Ho quasi paura di rovinare l’incanto che siete.
Sei bella amore mio, sei bella più del sole, più del cielo e più delle stelle, sei bella come solo l’angelo più puro e meraviglioso del paradiso può essere, sei bella oltre la bellezza che l’amore mi fa vedere.
Il tuo corpo mi desidera, è vero, ma hai idea di quanto il mio ti desideri a sua volta? Sai quanto il Paradiso mi circonda quando sei tu, con il tuo corpo, a farlo?
Sei la passione bruciante, il desiderio ardente, sei la vita che esplode in ogni fibra. E sei mia.
Anika, hai idea di quanto questo mi renda vivo? Di quanto, sapere che possiedo l’angelo più luminoso dell’Universo, mi dia la spinta per vivere? So di essere solo un pezzo di scuro carbone che infanga le tue mani, ma ti appartengo, anima e corpo. E come il carbone sono in grado di bruciare ed emanare un calore senza pari, e tutto per proteggerti, vegliarti, ammirarti, stringerti, baciarti, amarti.
Tu e Michel non siete stati solo un dono, sarebbe limitativo se vi definissi così. Voi due siete stati la vita, un’eruzione di vulcano che ha distrutto tutto ciò che ero ed ha fertilizzato la mia anima, facendo nascere ed alimentando ciò che sono.
I tuoi capelli neri come la notte, sparsi sul cuscino, contrastano con le lenzuola bianche eppure sono in perfetta armonia con la testolina scura di Michel. Un bambolotto di sei mesi che mi illumina l’esistenza giorno dopo giorno, e tu sei sempre al suo fianco… ed al mio.
Ho diciotto anni e amo così profondamente una donna, la mia donna, da sembrare un uomo avvezzo ad ogni avversità, ad ogni malessere, ad ogni sciagura, ed invece prima di conoscerti ero abituato solo ad andare contro i miei genitori.
Per cosa poi? Non conosco donna che ami suo figlio più di quanto faccia mia madre… ovviamente escludendo te. E mio padre è sempre stato fin troppo comprensivo, presente e saggio, una roccia a cui aggrapparmi. Eppure fuggivo da quell’appiglio sicuro.
Come sarà per Michel?
Vedrà in me lo stesso porto in cui approdare? Oppure fuggirà impaurito dalla mia incompetenza?
E tu amore mio? Riuscirai davvero ad amarmi per sempre come dici? Riuscirai a sopportarmi in eterno come giuri? Mio dolce angelo tremo al solo pensiero di poterti perdere perché ne morirei, ne sono certo. E non parlo da sciocco ragazzino quale appaio, ma come l’uomo saggio che spero di star diventando, da uomo che si occupa di sua moglie e di suo figlio.
E quest’uomo ha poche certezza nella vita, una di queste sei tu e l’amore che per te nutre. Un’altra sono i suoi genitori e l’affetto e la riconoscenza che verso di loro sente. La terza è un piccolo tesoro pestifero, battagliero e costantemente sorridente che profuma di buono e che quest’uomo venera dal profondo del cuore.
Mia madre è rimasta incinta a quindici anni, proprio come te. Mio padre ne aveva diciassette, come me. E poco importa se non sono stato io a concepire nostro figlio, anzi, non importa nulla, se non forse l’odio profondo e rabbioso che provo nei confronti di chi ti ha sedotta con l’inganno e ti ha abbandonata. Se solo potessi… ma come crescerebbe nostro figlio se dovesse portarmi le arance in carcere?
Se fossi sveglia rideresti, ridi sempre alle mie battute sceme. Sei ancora più bella quando ridi…
Come hai fatto ad entrarmi dentro in questa maniera? Come sei riuscita a farmi diventare tuo schiavo? Un solo sguardo e già ero prostrato ai tuoi piedi, legato con catene dorate che spero, desidero, voglio, non si sciolgano mai. Non voglio liberarmi, cadrei nuovamente in una vita da schiavo, perché sei tu la mia libertà nuvola, leggera e impalpabile, avvolgente e leggiadra.
Anika, non trovo le parole, non riesco ad esprimermi… ti amo Anika, ma come posso dirti quanto? Non ci riesco, e sai perché? Perché è talmente tanto da sembrarmi impossibile riuscire a controllarlo, riuscire persino a provarlo, eppure è lì, si agita, mi rimescola dall’interno e mi ricrea, ogni giorno sono diverso, ogni giorno sono nuovo, ogni giorno sono sempre più tuo, indissolubilmente legato a te mia dea, mia anima, mia vita.
Eri bella persino il giorno in cui ci siamo conosciuti. I capelli legati in una coda bassa, un vestitino insignificante e scialbo, il visetto, di solito allegro, bianco e l’espressione composta. E’ impossibile pensare di vederti, tu sempre vivace e solare, un tornado al posto degli occhi di uno sfavillante blu intenso, seria e compassata.
Ero talmente scazzato quel giorno… ancora sei mesi per la maggiore età e la patente per la moto che dovevo prendere. I tuoi occhi blu però mi hanno colpito subito.
Mi sono alzato dalla scomoda seggiola che mi ospitava, o ci provava, perché se ti ricordi il modo in cui ero scomposto… di certo si può dire che fossi allungato, più che seduto… mi sono spostato accanto a te e ti ho detto il mio nome. Tu hai risposto con il tuo. Ti ho detto che avevo diciassette anni e tu hai risposto “E allora?” Eri la prima ragazza a piacermi davvero.
C’era Pierre nella mia vita quando ci siamo conosciuti, c’è stato fino al quinto mese di gravidanza, quando ti ho baciata per la prima volta. Sono stato convinto, per quei primi tre mesi in cui c’eravamo conosciuti, che eri solo una tempesta ormonale passeggera, non dovevo preoccuparmi se le prime volte scopavo Pierre pensando a te, e poi non lo facevo più perché entrare in un altro avendoti davanti agli occhi chiusi e non ritrovarti quando li riaprivo non mi bastava più, no, e non dovevo impensierirmi nemmeno se mi ritrovavo sotto la doccia e toccarmi pensando al tuo sorriso o al tuo seno. Saresti passata in fretta, così com’eri arrivata.
Un solo bacio e sono stato perso, soggiogato dall’amore che già provavo ma che non riuscivo a leggere. Che lingua vellutata hai… e ti assicuro che ho imparato a conoscere ogni papilla gustativa di quel muscolo…
Dio, quanto ti amo piccola? Mi esplodi dentro e travalichi i limiti del corpo, lo senti il mio amore che viaggia nella stanza?
Sono seduto ai piedi del letto, le gambe incrociate e questo foglio appoggiato sopra, scrivo alla meno peggio, ma dovrò imparare ad avere la calligrafia di un dottore, no? Riuscirò a conciliare l’università con te e Michel?
Sai che i miei vorrebbero mantenerci, ma posso accettare davvero? Posso addossargli il peso di mia moglie e di mio figlio?
Eri talmente radiosa al nostro matrimonio, un mese dopo la nascita di Michel, lo stesso giorno del battesimo… che bella idea abbiamo avuto, eh? Tu stavi già riacquistando le tue forme sinuose ed aggraziate, il seno prosperoso, anche più del solito visto l’allattamento, la vita sottile, i fianchi della giusta misura.
Mi tremavano le gambe e mi veniva da piangere mentre avanzavi lungo la navata al braccio di papà. E tremavano anche a lui, si vede dal filmino! Ma io non avevo occhi che per te amore. L’abito lungo, un caldo color crema che ti avvolgeva completamente, i tuoi bellissimi capelli mossi raccolti e qualche ricciolo ad incorniciarti il viso. Avevi gli occhi lucidi principessa, l’emozione ha incrinato la voce di entrambi mentre pronunciavano le promesse che noi stessi avevamo scritto.
“Sei l’angelo che veglia sulla mia vita, sei l’anima che aspettavo, sei il cuore che cercavo, sei l’amore che mi accompagnerà per sempre. Sei la madre di mio figlio e sei la luce della mia esistenza. Ora e sempre vita mia.”
Che promessa banale la mia, vero?
La mamma piangeva come una fontana e Michel dormiva pacifico, sembrava che non ci fosse nulla di strano in quello che stava accadendo, ed in effetti… che c’è di strano quando due anime si riuniscono dopo essersi cercate così a lungo? Quindici anni per te, diciassette per me… tutta una vita, tutta la nostra vita.
Non so perché ci fosse quell’emozione così forte in chiesa, anche in comune eravamo felici, euforici, emozionati, commossi, però… forse era l’imminente battesimo di nostro figlio a intenerire entrambi.
Michel, Robert, François Curoir. Il primo nome lo abbiamo scelto insieme quando eri al quarto mese, il secondo nome è il mio e glielo hai voluto dare per forza, il terzo quello di mio padre, l’uomo che mi ha concepito e cresciuto, ha fanno nascere nostro figlio e ha cominciato ad amare te come una figlia, come la figlia che hanno sempre voluto.
E’ incredibile che dopo tanti anni mamma sia rimasta incinta proprio ora!
Avrò diciotto anni in più di mio fratello, potrei fare da padre anche a lui! Credo sia bello avere una madre così giovane, Michel apprezzerà? Se ci chiederà come mai siamo stati così precipitosi nell’averlo, che gli risponderemo?
Che lo abbiamo amato sin dal primo istante in cui abbiamo saputo della sua esistenza? E’ vero.
Seduto su quella seggiola ti ho chiesto se eri lì per abortire. Del resto, che altro poteva fare una ragazzina della tua età (che non volevi dirmi ma che avevo capito essere comunque giovane) seduta davanti allo studio del ginecologo di un consultorio? Eri più pallida di un cencio, o eri lì per abortire o per scoprire se eri incinta. Nessuna delle due… più o meno. I tuoi ti avevo imposto di abortire, lo stesso aveva ‘ordinato’, nella sua boriosa arroganza, Enrike, ormai tuo ex-fidanzato, ma tu non volevi, tu amavi già Michel. Ed io te lo leggevo negli occhi.
Non mi sono nemmeno reso conto di essermi messo a sedere in terra, averti spostato le mani dal ventre che stringevi protettiva, ed aver messo l’orecchio lì, in attesa che giungesse almeno un movimento minuscolo. Era ancora presto, eppure volevo già sentirlo muoversi, affermando la sua assoluta fermezza nel voler venire al mondo.
Hai pianto così tanto… ho sentito le tue lacrime bagnarmi il viso ed il cuore. Eri sola povera anima mia, però… io già amavo Michel, e tu… ti amavo da prima di incontrarti, solo che ancora non lo sapevo.
A mio padre è preso un colpo quando è uscito dallo studio accompagnando fuori una ragazza e quella che, probabilmente, era sua madre.
“Robert?”
Mi sono alzato con calma e l’ho guardato negli occhi.
“Papà, questa è Anika, la mia ragazza. E’ incinta.”
Ho visto mio padre vacillare e ti ha sentita stringermi improvvisamente la mano.
“Robert!” La tua voce era un sussurro lieve, vento tiepido che soffiava sul mio cuore. Amore, ma che ho fatto? Ho trovato la giusta via per vivere, ne sono certo.
Mi sono stupito io stesso delle mie parole e papà per poco non cadeva a terra.
Ci ha fatti entrare e sedere, ci ha guardati a lungo, ti stringevo la mano per dar maggior veridicità alla più grossa balla che avessi mai raccontato, e tu… eri così tenera aggrappata a me! Quando ti ha visitato mi sono voltato con la scusa che mi avrebbe dato fastidio vederlo girarti intorno, credo che, rossa come in quell’occasione, tu non sia mai diventata!
Ci ha chiesto perché non eravamo stati attenti, ha detto che è un impegno che nemmeno immaginavamo avere un figlio e lui lo sapeva bene.
“I genitori di Anika vogliono che abortisca.”
Ha spalancato gli occhi cominciando a dire che li avrebbe convinti lui, fortunatamente sono riuscito a dissuaderlo dal chiamarli subito… in quel momento nemmeno sapevo quanti anni avevi di preciso, figuriamoci!
Sono stati così dolci i pugni per niente convinti che mi hai dato sul petto per protesta, e poi mi hai abbracciato. Eravamo già innamorati, lo sai vero?
Adesso però sappiamo bene quello che proviamo, adesso riesco a percepire il tuo stato d’animo anche se ti sono lontano, anche solo guardandoti velocemente, anche solo sentendo un “Ciao” al di là di un telefono. E per te è lo stesso, siamo una cosa sola ormai amore mio.
Il letto è ancora sfatto perché abbiamo fatto l’amore a lungo prima che Michel decidesse che aveva fame… il nostro bimbo ti vuole solo per sé! Ed invece temo che dovrà mettersi in fila buono buono e rimanere dietro di me, perché prima di ogni altro tu sei mia.
Tuo padre mi avrebbe potuto denunciare quando gli ho afferrato il polso e l’ho minacciato dopo che ti aveva schiaffeggiato. Stronzo! Ha creduto davvero che avessi messo le corna a quel “perfetto e meraviglioso” ragazzo che loro avevano scelto per te? Perché si sa i soldi non fanno altro che chiamare altri soldi, e Enrike ne ha davvero a bizzeffe di soldi. Siamo entrambi più che agiati, abbastanza ricchi direi, però… però i miei mi amano, i tuoi fondamentalmente se ne fregano di te. L’associazione è stata semplice: un ragazzo ti accompagnava a dirgli che non avresti abortito, ergo, quel ragazzino con i capelli rosso fuoco tinti (non sono tinti cazzo! Mia madre è rossa!) e la moto 125 (per fortuna ho l’esame per la licenza gialla1 tra poco!) non poteva che essere un teppista e, per giunta, quello che ti aveva messa incinta.
Bastardi, non sono venuti nemmeno al matrimonio.
Sai perché non mi preoccupo di ferirti dicendo queste cose? Perché so che ormai i miei genitori sono anche i tuoi, l’ho capito da come hai abbracciato papà e mamma quando gli abbiamo detto che Michel non era mio e che ci eravamo conosciuti lo stesso giorno in cui siamo andati da papà, l’ho visto l’amore nei loro occhi e l’ho visto nei tuoi, eri al quinto mese e già vivevamo insieme, anche se mamma, fino a quel momento, non era riuscita a capire perché mai dovessi dormire nella mia stanza e non nella tua, credeva mi preoccupassi per loro. E’ stato emozionante sentirti chiamarli papà e mamma il giorno del matrimonio in municipio… com’eri bella quel giorno!
Michel era nato da due settimane, stavamo preparando i documenti da prima del parto… Michel dormiva pacifico in braccio a mamma, tu eri radiosa, seduta accanto a me. Per fortuna che i tuoi ci hanno almeno dato le firme per sposarci… anche se, a dire il vero, che importa un pezzo di carta?
Avremmo aspettato due anni e mezzo che fossi diventata maggiorenne, comunque e per fortuna il problema non si pone.
Il nostro piccolino ha appena fatto una specie di rumorino, un piccolo vagito nel sonno, si è girato e si è accomodato meglio tra le tue braccia che lo stringono protettive e amorevoli. Che ho fatto di così bello per meritarvi?
Amore, credo si veda, ma… hai idea di quanto ami Michel? Sai quanto il cuore mi esplode in petto ad ogni suo respiro, ad ogni gesto, ad ogni risata e sorriso? E sai cosa provo ogni volta che emette quei rumorini dolcissimi che presto diventeranno parole? Al solo pensiero di lui che mi chiama papà mi tremano le mani e mi viene da piangere, ma si può?
Non riesco ad esprimerlo, nemmeno a questo amore riesco a dare una forma ed una dimensione, ma credo che se riuscissi nell’intento allora il mio non sarebbe vero amore, non sarebbe altro che una pallida imitazione del sentimento che invece provo.
Quando ha avuto le coliche, il mese scorso, sono andato in panico. Cercavo di rimanere calmo e tranquillo, ti mostravo che ero sereno, tutti i bambini hanno le coliche! Ma il mio piccino… vederlo piangere disperato e non poter far altro che dargli quelle disgustose gocce… mi sono sentito così impotente! Ecco perché ho deciso di specializzarmi in pediatria dopo la laurea. Se diventassi ginecologo avrei lo studio di papà… che bravo il nostro papino che lavora anche gratis al consultorio, vero? Però… visto che lui è ginecologo, potrei mettermi nel suo stesso studio e fare lì il pediatra… forse Michel sarà troppo grande perché io lo curi quando avrò finito gli studi? Voglio impegnarmi, voglio dare più esami nel minor tempo possibile e voglio dedicare tutto il resto del tempo a te.
Mentre tu finisci le superiori da privatista, io studio all’università… bello no? E poi ti laurerai anche tu… già, ma in cosa? Saresti una pediatra magnifica, sai? Forse dovrei accettare l’aiuto dei miei e non mettermi a lavorare come invece avevo pensato, però… vorrei essere io a badare a te e Mimì!
Mimì… ride tantissimo quando lo chiamo così e gli faccio il solletico sul pancino… adoro persino cambiargli i pannolini!
Mi manchi mentre dormi, sai? Sono le tre del mattino e dovrei fare lo stesso anche io, la finestra socchiusa lascia entrare l’aria tiepida di metà giugno e tu stringi Michel mentre un lenzuolo copre entrambi. Vi guardo e penso già alla festa di domani… i primi sei mesi del nostro cucciolo. Amore siamo sposati da cinque mesi, conviviamo da tredici e stiamo insieme da dieci. Potrei persino dirti i giorni esatti, sai?
Te lo ricordi il nostro primo bacio? Seduti sul tuo letto, la musica in sottofondo, parlavamo di quello che avremmo fatto con Michel, dei giochi che gli avremmo comprato, dei posti in cui lo avremmo portato, lui ha dato il suo assenso con un calcetto e lo abbiamo accarezzato insieme… baciarti mi è sembrata la cosa più logica, non resistevo più, non potevo più trattenermi.
Te lo ricordi che mi hai chiesto se mi dava fastidio fare l’amore con te e il pancione? Scema!
Certo… abbiamo dovuto trovare vari modi… prima di stanotte non facevamo l’amore in modo completo, sai da quando? Esattamente tre settimane prima del parto… papà-ginecoloco ha detto di smettere e noi lì, da bravi soldatini ad obbedire. Quanto mi sei mancata tesoro…
Ti sono mancato anche io? Sì, vero? Non mi dire che Mimì ti prede così tanto da farti dimenticare dei tuoi doveri coniugali!
Lasciare Pierre è stata la cosa più semplice del mondo, lui che insisteva, ti insultava e diceva che ero suo. Stronzo. Il cazzotto che gli ho rifilato quando ti ha dato della poco di buono proprio non sono riuscito a trattenerlo… ops… mi sa che questo non te lo avevo raccontato! Non sono mai stato un bravo ragazzo, lo sai, ma adesso è tutto diverso, adesso sono padre.
Ha già sei mesi il nostro cucciolo, ma ti rendi conto? Non riesco a trattenermi dalla gioia, dall’emozione… non ho mai provato niente di così meravigliosamente devastante.
Beh… tranne quando facciamo l’amore, ma quella è una sensazione diversa. Quando stavo con Pierre era tutto arido… sì ci mettevo passione e sentimento, però… entrare in lui non è come entrare in te, forse perché a te ti amo, forse perché con te mi sento, finalmente, completo.
Le tue gambe sono lisce e morbide, affusolate e perfette, le mani piccole e veloci, in grado di darmi piacere ancora solo sfiorandomi, ed infatti impazzisco ogni volta che mi tocchi il tatuaggio che ho sui reni, segui le linee del tribale che si estende in orizzontale da un fianco all’altro e intanto mi guardi negli occhi, e io sento la passione e il desiderio crescere in me e lo vedo specchiarsi, uguale e dirompente, nelle tue iridi meravigliose.
Amo i tuoi occhi piccola, gemme preziose di un colore simile al mio ma allo stesso tempo diverso, un blu accecante e travolgente che splende più del cielo scuro del tramonto. E poi nei tuoi occhi ci sei tu, i tuoi sorrisi, le tue preoccupazioni, le gioie che sono anche le mie, i dolori di cui vorrei farmi carico al tuo posto, il desiderio, l’intelligenza, l’astuzia, la furbizia, la gioia di vivere, l’amore sconfinato per nostro figlio, l’amore per me, specchio e riflesso del mio. Nei tuoi occhi ci siamo io e Mimì, come potrei non amarli?
Mimì… il nostro Mimì…
Non mi stancherò mai di ripeterti che questo figlio è mio, non ti avrò ripetuto mai abbastanza che non devi preoccuparti di niente e che amerò gli altri figli che avremo esattamente come amo Michel, mai di più, certo non di meno.
Tremavi quando mi hai chiesto come avrei potuto stare con te ed un figlio. Tremavi quando ti ho detto che ti amavo nonostante ti conoscessi da poco più di mesi, continuavi a tremare mentre ti stringevo e ricambiavi spasmodicamente il mio abbraccio in cerca di altre rassicurazioni, eri arrossita e tremavi mentre mi dicevi che mi amavi anche tu, giorni dopo quel primo bacio, nella tua stanza. Quella camera adesso è stata trasformata nella stanza di Mimì, per quando dormirà da solo, per ora la sua culla è qui, in quella che era la mia stanza e che ora è la nostra, ogni tanto la spostiamo di là per farlo abituare a stare solo, magari quando fa il riposino pomeridiano, ma la verità è che non riusciamo a staccarci dal nostro bambino, non riusciamo a stare senza di lui. Avremo tanti figli, vero amore? Voglio la casa piena di bambini che corrono e giocano, voglio un cane ed un gatto, e voglio vedere te, felice e sorridente che mi accogli al rientro a casa oppure che mi attendi invitante sul letto, dopo una lunga giornata di lavoro tu sarai il mio porto sicuro, il mio rifugio caldo e rassicurante. Già lo sei, a dire il vero.
Non sapevo che fare quando sei mesi fa hai cominciato ad avere le doglie, di domenica. Eravamo pronti perché tu avevi insistito per partorire in casa e quindi papà si era già premurato di prendere anestetici vari ed ogni sorta di aiuto possibile. Quando ho spalancato la porta della camera dei nostri genitori alle quattro del mattino gridando che avevi le doglie, nemmeno mi sono accorto che sotto le pesanti coperte erano avvinghiati ed ancora nudi. Mi sconvolge rendermi conto che quei due ancora fanno sesso, e ne fanno tanto porca miseria! Avere un figlio a diciotto anni dal primo è una bella impresa, ma visto che già ronzano intorno al nipotino come se fosse figlio loro, non credo avranno molti problemi a riguardo.
Papà è corso in camera nostra con i capelli arruffati e solo un paio di pantaloni indosso, si è sbrigato ad ordinare a mamma, che aveva quella camicia da notte attillatissima che tanto ti piace, tutto quello che gli serviva e mi ha buttato fuori dalla stanza mentre ti sistemava, controllava la dilatazione della cervice e valutava quanto ancora le doglie sarebbero andate avanti. Il travaglio è stato molto breve e nessuno è riuscito a tenermi fuori dalla stanza mentre mettevi al mondo nostro figlio!
Tu urlavi e piangevi, di dolore e di gioia, mamma piangeva commossa, papà faceva uscire Mimì dal tuo utero con gli occhi che gli brillavano e tutto orgoglioso gli ha dato il classico colpetto per fargli aprire i polmoni. Oddio quanto ha urlato!
Piangeva e strillava come un’aquila, il corpicino minuscolo coperto di sangue e placenta. Papà, aiutato da mamma, lo ha avvolto in due asciugamani morbidi e caldi e me lo ha messo in braccio, fino a quel momento ero rimasto accanto a te, ti stringevo la mano e ti incoraggiavo, poi è tornato da te, ti aiutato ad espellere la placenta e ti ha sistemata. Non so cosa esattamente abbia fatto in quei momenti perché per un paio di minuti il mondo è scomparso ed esisteva solo Michel. Volevo venire da te ma tu eri troppo impegnata amore, scusa! Mi sono accorto di star piangendo solo quando papà mi ha detto che potevo venire da te e che mi voleva bene. In quel momento ho sentito una lacrima arrivare fino alle labbra e mi sono reso conto che non eravamo mai stati così felici.
Ce l’hanno lasciato per troppo poco tempo! Dovevano fargli il bagnetto e papà mi ha permesso di aiutarlo! Dio che bello… mamma voleva farlo al posto mio, che cattiva! Le ho detto che lei doveva preoccuparsi di lavare i suoi di bambini, quello era mio e me lo tenevo stretto, ovviamente ridendo, e lei mi ha fatto una linguaccia. Ma ti rendi conto? A volte mamma e papà sembrano dei ragazzini (più mamma che papà) e mi domando se la colpa non sia solo mia che sono arrivato a rompergli le uova nel paniere. Si amavano da morire, certo, ma chissà quando avrebbero deciso di avere un figlio se quell’influenza intestinale non avesse vanificato gli effetti della pillola anticoncezionale. Magari sarei nato dieci anni dopo di te e non avrei potuto esserti accanto ora! No, non riesco ad immaginare una vita senza averti conosciuta, non riesco ad immaginare nemmeno una vita con te presente, ma senza averti al mio fianco, come moglie, come madre di mio figlio, come amante, come compagna, come amica e come sostegno.
Tu e Mimì siete il mio universo, questo non può cambiarlo niente e nessuno, attendevo voi per essere vivo, e per fortuna siete arrivati amore mio.
Michel emette un altro gorgoglio nel sonno e tu di nuovo lo stringi a te automaticamente, con l’amore che solo una madre può provare. Sono un po’ geloso,sai? Sì, sono geloso del vostro mondo perfetto in cui io non c’entro molto, e sai perché? Perché Mimì è uscito dal tuo corpo, io normalmente ci entro, quindi… beh ecco… abbiamo due modi differenti di viverti, credo…
Sono osceno, vero?
Anika, se solo sapessi quanto ti amo, se solo riuscissi a fartelo capire. So bene che lo sai, però… te l’ho detto, è tutto così grande, amore mio, che mi esplode il cuore nel petto per tutto l’amore che contiene!
La prima volta che abbiamo fatto l’amore te la ricordi? Eri seduta su di me, rossa per l’imbarazzo, completamente nuda, vittima del mio sguardo famelico che percorreva ogni centimetro del tuo corpo e si fermava, dolce, sul ventre arrotondato… ancora non avevi il pancione scemotta! Prima mi avevi raccontato le uniche due volte in cui avevi fatto sesso con Enrike (solo un animale come lui poteva grugnire invece di gemere e venire appena entrato! Che rabbia… ah ma se me lo trovo sotto mano…) ed io avevo fatto lo stesso descrivendoti brevemente le poche volte in cui ero stato con Pierre nei cinque mesi in cui ero stato con lui. Pensi ancora che preferirei fare sesso anale? Tesoro… avresti dovuto vedere il faccino sorpreso che hai fatto quando ti ho detto che ero bisessuale! Già, ero; ora sono completamente asessuato per tutto ciò che esula da te e dal tuo corpo amore! Eri così dolce mentre ti toccavo e gemevi, gemevi forte piccola… sarei potuto venire solo con i tuoi gemiti… ed è ancora così!
Sai credo che avremo tanti, tanti, tanti marmocchietti che correranno per casa perché non riesco a smettere di fare l’amore con te!
Mentre ti guardo, un passato recente si mescola ad un futuro ignoto ed al presente luminoso che ci circonda. Ho immagini di te che mi sorridi la prima volta, di te che mi abbracci, di te che mi baci, di noi che ci guardiamo.
Ti ricordi quando ho detto di amarti la prima volta? Io sì, mi sembra fosse ieri. Eri seduta sul letto ed io avevo il viso rivolto verso di te, la testa poggiate sulle tue ginocchia, accarezzavamo insieme Michel al sicuro nel pancione.
Ti ho guardata e ti ho detto semplicemente “Ti amo”, tu sei scoppiata a piangere e tremavi, mi sono alzato abbracciandoti con la paura che non mi volessi, che avessi paura o chissà cos’altro. Invece tu mi hai stritolato in un abbraccio tenerissimo e hai cominciato a ripetermi di amarmi. Eri all’inizio del sesto mese, stavamo insieme già da quindici giorni. Quanto sesso abbiamo fatto in quei primi tempi? Che mi ricordi io lo facevamo tutte le mattine prima che andassi a scuola, ogni pomeriggio quando rientravo, dopo cena e prima di andare a dormire. Il mercoledì pomeriggio, quando non avevo scuola, oppure il sabato e la domenica… credo siano state più le volte in cui non c’alzavamo dal letto che quelle in cui lo facevamo! Ma non eravamo solo schiavi della tempesta di ormoni ed amore che ci aveva investiti. Parlavamo di come avremmo cresciuto Michel, dei nostri sogni, delle paure, delle speranze e abbiamo fatto milioni di progetti… li ricordo uno per uno, dall’altalena che metteremo in giardino, alla lingua in cui gli faremo dire le prime parole. Francese e tedesco, solo in seguito imparerà italiano e inglese. Francese per onorare la mamma, parigina doc, e tedesco perché è la lingua preminente del nostro cantone. Ma ti rendi conto di tutto quello che abbiamo deciso? Farà lo sport che preferirà, gli insegnerò ad andare in moto solo quando sarà sufficientemente grande (del resto in famiglia amiamo tutti le moto!) e gli insegnerò anche a scassinare le serrature… ops… non sapevi che so scassinare le serrature? Certo, solo quelle semplici, ma nella vita non si può mai sapere! Sarà bello il nostro Mimì da grande, del resto già si vede che assomiglierà tutto a te!
Farà strage di cuori e alla fine metterà la testa a posto trovandosi una brava ragazza… od un bravo ragazzo, per me non fa differenza… che lo amerà da impazzire, ovviamente ricambiata (o ricambiato) e vivranno per sempre felici e contenti. Sarà magnifico, vero?
La prima volta che sei entrata qui in casa, con uno zaino che a stento riusciva a contenere qualche vestito, te la ricordi?
Usciti dallo studio di papà ti ho portata dai tuoi per dir loro che avresti tenuto il bambino. Non sapevo nemmeno io perché lo stavo facendo, semplicemente era giusto che lo facessi. Ti avevo appena conosciuta, ero riuscito a scoprire che avevi quindici anni e tutto quello che riuscivo a pensare era che volevo che fossi felice e che il bambino nascesse sano. Il bambino, non era ancora il nostro, ma non era nemmeno solo il tuo.
Tuo padre ti ha cacciata malamente, non ha, ovviamente, creduto che io fossi solo un amico, ti ha detto che se volevi avere quel bastardo potevi anche andartene. Non so come ho fatto a non ucciderlo! Ti ho detto di prendere le tue cose e di andarcene. Mi hai guardata smarrita, impaurita e stanca. Ti stavi domandando per quanto avrei potuto rimanerti accanto, per quanto avrei voluto aiutarti, vero? Ho comunicato a tuo padre che saremmo andati a prendere il resto delle cose nei giorni seguenti e ti ho presa per mano, ti ho portata via da quel posto orribile che di certo non poteva essere chiamato casa. E tu mi seguivi, silenziosa e intimorita, atterrita da tutto quello che stava succedendo.
“Vieni a vivere da me, tanto mio padre pensa che tu sia la mia ragazza.”
Hai urlato che no, non volevi assolutamente che facessi una cosa del genere, che avresti trovato da sola il modo di sopravvivere ed avresti fatto di tutto per far crescere sano il tuo piccolo, ti saresti anche prostituita se fosse stato necessario! Ti conoscevo da nemmeno tre ore e già ero geloso, ti rendi conto? Ti ho messa sulla moto, ti ho infilato il casco in testa e ti ho detto di smetterla di dire stronzate, che ci avrei pensato io a te.
“Perché? E per quanto?” La tua voce era così bassa, piccola. Già… perché? Non lo sapevo e te l’ho detto. Per quanto? Finché avresti voluto. Fortunatamente tu hai accettato di permettermelo per tutta la vita, piccola mia.
Appena entrati, mamma ti ha guardata dalla testa ai piedi e poi ti ha abbracciata così forte che credevo ti avrebbe spezzata!
Ti ha dato il benvenuto in famiglia e tu sei scoppiata a piangere. Lei ha pensato che fossi stata soprafatta dagli ormoni impazziti, io sapevo che eri felici, non so perché ma già riuscivo a capire ogni tuo stato d’animo.
Quanto s’incazzò Pierre quando gli dissi di te! Dio, amore, non puoi nemmeno immaginare che litigata facemmo! Eppure non me ne frega niente. Stavamo insieme da un paio di mesi, avevamo fatto sesso un paio di volte solo nelle ultime due settimane, credo siano state le prime ed uniche volte in cui ho pensato solo ed esclusivamente a lui.
Ti ricordi come vi guardavate in cagnesco? Mi domandavi sempre se non era meglio che te ne andassi, così io non avrei avuto tanti problemi. Quando mi hai fatto questa domanda per l’ennesima volta, al quarto mese, quando vivevamo già insieme da due ed io cominciavo a far sesso con Pierre sempre meno di frequente, ti ho detto che volevo riconoscere Michel, che, visto che avevo scelto io il nome, volevo assumermi ogni responsabilità, che desideravo quel bambino come se fosse il mio, che volevo che fosse mio. Sei scoppiata a piangere, dicevi di non sapere come ringraziarmi, che era troppo, che non avresti mai potuto… mentre ti asciugavo le lacrime avevo voglia di baciarti ma mi dicevo che di certo tu non eri pronta e che, anche se lo fossi stata, non mi avresti mai visto come un possibile fidanzato, ma solo come un amico, un fratello che ti aveva aiutata in un momento tanto critico.
Sospiri leggera ed osservo il tuo petto alzarsi ed abbassarsi calmo e regolare sotto la leggera camicia di cotone che indossi. Ha le bretelle strette, i bottoncini sul davanti, così da permetterti di aprirla per allattare Mimì, è bianca e trasparente quasi, riesco a vedere alla perfezione le areole e quei meravigliosi capezzoli, leggermente turgidi, forse per l’aria fresca della notte o forse, magari, perché mi sogni. Ecco, dannazione! Mi sono eccitato di nuovo! E adesso non posso certo svegliarti… dormi così pacifica…
Ho lasciato Pierre il giorno prima di baciarti, lo sapevi? Ormai litigavamo per ogni stupidaggine e non facevamo sesso da un mese circa (da quando ti avevo detto che avrei riconosciuto Michel), mi inventavo le scuse più assurde per non farlo…
Sono stato stronzo, vero? Lo so, ma a parte che lui lo è stato per primo visto che mi ha messo le corna in quel mese (e vedessi quanto era orgoglioso mentre me lo diceva!), non potevo permettere che ti insultasse. Tu non avevi fatto proprio niente per portarmi via da lui, anzi, ero quasi certo che non mi volessi. Ma io volevo te, che senso aveva rimanere con lui?
Quando quel giorno, dopo esserci baciati a lungo ti sei scusata dicendo che non avresti detto niente a Pierre, ti ricordi quanto ho riso? E come non avrei potuto farlo? Eri così buffa quando ti dissi che lo avevo lasciato per te! E ti sei scusata invece di essere felice, sciocchina! Ancora non avevo capito, ancora non riuscivo a comprendere quanto già ti amassi.
Solo un paio di giorni prima avevamo detto ai miei che Michel non era mio.
Mamma ha scosso la testa dicendo che non le importava niente, quello era suo nipote e guai a noi se osavamo portarglielo via! Papà ci ha detto che voleva solo che entrambi fossimo felici e che, ormai, nipote o non nipote, tu eri una seconda figlia e non avrebbero mai potuto cacciarti, ti avrebbero accolta finché avessi voluto, e questo significava anche tutta la vita, se lo avessi desiderato. Piangevi a ridevi mentre mamma ti abbracciava comprensiva e papà ti riempiva di baci paterni (e vorrei vedere se fossero stati diversi!) i capelli. Eri felice, vero amore? E anche io lo ero, immensamente. Ma ora, quello che provo in questo momento, non è nemmeno lontanamente paragonabile!
Forse si avvicina a come mi sentivo quando ho stretto Michel tra le braccia appena nato, oppure a quando ha dato il suo primo calcetto. Lo stavo accarezzando attraverso il tuo corpo, gli dicevo che sarebbe stato un bel bimbo e tu hai fatto una risatina ed hai appoggiato la mano un po’ più sopra della mia… e lui si è mosso! Ho sentito il rumore del suo corpicino che si spostava e tu anche… ti ricordi che abbraccio ci siamo scambiati? Come potevi pensare che non avrei voluto crescere Michel o che ti stessi accanto per pietà?
In questo ultimo anno sono cambiate talmente tante cose nella mia vita…
Lo sai quanto sono felice, fortunato, graziato e speciale ora? E solo perché una tempesta dagli occhi blu ed un piccolo dolce tornado con lo stesso colore di occhi sono entrati nella mia vita e l’hanno resa unica.
Mi sto ripentendo, vero? E sto scrivendo un papiro! Eppure mi sembra non aver detto ancora niente.
Vederti in giro per casa, accompagnarti a scuola finché te la sei sentita, venirti a riprendere e starti sempre vicina. Che meraviglia i nostri primi tempi! Eri orgogliosa e gelosa quando mi hai detto che le tue compagne volevano assolutamente conoscere il tuo nuovo ragazzo, eppure sei arrossita quando ti ho detto di dir loro che, essendo il tuo ragazzo, non lo avresti lasciato a nessuna… però lo hai fatto! Chissà se ti sei giustificata con te stessa dicendoti che lo facevi per preservare la mia innocenza da quelle gallinelle, o se hai ammesso di essere già diventata possessiva? Sai quanto lo ero, e lo sono, io con te? Ti ricordi quella volta al supermercato? Volevo spaccare i denti a quel tizio solo perché ti aveva detto “Ciao bella”… ti avrei baciata davanti a tutti, anche se ancora non mi ero dichiarato! E stavo per farlo! Ti ho abbracciata e le tue labbra si sono salvate solo perché il cellulare è squillato. Ma me le sono prese poi quelle labbra… e quanto me le sono prese!
Mamma mi ha detto che da quando stiamo insieme per davvero siamo persino imbarazzanti nelle nostre effusioni, mi ha chiesto se le labbra non ci si stancano mai… poi però ha detto che per lei e papà è la stessa cosa e si è messa a sospirare felice per i loro imminenti quattordici anni di matrimonio. Lo sapevi che si sono sposati quando mamma ha compiuto diciotto anni anche se già vivevano insieme? Non sia mai che la buona società possa spettegolare sulla figlia quindicenne di un diplomatico francese che era rimasta incinta! Papà voleva aspettare di esser subentrato al nonno allo studio per sposarla, ma il trasferimento di mio nonno materno in Italia, quando mamma stava per compiere diciotto anni, li ha obbligati ad accelerare i tempi.
Papà ha detto che come lui ha accettato l’aiuto del nonno, io devo fare lo stesso ed accettare il suo. In fin dei conti però… già lo stiamo facendo, no? C’è poco di quello che ha Michel che abbia comprato io con i soldi messi da parte tra lavoretti, mancette e regali vari, ho anche pensato di vendere la moto, te lo avevo detto?
Solo che papà mi ha dato uno scappellotto dietro la nuca e mi ha detto di mettere da parte l’orgoglio. Già… l’orgoglio… hai idea di quanto sia orgoglioso di te e Mimì?
Dirà prima mamma o prima papà? Forse ci sorprenderà e dirà nonna, visto quanto mamma glielo sta ripetendo! L’hai mai vista quando guarda Michel, gli dice tutta contenta “No-nn-a” e poi si guarda allo specchio sospirando e dicendo che così giovane è già nonna? Compatisco quel poveraccio del mio futuro fratellino… sai quanto lo strapazzerà, vero? Che bello avremo due bimbi da crescere nella stessa casa. Andranno d’accordo come fratelli? Spero proprio di sì… ho un concetto troppo alto della famiglia? Dovrei considerare come mia famiglia solo te e Michel? Però… noi, e dico entrambi, amiamo così tanto i nostri genitori… non sono forse fantastici? Chi non vorrebbe una madre ed un padre come i nostri?
Anche il nostro cucciolo ci vedrà così?
Sono padre… Anika… siamo genitori… ti rendi conto?
Beh… tu forse più di me visto che hai partorito… sono così pieno di dubbi, incertezze, paure… però la felicità… ti giuro amore non sono mai stato così felice.
E tutto perché ci siete tu e Mimì nella mia vita. L’ho già detto, vero?
Sono così monotono piccola? Se sono così a diciotto anni, che farò quando ne avrò ottanta? Michel sarà costretto a chiudere il suo vecchio e petulante padre in una casa di riposo per non starlo più a sentire?
Ma va bene così… l’importante è che non mi separi da te, mai. Sai bimba mia, se esistesse un modo per legare la mia anima alla tua, fare in modo di morire nello stesso istante, sentire tutto quello che sente l’altro… io lo farei, giuro.
Per adesso mi accontento di guardare la mia mano sinistra, su cui spicca la fede, e poi osservare la tua, allo stesso dito hai un anello identico al mio, solo più piccolo, ed in più porti anche il diamante che papà ha regalato a mamma come anello di fidanzamento e che lei ti ha a sua volta donato, perché sua figlia non può non avere un ricordo così prezioso.
Forse sarebbe il caso che adesso smettessi di chiacchierare a vanvera e tornassi al tuo fianco, non trovi?
Ti amo mio dolce angelo, ti amo e ti amerò. E amo anche il nostro cucciolo adorato, così tanto che nemmeno immagini. Siete la mia vita tesoro, e lo sarete sempre.
Con infinito amore,
Robert

Michel scorse ancora una volta quelle ultime righe pensando a tutto quello che era venuto a sapere in quel giorno.
Suo padre non era suo padre, i suoi nonni non erano altro che estranei, o almeno questo era quello che diceva l’avvocato del suo presunto padre, morto in un incidente aereo lasciando lui ed un altro figlio di un paio d’anni più piccolo di lui, Enrike, questo era il suo nome… esattamente come quello dell’uomo che risultava, almeno dal DNA, come il suo vero padre. Aveva urlato e si era arrabbiato fino a non avere più la forza di fare niente. Quell’avvocato era andato lì per chiedergli di rinunciare ad ogni diritto sull’eredità, ma che importava a lui dell’eredità? Quello stesso pomeriggio un ragazzino di sedici anni, biondo e con gli occhi castani, aveva suonato alla porta della casa che lo aveva visto crescere e gli aveva detto di essere suo fratello, a lui non importava nulla dei soldi, solo di conoscerlo. Forse Enrike era stata l’unica cosa buona in quella giornata infernale.
Sua madre aveva pianto, sua nonna aveva pianto, suo nonno aveva provato a rassicurarlo sull’amore che provano per lui e suo zio, quello che era un fratello, Roslyn, gli aveva assicurato che non sarebbe cambiato niente, che, anche se fosse stato vero, lui lo avrebbe considerato comunque suo fratello.
Enrike era stato molto dolce e Michel non aveva avuto cuore di sbattergli la porta in faccia, come invece il cervello gli urlava di fare. Avevano parlato per ore e poi si erano dati appuntamento per il giorno successivo, per conoscersi ancora, per imparare ad amarsi, per vedere se quella scoperta, fatta da entrambi nello stesso giorno, avrebbe potuto condurre anche un po’ di serenità, oltre allo scompiglio.
Ed in tutto questo suo padre?
Lui venerava suo padre, amava sua madre in maniera quasi morbosa, ma suo padre… lui era il suo punto di riferimento, era stato la sua roccia salda in tutti i problemi che aveva dovuto superare, era stato al suo fianco come padre, come amico e come fratello, aveva asciugato le sue lacrime e lo aveva aiutato a risollevarsi. Lui e sua madre gli dicevano sempre che, nonostante non fossero stati benedetti da altri figli, lui era il dono più grande e meraviglioso che il Cielo avesse potuto fargli.
Ma dov’era la verità? Quell’avvocato, per conto della madre di Enrike, pretendeva di fare un accordo quando invece, tutto quello che Michel voleva, era solo capire chi e perché avesse deciso di mettere a soqquadro la sua vita.
Robert lo aveva guardato a lungo negli occhi, aveva cercato di abbracciarlo ma lui si era tirato indietro, gli aveva detto che lui era suo figlio, che lo amava molto più della sua vita, e Michel, per tutta risposta, gli aveva urlato contro che amava solo sua madre si era sobbarcato lui solo per lei.
L’aveva visto indietreggiare come se lo avesse colpito e poi era scappato fuori di casa, aveva corso a lungo con la moto, aveva anche pensato di non rientrare affatto, aveva chiamato il suo amico Abel, che dell’amico aveva poco o niente perché ci stava provando fin troppo spudoratamente, benché il suo angelo dai capelli rossi (erano un vizio di famiglia i capelli di quel colore?) non se ne accorgesse, ma aveva rinunciato a vederlo, si era limitato a dirgli che il giorno seguente avrebbe avuto bisogno di lui. Non voleva rattristarlo ed il giorno dopo sarebbe stato di certo più lucido nel cercare di raccontargli la situazione come meglio poteva.
Era rientrato senza salutare nessuno, Robert gli era andato incontro e lui aveva fatto finta di non vederlo. Era incazzato nero con tutti lì dentro, forse si salvava solo Roslyn perché anche lui non ne sapeva niente.
Sua madre era entrata nella sua stanza senza bussare, lo aveva trovato seduto a terra, le spalle appoggiate al letto, un ginocchio piegato, l’altro steso sul pavimento, gli occhi chiusi e la testa persa in un mare di pensieri in tempesta.
Lo aveva abbracciato silenziosa gli aveva detto di ricordarsi che lo amava oltre ogni dire e poi era arrossita consegnandogli dei fogli piegati.
“E’ imbarazzante, ma vorrei leggessi tutto… ci sono cose molto personali, ma spero tu possa capire.”
Gli aveva dato un bacio sulla fronte ed uno sulle labbra e poi era uscita richiudendosi la porta alle spalle. Aveva scorso i fogli e la scrittura di suo padre era risaltata chiara e decisa, vergata con la solita precisione, una calligrafia fin troppo nitida per un medico.
Non voleva leggere, per scoprire cosa, poi? Il mondo gli era già crollato addosso, non poteva sopportare di più. Prima l’interruzione della carriera come atleta per colpa dell’infortunio, poi quel tumore… benigno ma pur sempre un tumore… ed ora anche quello! Ma perché Dio si accaniva tanto contro di lui?
Aveva lasciato cadere i fogli, ma il nomignolo con cui, ancora, ogni tanto lo chiamavano, scritto su una delle pagine, aveva attratto la sua attenzione.
Aveva divorato quelle righe, parola dopo parola, si era domandato perché mai suo padre avesse dovuto essere tanto esplicito nel descrivere certe cose, poi si era ricordato che quella era una lettera per sua madre, scritta quando lui non aveva che pochi mesi.
Doveva crederci? Davvero suo padre lo amava così tanto? Doveva essere arrabbiato con lui e con sua madre, avrebbe dovuto fare a pezzi la casa, ed invece era lì, scorreva e riscorreva quelle righe e continuava a pensare all’uomo che lo aveva cresciuto come un padre.
Si alzò ed uscì dalla stanza, Roslyn stava passando in quel momento nel corridoio e gli chiese subito come si sentisse. Lui lo abbracciò forte e gli disse di volergli bene, il suo rosso zio sorrise e disse che per lui era la stessa cosa. Suo padre e suo zio avevano preso lo stesso colore di capelli della sua adorabile nonnina, mentre lui era la fotocopia al maschile di sua madre… però anche suo nonno aveva capelli neri ed occhi blu, come i suoi…
Si fece dire dov’era suo padre e quando entrò nella stanza dei suoi genitori li trovò abbracciati sul loro letto, suo padre aveva gli occhi segnati e lucidi, sua madre anche. Si chiese perché non glielo avessero detto prima, poi però si domandò se c’era davvero qualcosa da dire.
Robert si alzò e sperò di vedere negli occhi del figlio quell’amore che, fino a quella mattina, era stato chiaro e lampante.
Michel lo osservò per un istante e poi si lanciò tra le sue braccia, c’era un solo centimetro di differenza tra loro, Robert lo strinse fino quasi a soffocarlo e tra le lacrime gli chiese perdono, ma perdono di cosa?
Michel gli diede un bacio sulle labbra, cosa che non aveva mai fatto prima e che non era ‘da uomini’ e gli disse che gli voleva bene oltre ogni limite.
Si strinsero così forte che Anika temette di vederli stramazzare al suolo soffocati e poi si inserì tra di loro, anche lei piangeva, ma poco importava.
“Ti voglio bene papà.”
Suo padre aveva ragione, quell’amore non si poteva contenere dentro un cuore od un petto, e nemmeno le parole bastavano.


FINE


NOTE:
1 – In Svizzera la patente A per i motocicli si chiama licenza gialla, come in Italia a 16 anni si può prendere la A1, patente di guida per i motocicli con cilindrata non superiore a 125 cc e a diciotto la normale A.