- capitolo unico -
Disclaimer: I riferimenti ai clan vampirici sono, ancora una volta, © della White Wolfe Game Studio
Note: Questa fic costituisce il prequel delle due storie Isik e Melek, e racconta del primo incontro dei due pucci…
Dediche: In ritardo abissale ma a Lu per il suo compleanno con tanti auguroni! Scusa infinitamente se riusciamo a completarla e postarla solamente ora benché sia in cantiere da mesi, ma problemi, varie ed eventuali non ci hanno permesso diversamente. Grazie per tutto l'entusiasmo che sempre mostri per tutte le nostre storie ç*ç, speriamo che questa ti piaccia ^^ A sori/cognatina Tes perché esiste *_* e ultimo, ma non ultimo per noi, a fratellino/cognatino Carlo perché ti vogliamo tanto bene davvero anche se non te lo stiamo dimostrando molto, specie ultimamente ç**ç perdono!

Tenebre di luce











POV AYKAN

Una fitta pioggia regala un ritmo cadenzato a questa città così particolare, donandomi un impatto ancora più forte di quello che immaginavo.
Il rumore ipnotico delle gocce che cadono a terra e si uniscono all'acqua della laguna, riempiono il silenzio ovattato di queste calle, immerse nell'oscurità.
Le persone sono rintanate nelle loro calde case a causa del cosiddetto maltempo e i pochi che si attardano ancora in giro si affrettano verso luoghi di ritrovo, lasciandomi libero di camminare lentamente sotto questo temporale, che di tanto in tanto rischiara un tratto di strada con un fulmine.
Mi godo la sensazione di solitudine che tutto questo mi porta e vado ancora più adagio, crogiolandomi nella frescura di questa notte senza luna, favorito dal mio largo anticipo.
Sfioro percorsi di pietra vecchi centinaia di anni, attraverso ponti e stradine fiocamente illuminate da antiche lanterne in ferro battuto, tornando indietro con la memoria ai tempi che videro nascere l'aspetto attuale di questa Venezia.
Echi di giorni remoti, irrimediabilmente trascorsi e che io, essendo una creatura secolare, posso solo rimembrare.
Arrivato alla discoteca, luogo dell'appuntamento, lascio vagare con aria indifferente lo sguardo sui presenti, venendo colpito da un insieme stordente di luci, confusione, musica ad alto volume, odori violentemente mischiati e fumo.
Senza lasciar minimamente trapelare il fastidio provato, mi dirigo verso il bar, ordinando un drink.
Lo bevo tranquillamente, gelando e scoraggiando, con risposte secche e decise, un paio di tentativi di approcci sul nascere, per poi alzarmi e andare al terzo divanetto di cupo tessuto rosso, posizionato lungo la parete destra.
Mi siedo senza badare assolutamente all'altro occupante che, come ho potuto vedere per un istante, ha gli occhi fissi sui giovani che si abbandonano alle note frenetiche delle canzoni messe su da un esperto dj.
I loro corpi che si muovono, ora languidi e sensuali, ora veloci e quasi rabbiosi, creano un effetto di vitalità ed esuberanza che mi è abbastanza estraneo.
Non ho mai amato lo spreco di energie e questo per me lo è, nonostante tutto ciò che si dice sul rilassamento che questo dispendio di tempo e movenze comporterebbe.
Attendo pacatamente e pazientemente che inizi il discorso.
Presuppongo che il suo sia un modo per studiarmi e giudicarmi, almeno parzialmente, ma se crede che mi scoprirò per primo, ha sbagliato indubbiamente persona.
Sembra un tipo elegante e sicuro di se, siede compostamente con le gambe accavallate, vestito con un costoso completo scuro, non eccessivamente formale.
La sua figura denota una notevole altezza, persino superiore alla mia che già spicca in una folla ed i suoi lineamenti dai tratti fini e risoluti farebbero supporre un carattere fermo e determinato.
Per ora devo ammettere che tutto ciò che ho potuto osservare è nel complesso favorevole, il che, dovendo lavorare per lui, lascia ben presagire una collaborazione redditizia.
Noto una ragazza di circa vent'anni dai lunghi capelli rossi e dai grandi occhi di un viola innaturale, sicuramente dovuto all'utilizzo di lenti a contatto, ballare e rivolgersi sinuosa al mio vicino, in un chiaro invito.
Il suo corpo, fasciato da un top bianco molto aderente e da una gonna dello stesso colore, praticamente inesistente quanto a lunghezza, cerca di attirare attenzione come può, con gesti e mosse esplicite, amplificati dai sorrisi e dagli sguardi molto maliziosi.
Avverto il palese divertimento del ragazzo che mi è accanto, pur senza voltarmi nella sua direzione.
“Non sai cosa stai provocando proponendoti così”
Il suo timbro profondo, privo di qualsiasi accento, riesco a coglierlo solamente perché sono poco distante da lui.
Mi giro e scopro freddi occhi verdi puntati nei miei.
“Buonasera Signor Ijafyer”
In risposta mi limito ad un cenno quasi impercettibile del capo e ad un conciso “... Signor Giovanni.”
Mi scruta con il suo sguardo di ghiaccio poi aggiunge “Usciamo di qui, non è un luogo adatto a discutere.”
Questa volta non proferisco parola e mi alzo avviandomi all'uscita, certo che mi seguirà.
Giunto nei pressi del parcheggio mi fermo, attendendolo, e lui mi supera dirigendosi verso una costosa macchina scura che non tarda ad aprire.
Mi avvicino e quando mi fa segno di salire lo faccio senza esitazioni.
“Bene... qui potremo parlare più facilmente...”
Percepisco i suoi occhi fissi su di me ma non me ne curo e, dopo essermi sistemato comodamente, rivolgo la mia attenzione alla pioggia che continua a cadere, scorrendo e picchiettando sui vetri.
Il suo riflesso a causa di un lampo, che ha squarciato il cielo, mi rimanda la sua immagine intenta a togliere l'eccesso di acqua dai capelli castano chiaro che gli ricadono scompostamente sulla fronte, dandogli un aspetto più dolce ed innocente.
Questa riflessione fugace mi porta un moto di divertimento che si palesa nel bagliore momentaneo che attraversa il mio sguardo scuro come la notte.
Noi siamo tutto fuorché dolci e innocenti.
Mai e poi mai simili epiteti potrebbero essere accostati ai nostri nomi, mai utilizzati in correlazione alle nostre figure.
Ci nutriamo della vita altrui, impossessandocene quando i freni della razionalità si allentano a causa della fame, siamo esseri abbietti, senza la minima considerazione per le creature che eravamo e che ora osserviamo con disgusto e spietato cinismo.
Alleati della Nera Signora, che dopo averci sedotti con il suo fascino magnetico e letale, illudendoci di sfuggirle cedendo per un attimo al suo gelido abbraccio, proseguiamo la nostra esistenza innaturale, incuranti di essere diventati suoi fedeli strumenti dispensatori dei suoi doni.
D'altronde ogni richiesta ha in sé un pegno da restituire... e la nostra ricerca di eternità ha portato come effetto 'collaterale' il fatto di procurare la morte per allontanarla ulteriormente da noi.
Non mi accorgo del silenzio che si protrae, troppo assuefatto come sono da esso, e l'unica cosa che mi riporta alla realtà è la cessazione di movimenti da parte del mio committente.
Sembra che finalmente abbia terminato di dare una parvenza d'ordine allo stato dei suoi capelli ancora bagnati.
“Non abbiamo stilato nessun accordo tramite fax, d'altronde non lo farei mai... non vi chiedete per quale motivo vi abbia fatto venire fin qui?”
Punto i miei occhi neri e impassibili nei suoi prima di replicare piuttosto brevemente “Avete bisogno dei miei servigi... e non essendo poi molto variegati non è difficile immaginare quale sia la motivazione che vi ha indotto a contattarmi...”
Un lieve ed impersonale sorriso appare sulle sue labbra in risposta, per poi tramutarsi in un'espressione predatoria quando accenna infine alla missione che mi affiderà.
“Dovete eliminare un appartenente alla mia famiglia... Marco Giovanni.”
Annuisco e attendo ulteriori dettagli...


POV TIZIANO

La pioggia che aumenta improvvisamente il suo ticchettio mi distoglie per un istante dagli occhi neri e magnetici dell'uomo seduto accanto a me.
Per un solo momento mi sembra che quest'acqua possa lavare via ogni cosa, ma, altrettanto repentinamente, mi viene in mente una frase letta chissà dove “il sangue si lava solo con altro sangue.”
E non posso che essere d'accordo con questa affermazione, poiché io per primo sto lavando via il sangue, versandone altro.
Marco è un mio lontano cugino, del resto, tutti gli appartenenti al mio clan sono, più o meno, miei lontani parenti.
Il nostro progenitore ha avuto la brillante idea di conquistare l'eternità sterminando un intero clan vampirico, e ha permesso ai suoi parenti, discendenti e famigliari di prenderne il posto, consegnandoci le chiavi del tempo.
Marco però ha fatto un'azione molto sciocca, si è messo contro di me, con delle speculazioni finanziarie ha cercato di minare la stabilità della mia impresa, e soprattutto, ha cercato di mettermi contro altri membri del nostro clan, e questo, non posso davvero accettarlo.
L'invidia a volte è causa di molti mali, quindi spero che il suo fantasma non venga a cercare vendetta da me, perché, altrimenti, mi troverei costretto a fargli una noiosa lezione su quanto sia tremenda la tempesta che si raccoglie quando si è seminato vento, soprattutto, quando lo si è fatto contro di me.
“Bene, vedo che avete capito immediatamente, del resto, avete ragione, non sono molti i servigi per i quali mi sarei potuto rivolgere a voi. Questo è il suo indirizzo, vi pregherei di sbrigare tutto entro due giorni al massimo, inoltre mi sono premurato di… come dire… rendere più facile il vostro compito. Il mio adorato cugino è felicemente addormentato da più di una settimana, come uno dei suoi… o dovrei dire miei?... ghoul mi ha detto, e non sembra volersi svegliare altrettanto presto. Dovrete solo introdurvi in casa e… portarmi la sua cenere…”
Il viso del mio interlocutore non muta nemmeno di una virgola, la sua espressione imperturbabile rimane lì, come il perfetto viso di un'altrettanto perfetta statua, il suo sguardo mi fissa come se volesse scrutarmi nell'anima e, anche se di certo non lo faccio percepire né tanto meno vedere, la cosa mi mette piuttosto a disagio, perché sembra riuscirci alquanto bene, cosa che mai nessuno prima è stato in grado di fare.
“Sarà fatto.”
Lo vedo prendere il foglietto che gli sto porgendo, le nostre mani non si toccano, eppure vorrei che lo facessero, così potrei saggiare, per un solo attimo, la consistenza che la morte ha.
Stupido pensiero il mio.
Io stesso sono la morte.
Mi nutro di vita per sedare la sete che la Nera Signora ha suscitato in me, per ingannare l'eternità… che senso ha toccare un altro essere come me?
Nessuno dunque, eppure questo desiderio mi assale da quando i miei occhi hanno incontrato i suoi, nel chiasso assordante di quella discoteca.
Bramo di poter sfiorare, anche per un solo attimo, questo essere fatto di nera distruzione, per rendere più reale, tangibile e consistente l'inferno di cui noi siamo i padroni.
La pioggia cade fitta, eppure Aykan non se né cura, scende dalla macchina senza preoccuparsi minimamente delle stille gelide che gli colpiscono il volto e il corpo, del resto, niente è più freddo della morte, niente è più freddo di un cadavere senza cuore né anima che cammina con la presunzione di poter ancora poggiare i suoi indegni piedi su questa Terra.
“Non mi avete detto quale sarà il vostro compenso.”
La mia voce non è alta, so perfettamente che mi udirà senza problemi, nonostante il mio tono rimanga pacato e nonostante il rumore incessante dell'acqua.
“Al mio ritorno lo saprete.”
Chiude la portiera ed un leggero sorriso compare sulle mie labbra, non mi chiederà mai nulla di improponibile, ed in ogni caso... mi divertirò a contrattare con lui…
Le due ore successive al mio incontro con Aykan trascorrono come se niente fosse accaduto.
Separatomi da lui mi sono recato in ufficio come ogni altra notte e mi sono dedicato tranquillamente a gestire alcuni dei miei molti affari.
Devo ammettere però che il tempo è trascorso molto più lentamente di quello che credessi.
Di solito, quando mi trovo in ufficio, arriva l'ora in cui devo andarmene senza che io nemmeno me ne accorga, preso come sono da pratiche, riunioni e telefonate di lavoro.
Stanotte invece…
Tutto questo è successo perché un volto si è impresso nella mia mente, talmente tanto a fuoco da poter essere quasi reale, mi sembra quasi che se chiudo gli occhi e allungo la mano, posso immaginare di toccare quel viso.
Non so perché mai quel tizio mi abbia fatto questo effetto, forse perché in lui ho visto un po' di me, ho riconosciuto la stessa mia freddezza, ma non quella che si può trovare in chiunque, è una sorta di… richiamo…
La sua anima morta chiama la mia e le cerca di comunicare che noi siamo simili, e allo stesso tempo complementari.
Lui dà la morte, io la studio e ne sono affascinato.
Chi meglio di me può capirlo?
Nessuno può comprendere la sottile eccitazione che percorre la schiena nel momento stesso in cui si vede la Morte prendere possesso di un corpo, pervaderlo, farlo proprio, ed in ultimo, mutare i suoi occhi privandoli della luce e piombandoli in un'oscurità perenne, la stessa in cui noi… ‘viviamo'.
Nessuno… tranne io…
E' per questo che quell'uomo mi affascina, è per la sua vicinanza spirituale, se così possiamo definirla.
E' interessante notare come quest'individuo, per me del tutto sconosciuto, mi sia diventato, in un solo attimo per altro, vicino come un parente od un amico.
Sorrido lievemente e per un attimo il mio cervello registra che è un gesto alquanto insolito per me, non che io non sorrida mai, ma tendo a farlo solo in casi di stretta necessità, quando l'etichetta o il savoir faire lo impongono e mai perché sia un gesto che sento nascere spontaneo, del resto difficilmente si può compiere un'azione che non si ritiene propria o adatto a sé, no?
Che questo assassino, sia in grado di farmi sorridere?
Ed il sorriso sulle mie labbra di allarga maggiormente a questo pensiero.
Uno strano individuo che mi ha reso ancor più strano.
Il cellulare squilla improvvisamente, destandomi da questi strani pensieri e portandomi a chiedere chi sia mai che mi disturba mentre lavoro.
Alzo il ricevitore con un secco sì, pronto a scoraggiare chiunque, ma la voce dall'altra parte, bassa, fredda, profonda e roca, mi colpisce e mi spiazza, anche se la mia imperturbabilità non viene scossa.
“Ho concluso, ci vediamo nello stesso posto di prima fra un'ora.”
Faccio in tempo a rispondere affermativamente prima che la comunicazione venga interrotta, senza un saluto né altro.
Ha già fatto?
Già posso rivederlo?
No, quest'ultimo pensiero decisamente non è degno di me né del mio usuale comportamento, devo essere ancora stupito per la rapidità con cui ha eseguito questo lavoro, altrimenti non so proprio perché mai dovrei formulare un pensiero del genere.
Arrivo in perfetto orario, la pioggia sembra non voler accennare a smettere di cadere, l'acqua è già alta e fortunatamente qui siamo un po' fuori città, altrimenti sarei dovuto venire a piedi.
Aykan è fermo nel punto in cui la mia macchina era parcheggiata prima, le auto ormai cominciano ad essere poche, poiché sono ormai pochi gli sciocchi che si attardano in quel locale dalla ‘musica' assordante, sempre che musica possa essere definito quell'insieme di rumori senza un preciso senso né un'armonia.
Parcheggio e lui sale in auto, bagnato fradicio, i capelli incollati al viso gli coprono i bei lineamenti perfetti ed in parte anche gli occhi scuri e penetranti.
Accendo la luce del cruscotto e lo osservo per un attimo.
Mi sta bagnando completamente il sedile, ma lui non sembra preoccuparsene affatto.
Lo scruto per un istante da capo a piedi, e i miei occhi si fissano per un istante sulle sue labbra serrate… sarebbe un vero spettacolo sentire la sua voce roca gemere di piacere… ma dubito che questo iceberg, questo perfetto sicario, possa provare piacere in qualcosa diverso dall'uccidere.
“Dunque?”
Mi porge una ciocca di capelli e un vasetto di terracotta in cui c'è della cenere.
Inarco un sopracciglio sorpreso e lo guardo.
“Già fatto?”
La sua risposta è solo il mutismo più assoluto, cosa che mi fa presupporre che si senta in qualche modo offeso dal mio stupore, anche se devo ammettere che trovo difficile pensare che questo individuo si senta oltraggiato per qualcosa, mi sembra più il tipo a cui tutto scivola addosso come fosse acqua, come le gocce che in questo istante gli stanno correndo lungo il viso.
Ne guardo una nel suo percorso che dai capelli la porta a scivolare lungo la guancia, perdersi sul mento seguendone la linea curva, per poi cadere a terra o sulle sue mani, poggiate sulle gambe.
Ho quasi l'istinto di fermarne un'altra che sta seguendo il medesimo percorso, ma ovviamente mi astengo dal fare questo o qualsiasi altro gesto che non sia guardarlo in attesa di qualcosa.
Non arrivando alcuna parola dal mio interlocutore, sempre che così si possa definire, prendo di nuovo la parola.
“Bene… parliamo del compenso ora.”
“Cento cinquanta milioni e sangue vampirico per un mese.”
Inarco di nuovo un sopracciglio.
“Sangue per due settimane e cento venti milioni.”
“Cento cinquanta e un mese.”
Contrattiamo ancora a lungo, lui fermo nella sua richiesta, io nella mia offerta, quando un'idea mi balena per la mente e mi rendo conto che il nostro contratto potrebbe protrarsi, portando benefici ad entrambi.
“Ascoltate… devo tornare in Norvegia, luogo in cui risiedo stabilmente, dopodomani. Potrei avere dei problemi quando si scoprirà che Marco è morto, quindi… avete mai fatto la guardia del corpo?”
Per un attimo vedo una luce strana, sorpresa o incuriosita, non so dirlo, passare attraverso i suoi occhi e farli brillare leggermene rendendoli un po' meno neri di quanto non siano normalmente.
Non ricevendo un immediato rifiuto, interpreto il suo silenzio come un invito a proseguire nella mia proposta.
“Bene, io potrei averne bisogno… Dieci milioni al mese e sangue fresco ogni tre giorni.”
“Dodici e ogni due.”
Lo guardo per un istante, cercando di capire perché mai mi sto impelagando in una situazione del genere, soprattutto visto che non ho affatto bisogno di una guardia del corpo, e nonostante le mie risorse siano davvero ragguardevoli, non trovo la necessità di sperperare denaro in questo modo assolutamente inutile, e poi… dove posso trovare sangue vampirico ogni due giorni?
Si accontentasse almeno di quello umano, ci sarebbe quello dei miei ghoul, ma così…
“Bene, affare fatto.”
Gli porgo la mano con un lieve sorriso e lui si limita a guardarla e a fare un cenno di assenso.
In questo modo assolutamente inaspettato, tanto da sorprendere anche me stesso, comincia la mia nuova avventura.
Definiamo gli ultimi dettagli, ovviamente vivrà nella mia villa e altrettanto ovviamente vuole essere spesato. Ma crede che sia così ricco?
Non posso certo dargli torto, evidentemente deve essersi informato su di me, così come io ho fatto su di lui. Ci diamo… o meglio.,. io gli do appuntamento fra due giorni, all'aeroporto.
Troverà un piccolo aereo privato, di mia proprietà, sul quale io l'attenderò e lo condurrò in Norvegia al mio seguito, in qualità di guardia del corpo.
Nelle due notti successive non faccio altro che pensare a lui, a quell'assassino vestito di nero, come la Morte che reca e dispensa, come i suoi occhi fatti di un cielo senza stelle né luna, né luce alcuna, e mi chiedo cosa mi stia spingendo ad agire così impulsivamente.
Sono i suoi occhi forse?
Oppure i suoi lineamenti perfetti?
Oppure ancora il desiderio di sentire la sua voce che così raramente concede a chi parla con lui?
Davvero non me lo spiego, così come non mi capacito di questo mio interesse nei suoi riguardi, questa facoltà che ha avuto, pur senza esserne consapevole né senza accorgersene, di attirare la mia attenzione e portarla a focalizzarsi solo attorno a lui, distraendomi dal mio lavoro, da ogni mio affare e da tutto ciò che normalmente occupa la mia mente.
Devo rendergli atto e merito di questa capacità.
Cosa però ci sia alla base di tale interesse per me resta ancora un mistero.
Il decollo è previsto per le 22, Aykan ha ancora quindici minuti per arrivare, dopo di che io partirò senza di lui.
Sembra uno di quegli sciocchi romanzi sentimentali in cui uno dei due protagonisti è costretto ad andarsene ed attende impazientemente che l'altro giunga, palesando così la sua decisione di passare il resto della vita insieme.
Di certo io non sono colui che aspetta, le ragioni che mi spingono ad aspettare l'arrivo del mio compagno di viaggio sono ben altre.
Si può dire che la mia è una sorta di morbosa curiosità per qualcuno che ho riconosciuto essermi simile, e questo periodo mi permetterà solo di potergli stare accanto e ricercare così maggiori punti di contatto, in modo da poter capire se davvero ne esistono o se è stata una mera illusione la mia.
Aykan sale a bordo senza parlare, mi guarda e si accomoda in un sedile dal lato opposto al mio senza dire nulla.
“Dovrò giudicare il sistema di sicurezza, gli impianti e tutto il resto.”
“Ovviamente… potrete apportare ogni cambiamento riterrete opportuno.”
“Ovviamente.”
Il suo tono secco e supponente mi fa percepire chiaramente il fastidio che la mia frase gli ha procurato, non accetta essere messo in secondo piano, né tanto meno venir trattato come un semplice dipendente a cui poter dare ordini e disposizioni.
Lui è il capo, lui dirige il gioco, lui decide cosa si può e cosa non si può fare.
Bene, credo sarà divertente lasciarglielo credere e consegnargli la chiara certezza che nessuno può comandare me… così come lui sembra sottintendere, nessuno può fare con lui.
Il viaggio dura circa tre ore e mezzo, ed in tutto questo tempo, non una sola sillaba esce dalle labbra di Aykan, che sembra essersi perso in chissà quali riflessioni, il braccio a coprirgli gli occhi evidentemente chiusi eppure all'erta.
Per un paio di volte ho pensato che iniziare un qualsiasi discorso sarebbe stato opportuno, poi mi sono ricreduto, perché rovinare quest'atmosfera di solitudine?
Io lavoro, sistemo alcuni documenti e lui fa finta di riposare… ognuno conduce la propria esistenza, ognuno si comporta come se l'altro non esistesse, e credo andrà avanti così fintanto che le nostre strade correranno parallele, ma in fondo non mi interessa davvero, poterlo osservare per qualche tempo sarà sufficiente a placare la mia curiosità, e non ho di certo intenzione di chiedere o pretendere altro.
Quando mi sarò stancato, semplicemente, gli comunicherò che non ho più bisogno dei suoi servigi… del resto… non mi servono nemmeno ora…
So difendermi perfettamente da solo, non ho bisogno di un assassino a pagamento per farlo…
Per un attimo mi torna in mente l'occupazione principale di Aykan, e mi chiedo perché mai abbia accettato questo incarico, certo, il compenso è molto, molto buono, ed il lavoro di per sé sembra essere privo di alcun rischio, in più avrà l'alloggio e il “vitto” garantiti, ma dal mio punto di vista ho tutto da perdere.
Pago per un servizio non necessario, e per giunta un alto prezzo, inoltre mi sono messo in casa un individuo che è capace di uccidere senza il minimo mutamento d'espressione.
Azione avventata la mia?
Strano a dirsi per uno che non fa niente senza un preciso calcolo alle spalle, ma sì, è stata un gesto molto avventato.
Perché?
Mi sono interrogato per tutto il viaggio su quale possa essere la motivazione alla base di un comportamento così inconsueto per me, e sono giunto alla conclusione che tutto quello che mi spinge è la normale morbosità che sempre, in ogni campo della vita e della non vita, affligge i miei ‘parenti'.
Noi della famiglia Giovanni siamo rinomati per i nostri vizietti… morte, parenticidi vari, incesto, menzogna, sordide trame ed altrettanto sordidi imbrogli, per gli scopi più oscuri dell'intero universo vampirico.
Cominciare a dividere la mia casa insieme ad un assassino, non sarà di certo la peggior azione che abbia mai compiuto, e poi, un po' di sana imprevedibilità non potrà farmi male, da qui all'eternità ne avrò di momenti di noia, quindi meglio divertirsi quando ne capita l'occasione.
“Siamo arrivati.”
Lui mi guarda con sufficienza e non emette alcun suono, perché, evidentemente, l'ovvietà della mia affermazione deve averlo quasi disgustato direi… mi sto divertendo un mondo!
Le uniche volte in cui mi sono divertito è quando ho visto qualcuno morire in maniera atroce, oppure quando ho analizzato qualche morto che aveva oscuri presagi e strani misteri da nascondere. (Il potere di cui sono dotati i Giovanni gli permette di ‘interrogare' un cadavere e varie altre amenità del genere collegate a fantasmi e morti ndPam&Saku).
Adesso probabilmente, mi sto comportando da bambino, cosa che non mi è mai stata concessa fare, e mi diverto a stuzzicare il can che dorme.
Che possa mordermi visto che non abbaia mai?
Probabile, ma il divertimento sta proprio in questo, camminare sul filo della lama e vedere quanto in là posso spingermi prima di rimanere ferito… davvero esaltante, sì…


POV AYKAN

Il viaggio è trascorso in un perfetto silenzio, l'unico rumore percettibile è stato il motore dell'aereo ed il rollio dell'atterraggio, subito seguito dallo stridio delle ruote sulla pista.
Benché sia più che evidente il termine del volo, il mio nuovo datore di lavoro sembra beffeggiarmi con lo sguardo esclamando che siamo arrivati.
Non mi curo di rispondergli certamente a voce e mi sforzo almeno di guardarlo in una sorta di muta quanto palese replica che gli faccia comprendere, ancora maggiormente di quanto debba aver già fatto, che non si deve aspettare da me uno sfoggio di parole né tanto meno argute ed approfondite discussioni.
Sembra che il mio mutismo lo diverta e ciò non può far a meno che renderlo un personaggio decisamente fuori dall'ordinario.
Non che non me lo aspettassi visto che ero pienamente certo di non aver errato a giudicarlo.
Valuto una persona da una moltitudine di fattori che, spesso, possono apparire persino banali agli occhi dei più, ma che so bene essermi fondamentali per farmi un opinione del tutto veritiera e rispondente alla realtà, in un modo che la maggior parte della gente non potrebbe mai neanche arrivare a capire.
Luca Giovanni è un individuo orgoglioso, tenace, sicuro di se ma non al punto di essere tracotante, ha una lieve arroganza e consapevolezza che gli conferiscono un'aura di tranquillo potere senza mutarsi però in quell'eccessiva fierezza e superbia che gli comporterebbe una mancanza di attenzione.
E' riflessivo, meditativo quasi, benché sappia abbandonarsi ad attimi di pura istintività, come nella sua proposta di seguirlo, che sono certo essergli stata causa di salvezza più di una volta.
E' freddo, altero ed abbastanza scostante e silenzioso da avermi convinto che la nostra coabitazione e collaborazione possano funzionare, se fosse stato invadente, espansivo e sempre allegro, avrei sicuramente rinunciato all'incarico nonostante l'allettante remunerazione prospettata, perché avrebbe invaso il mio spazio e sarei stato costretto ad ucciderlo, mancando alla prima regola del mio compito attuale... preservare la salvaguardia della sua persona.
Sembra addirittura intelligente oltre che scaltro ed oculato, ma mi riservo di mantenere dubbia questa considerazione finché non me ne abbia data ampia riprova, sono troppi d'altronde gli sciocchi adepti del popolo della notte, non vedo perché dovrebbe far eccezione proprio lui.
Vorrei poter eseguire una minuziosa analisi del tragitto che stiamo percorrendo, pari almeno a quella che ho fatto del mio datore di lavoro, ma la fitta nebbia che costella questa oscurità non me lo concede adeguatamente.
Ovviamente i miei sensi, perfettamente affinati, captano i dettagli più importanti in modo da permettermi di ritrovare, senza difficoltà, la strada che collega l'aeroporto alla dimora che mi ospiterà per le prossime settimane.
Non mi piace lasciare mai nulla al caso, preferisco sempre essere pronto a qualsiasi eventualità, per cui conoscere come informazione primaria una delle vie d'accesso esistenti, sin da subito, è quanto meno basilare.
La limousine scorre veloce ma morbida evitando una guida brusca e snervante.
Un altro punto a favore del signor Giovanni.
Sa procurarsi collaboratori efficienti, istruendoli a dovere... ma su questo non avevo dubbi di sorta visto che ha scelto me, anche se di certo non necessito di lezioni od educazione di alcun genere.
Quando il ghoul che ci attendeva all'uscita ci ha aperto servizievolmente lo sportello si è limitato ad un deferente saluto volto ad accogliere il suo padrone ed un cenno compito verso di me.
Se avesse iniziato ad indagare sulla mia presenza o, ancor peggio, sulla mia identità o non fosse stato meno che impassibile nel vedermi, mi sarei dovuto ricredere sul conto di Luca, inserendolo fra quella vasta schiera di inetti che si preoccupa di dar considerazione a creature totalmente prive di importanza, vista l'assenza di spirito di iniziativa, volontà ed intraprendenza che li caratterizza e li classifica come servitori fedeli sì, ed utili forse, ma al pari di cuccioli senza cervello che mangiano, bevono e digrignano i denti solo su comando.
Quando infine arriviamo a destinazione la prima impressione che ottengo della casa in cui abiterò è di vuota ed austera formalità, all'apparenza sembra rispecchiare l'esteriorità del suo proprietario.
La villa si erge imponente, debolmente illuminata da alcuni lampioni che delimitano il vialetto d'accesso, risaltando immediatamente per le linee eleganti e classiche che la strutturano.
Il giardino che la circonda è facilmente controllabile da tutti i lati e perfettamente curato in ogni particolare, il prato inglese tagliato di recente, i fiori e le piante sistemate ad arte per non offrire nascondigli e per mostrare contemporaneamente la propria bellezza.
Il tocco di classe è dato dalla piccola fontana antistante il portone d'ingresso e raffigurante due creature che si guardano sfidandosi e fronteggiandosi con il proprio credo, l'acqua infatti zampilla dalle mani congiunte in preghiera di un angelo e dal forcone impugnato ostilmente da un demone.
E' una rappresentazione interessante che simboleggia la duplicità esistente al mondo e che si riscontra in tutto ciò che ci circonda, la vita e la morte, la luce e le tenebre, la notte ed il giorno, il bene ed il male...
Nonostante il mio sguardo si soffermi brevemente su ogni aspetto mi rendo immediatamente conto che nonostante l'abitazione sia stata costruita e pensata in modo ottimo per quanto riguardo la difensiva, a causa della presenza di poche vie d'entrata possibili, sono comunque indispensabili alcuni ritocchi urgenti ed essenziali che provvederò domani stesso ad istallare personalmente.
Entrando Luca mi presenta il maggiordomo, Andreas Loup, un uomo magro non troppo alto dagli occhi chiari e lineamenti prettamente nordici che, a differenza dell'autista, mostra di possedere un briciolo di personalità, considerata l'occhiata diffidente e vagamente ostile che mi rivolge e che è indice di una morbosa quanto divertente, almeno dal mio punto di vista, possessività verso il suo dominator.
Mi chiedo per un istante se ciò sia stato istillato da un atteggiamento confidenziale e benevolmente permissivo da parte del signor Giovanni, ma, subitaneamente, le mie perplessità vengono fugate dall'indifferenza completa e spassionata che lui gli esprime.
Sono acuto ed osservatore quanto basta per capire che non è una finzione a mio beneficio, ma è il reale comportamento abituale che tiene con lui, quindi la disperata ricerca di considerazione che prova questo ghoul mi appare ancor più patetica, vana ed inutile.
Non capisco davvero come ci si possa ostinare e fissare su un obiettivo che non sarà mai alla nostra portata, il saper riconoscere i propri limiti, le proprie capacità, le proprie possibilità ed i margini di miglioramento e peggioramento che abbiamo, dovrebbe essere la prima cosa da possedere, ma non mi stupisce che simili esseri non sappiano individuare da soli neppure la direzione in cui sorge l'astro per noi mortale.
La camera assegnatami da Luca è due porte distante dalla sua, che mi informa essere protetta da un incantesimo tremere (I Tremere costituiscono il clan di vampiri legato alla magia, hanno infatti, la possibilità di creare e utilizzare svariati riti ed incantesimi, oltre ad un potere molto particolare, denominato Taumaturgia, che, tra i vari suoi aspetti, permette loro di controllare, a scelta, il sangue, il tempo atmosferico, l'evocazione, il fuoco, oppure ancora governare una sorta di telecinesi, e altro ancora. ndPam&Saku) che non permette l'ingresso a chi non è invitato da lui in persona, ed è abbastanza sobria e spaziosa da potersi trasformare, previe spartane modifiche da parte mia, nel mio habitat naturale nel giro di pochi attimi.
Sistemo velocemente i miei bagagli e mi stendo sul letto, riflettendo sulle migliorie da apportare ovunque, fin quando il torpore diurno mi coglie facendomi dormire di un sonno innaturale.
Al calar del sole, prima che aggiunga l'avvento della dolce notte che mi accompagna e mi appartiene, ho già dato disposizioni su ciò che mi serve e che dovrà venirmi recapitato nell'arco di un giorno al massimo, per poi iniziare ad apportare le modifiche che reputo necessarie ad un'adeguata vigilanza.
Poco dopo mi raggiunge Luca che si informa piuttosto curioso e sconcertato sulle manovre che sto compiendo.
“Posso sapere cosa stai facendo?”
Come se non lo vedesse da solo... mi domando se gli piaccia parlare a vanvera, anche se non penso, oppure se voglia provare ad istaurare una qualche sorta di dialogo “Lavoro.”
Decisamente credo sia la seconda ipotesi la più veritiera visto che oltre il ‘tu' subito adottato senza nemmeno domandarmi se mi stava bene, dopo la mia concisa affermazione torna a parlare in tono sardonico.
“Sì, il tuo lavoro... cosa in particolare del tuo lavoro?”
Voglio vedere dove vuole arrivare... “Ritocchi.”
“Che genere di ritocchi?”
Sembra che si diverta… “Difensivi”
“E quindi?”
Essendomi stancato di questa discussione altamente inutile la smetto di utilizzare la voce e mi limito a guardarlo.
“Aykan riesci a pronunciare una frase che abbia in se più di una parola?”
Se fossi un umano ed anche condiscendente probabilmente al momento sospirerei, ma non volendo sprecare ulteriormente tempo, visto che le ore a mia disposizione prima del nuovo avvento del sole sono poche, decido di concludere in fretta, stando al suo gioco “Perché?”
“Perché è stancante parlare con qualcuno che ti rivolge una sola parola per volta.”
Questo è davvero troppo per i miei gusti, avendo sopportato fin troppo, mi rimetto ad eseguire le mansioni che mi ero prefissato ed alzo le spalle nella sua direzione.
“Deduco che questo sia un no, posso sapere almeno quali cambiamenti hai deciso di apportare alla MIA casa?”
...Sta continuando a disturbare la mia concentrazione “Poi.”
“... Poi...”
Ribadisce il mio concetto con un'espressione allibita poi con voce ironica prosegue “Appena vostra maestà avrà terminato potrebbe farmi la graziosa concessione di raggiungermi nel mio studio? Grazie.”
Se si aspettava che mi dilungassi a rispondergli per le rime, come avrebbe meritato, e non mi limitassi invece ad un lieve spostamento verso l'alto del mio sopracciglio sinistro, non ha ancora compreso che se una cosa non mi interessa, o se sono preso da altro, nulla mi può distogliere.
Noto di sfuggita che scrolla sconsolato le spalle e si dirige all'interno della casa, ma non me ne curo affatto, continuando imperterrito ciò che stavo facendo.
Solamente a meno di mezz'ora dall'alba lo accontento raggiungendolo nello studio e presentandogli i conti delle spese che dovrà affrontare.
Mi fissa per un attimo realmente basito poi, compito come sempre, seppur vagamente ironico, mi chiede spiegazioni in merito che non esito a dargli nonostante lo faccia come al mio solito brevemente.
Durante questo colloquio definiamo finalmente i dettagli di ciò che ci si prospetta da adesso in avanti.
Ognuno di noi avrà la massima libertà ed indipendenza, l'altro non dovrà minimamente intromettersi, a meno che ovviamente non sia qualcosa che concerna la sicurezza e la salvaguardia del signor Giovanni.

Da allora sono ormai trascorsi sei mesi e le nostre notti si sono succedute identiche.
Non è avvenuto nulla che potesse far ipotizzare una minaccia od un pericolo per la sua persona.
L'unico fatto successo, e neppure degno della minima rilevanza, è stata la scoperta di una cimice nell'ufficio di Luca.
Non si era reso conto di avere un avversario industriale che controllava le sue mosse tentando di tenergli testa sul campo.
Non che questo lo aiutasse minimamente visto che il mio datore di lavoro si dimostra essere un predatore anche nel settore dell'industria petrolifera di cui è capo, ma non conveniva che un tipo insignificante qualsiasi potesse ascoltare conversazioni anche private, perciò dopo aver distrutto il marchingegno con due dita mi sono premurato di evidenziare la talpa presente nel suo staff e di fare poi una visitina al suddetto individuo, che ho lasciato tremante e sconvolto e che ho saputo aver dato le dimissioni dal proprio impiego dirigenziale niente meno che la mattina successiva.
Al di là di questa piccola parentesi niente affatto movimentata, venuta però a spezzare la monotonia e la quotidiana routine che ci attornia, non è accaduto altro.
Ognuno di noi ha portato avanti parallelamente e separatamente la propria esistenza, facendole convergere ed intersecare solamente sulla questione della protezione di Luca.
Lui ha continuato a gestire i suoi affari nel mondo umano, controllando al contempo gli intrighi connaturati alla sua natura di Giovanni privo di affettati ed inutili scrupoli, mentre io ho accettato tutte missioni semplici e facilmente risolvibili nell'arco di pochi giorni, in modo da non lasciare troppo solo Luca, benché più passi il tempo più mi renda conto che in effetti lui non avrebbe affatto bisogno di me, visto che sa perfettamente difendersi da solo, ma probabilmente lasciare quest'incombenza a me gli permette di concentrarsi in altro.
Questa volta il mio lavoro è durato più lungo del solito, almeno rispetto a quelli svolti da quando sono arrivato qui a Bergen, ed è stato così improvviso che non mi ha permesso di avvisare il mio coinquilino, se così vogliamo ormai definirlo, della partenza.
Tuttavia non ritengo che Luca abbia considerato la mia assenza una sparizione, ormai ha imparato a conoscermi leggermente e credo sappia che non me ne andrei mai senza prima aver concluso un compito ed aver, ovviamente, ricevuto il giusto compenso.
Cammino senza fretta, godendomi il vento lieve che mi solleva i capelli e rientro silenziosamente, venendo però sorpreso dalla furia che mi ritrovo davanti appena varcata la soglia.
Luca mi fronteggia, avendomi probabilmente avvistato dalla finestra mentre attraversavo il vialetto, e mi si para innanzi con una rabbia inconsueta che trasforma la maschera di marmorea compostezza, che usualmente indossa, in una vivida rappresentazione dell'ira non trattenuta.
Mi aggredisce immediatamente a livello verbale non permettendomi nemmeno di avanzare lungo il corridoio e sbattendo la porta dietro di me.
“Si può sapere dove diamine sei stato? Che cazzo! Sparisci così senza avvisare?”
Suppongo sia la prima volta che lo sento imprecare, generalmente tende a mostrare la sua superiorità e la sua eleganza anche attraverso l'eloquio fine e ricercato.
La mia unica replica, un sopracciglio inarcato, sembra indispettirlo ulteriormente tanto che indirizza duramente un pugno contro un quadro, che so valere per altro una notevole somma, spaccandone la cornice di legno e continuando a fissarmi con un fuoco verde che anima le sue iridi.
“Aykan ti ho chiesto dove sei stato...”
La sua voce ha assunto una tonalità sibilante che mi indica, come se già non mi fosse più che palese, il suo stato d'animo decisamente alterato.
Mi decido finalmente a rispondergli, ma, dovendo sprecare la mia voce, faccio una specie di imitazione del suo assurdo modo di fare, pronunciando ad alta voce il nome che nessuno utilizza per lui ma che lo identifica, almeno dal mio punto di vista.
“Luca... missione improvvisa...”
La reazione che ha quando avverte quel che ho detto mi coglie del tutto inaspettato.
Mi afferra duramente per una spalla sbattendomi con violenza contro il muro.
Urto la spalla e nonostante la lieve fitta che mi attraversa, non presto la minima attenzione alla presa delle sue mani che mi penetrano quasi la carne fino a scavarci dei solchi che mi segneranno la pelle per almeno un paio di giorni, essendo del tutto concentrato a fissare questi abissi verdi che mi guardano con una rabbia ed un dolore che non avevo mai visto in nessun essere prima d'ora.
Mi chiedo quali e quanto forti siano i demoni che vagano dentro di lui, ed il motivo di questo suo stato d'animo improvviso, perché neppure la fredda e spietata crudeltà che costella continuamente la nostra esistenza, raggiunge l'intensità mostrata dalle due pietre taglienti e tormentate che tentano di ferirmi con la loro pericolosa immobilità.
I lampi che vi si avvicendano rapidi e letali sono quanto di più affascinante abbia mai osservato, neppure la gelida e languida carezza della mia fedele compagna, sovrana e signora Morte, mi ha mai colpito così profondamente.
Le sue dita scivolano sulle mie braccia in una parodia di carezza che non ci appartiene e mi vanno a ferire i polsi che stringono con forza, in una sorta di costrizione che potrei facilmente spezzare, ma che lascio intatta per vedere cosa vuole realmente.
Me ne rendo rapidamente conto quando un suo ginocchio inizia a strusciarmi allusivamente in mezzo alle gambe nel tentativo di farmele divaricare.
Appena ci riesce, solamente perché glielo concedo, prende a spingere rudemente contro di me, visibilmente eccitato.
E' come se la sua ira agisse da detonatore per la febbrile voglia che sento scorrere dentro di lui.
Posso quasi avvertire fisicamente le onde che lo attraversano, il contatto che va intensificandosi tra noi mi permette di intuire alla perfezione la sua mancanza di controllo e la lotta che si sta svolgendo al suo interno.
Preme contro di me, come se ne andasse della sua stessa non vita, come se seppellire una parte del suo corpo in me potesse renderlo libero da quello che lo divora.
Non distolgo un attimo lo sguardo dal suo, troppo preso da tutto quello che si sta scatenando in lui, come una tempesta buia e scura rischiarata da fulmini potenti e terribili, è una comunione quasi a livello spirituale quello che sta accadendo.
Lo sento, lo percepisco e lo ricevo in me, comprendendolo come non avevo mai fatto, come non mi era mai successo neppure con il mio maestro e so che per lui vale lo stesso pur non volendolo.
Mi getta per terra come un oggetto non voluto, ma non mi lascia andare, come se non riuscisse a liberarsi del tutto di me e questo lo rende ancor più pazzo e privo di raziocinio, se ancora ne possedeva.
Si sdraia pesantemente sopra di me tornando a farmi sentire nuovamente la sua virilità che stuzzica la mia, dopo essersi spogliato degli indumenti che rivestivano il suo membro ed aver strappato i pantaloni di cuoio che aderivano alla parte inferiore del mio corpo.
Mi guarda ferinamente, è come se la bestia che in noi ha trovato la sua dimora e la sua personificazione lo dominasse direttamente pur senza averlo soggiogato del tutto.
Entra in me, con una sola spinta brutale, i miei muscoli cedono al suo passaggio provocandomi un dolore che pulsa alto e soffocante che mi rende partecipe di quello che avviene anche in lui eppure non cedo, non smetto di tenere i nostri occhi uniti, perché questo mi permette di vincerlo e di essere più forte di lui.
D'altronde se cerca un appiglio in me ha bisogno che sia solido per non soccombere del tutto.
Il gemito alto che emette mentre esce e rientra ancora più a fondo, quasi cercasse di fondersi con me, scivola lungo e dentro di me al pari del suo corpo, quasi come il suo sangue che prende possesso completamente di me quando, dopo essersi furiosamente sfogato in me, si abbandona alla passione ed al cieco ricordo di ciò che eravamo e più non siamo.
(I vampiri non avendo più fluidi corporei ehm... come dire… eiaculano sangue ^^'' ndPam&Saku)
Resta lunghi ed interminabili attimi su di me, avvolto dal mio corpo che ancora lo circonda, quasi fremente, nonostante io sia stato fermo e privo di risposte o concessioni.
Quando la realtà degli eventi cala finalmente sulla sua coscienza, o sulla parte vigile e razionale che sembra essere stata dormiente durante questi istanti di puro abbandono alla follia ed all'istinto, le sue guance, se possibile, si fanno ancor più esangui, raggiungendo la stessa tonalità del bianco marmoreo delle statue di pietra.
Mi fa rialzare e muto mi conduce nella mia stanza poggiando quel che rimane dei pantaloni sulla sedia, dopo avermi fatto mettere sul letto.
Non mi guarda, nei suoi occhi un vuoto totale e sconcertante.
L'ultima cosa che avverto è la sua porta che sbatte, creando un eco che dura pochi istanti.
Poi è solo silenzio prima che l'oblio cada lentamente sui miei occhi, avvolgendomi con il familiare e vellutato nero che mi conduce nel sonno innaturale delle mie giornate.


POV TIZIANO

Il vuoto ed il freddo ormai non sono altro che miei fidi compagni, lo sono da sempre, da prima che nascessi, da prima che morissi, durante la vita che sapevo di non star vivendo, durante il periodo che sapevo non essere vita, perché era morte, morte nonostante respirassi e il mio cuore battesse, ero morto, lo sono da quando sono nato, lo sono da quando mi hanno tolto mia madre, perché almeno lei mi amava.
Non voglio giustificazioni, perché non ne ho.
Porto il nome dell'essere che più odio nell'intero universo, porto il marchio di mio padre.
Come lui si è preso il mio corpo con la forza, nel suo amore malato, così io ho fatto con Aykan, perché anche il mio amore lo è.
E' sporco e corrotto da ciò che sono, è insudiciato dalle mie azioni spregevoli, è infangato dal mio animo marcio, ma soprattutto, è macchiato, guastato, deformato, deteriorato dall'ossessione che mi guida.
Farlo sorridere, vedere il suo volto mutare d'espressione grazie a me, per una mia parola, per un mio sguardo, anche solo per un mio insulto.
Sono ossessionato da Aykan dal momento stesso in cui l'ho conosciuto e ho rovinato tutto ancor prima che qualsiasi cosa iniziasse.
Entravo in lui, e Luca, mio padre, entrava in me, volevo fargli male come quell'essere lo aveva fatto a me, non era Aykan che avevo sbattuto al muro, era lui… ma poi tutto è cambiato, mi sono reso conto che stavo sbagliando, che non era quello che volevo, non volevo ottenerlo in quel modo.
Ma ho continuato, perché sapevo che solo quello mi sarebbe stato concesso, perché ero perfettamente a conoscenza del fatto che niente e nessuno avrebbe mai potuto donarmi Aykan.
Non posso conquistarlo, non posso comprarlo, non posso raggiungerlo.
Lui è distante, il suo mondo per me è inaccessibile, la sua pelle è stata un sogno che ho potuto solo sentire per un attimo, per un lungo, interminabile istante, sentivo il cuore che scompariva del tutto eppure, morendo, gioiva per aver potuto almeno toccare, per un solo momento, anche solo la superficie di quell'essere fatto di morte e luce che accompagna i miei sogni e veglia sulle mie notti.
Non lo fa per proteggermi, per lui potrei anche morire, e sarei davvero felice di farlo, andrebbe bene anche se mi uccidesse, vorrei che almeno mi odiasse, che mi tagliasse in mille pezzi, mi strappasse il cuore e poi lo distruggesse davanti ai miei stessi occhi, gli appartiene, anche se non esiste è suo, così come è sua la mia anima marcia e la mia vita inesistente.
Non posso offrirgli altro, solo questo, è tutto quello che possiedo, e gliel'ho donato nel momento stesso in cui i suoi occhi mi hanno sfiorato, incatenato, imprigionato, anche se ancora non lo sapevo.
Ho distrutto tutto, ho fatto l'unica cosa che non concepisco, la sola azione che mai e poi mai avrei voluto compiere… e l'ho fatto con la sola persona che è stata in grado di farmi provare un sentimento, un sentimento vero, degno di un essere umano.
Ma io non lo sono, sono solo un abominio che cammina ed a me non è concesso amare, non potevo far altro che prendere un sentimento così puro e tramutarlo nella sporcizia che mi porto dentro, non potevo far altro che insozzare e deturpare la sola cosa che avrebbe potuto salvarmi, farmi illudere di essere ancora, o di essere mai stato, un essere umano.
Non ho giustificazioni, non trovo niente che possa salvarmi, un appiglio che mi spinga a credere che per me c'è una speranza.
Sciocca speranza, tipica degli essere umani, creature inette ed insulse che sono disposte ad attaccarsi a sciocche illusioni pur di andare avanti, di continuare a camminare in una landa di tristezza e disperazione, morte e distruzione, finché la falce di Uriele non si abbatterà su di loro, portandoli via, come le Parche avevano stabilito sin dall'inizio dei tempi, e come è giusto che avvenga.
Io sono così.
Per la prima volta, in tutta la mia esistenza, mi rendo conto di essere una patetica creatura, un verme che si attacca con tutta la forza che la disperazione gli dona, pur di non lasciarsi andare, cadere nelle braccia della Morte, nostra unica guida e padrona, tutto pur di non lasciarle il pieno controllo dell'anima che crede di possedere ancora.
Se anche fosse stato così, sino a pochi attimi fa, ora… ora è tutto finito… tutto nella violenza… perché il sangue lava il sangue, la morte porta la morte e la violenza conduce alla violenza.
Raccoglierai ciò che hai seminato, e io, che non ho disseminato altro che morte, distruzione, odio, rancore e vendetta, niente altro potrò raccogliere, nonostante mi sia illuso di poter amare.
Il mio amore è vero, ma è altrettanto veritiero il dolore che ho causato alla persona che amo.
E mai niente e nessuno potrà salvarmi o redimermi.

Non so assolutamente quanto tempo passa, nulla ha più senso, nulla ha più importanza… ho superato ogni limite, sono diventato tutto quello che odiavo, tutto quello che mai e poi mai avrei voluto diventare e Aykan… il mio amato Aykan…
La veglia si alterna al sonno impostomi dal giorno, se fossi umano avrei fame, la barba lunga, i vestiti dell'altra sera ancora addosso, i pantaloni semi aperti, non ho avuto nemmeno la forza di sistemarli… come mi sono ridotto?
Cosa sono diventato?
Sono… ore?
Giorni?
Mesi?
Anni, forse?
Non faccio altro che riflettere e ripensare a tutto quello che è successo, tutto quello che ho provato, quello che lui potrebbe aver subito o sentito… e non riesco a far altro che pensare, vedere immagini susseguirsi, un passato lontano che si mescola ad uno così recente e vicino…
Sono stato violentato da mio padre.
E allora?
Questo giustifica forse le mie azioni?
No, assolutamente no.
La sete di sangue comincia a crescere prepotente e questo mi ricorda di essere null'altro se non una bestia assetata solo di quel liquido scarlatto che scorre nelle vene di chi è ancora vivo, e che nelle mie non fa altro che prolungare l'agonia che mi guida.
Sono una belva, assetata di sangue e sesso, un animale che pensa solo ai propri bisogni e che segue solo i propri istinti.
Mi ha chiamato Luca, la cosa che più odio.
Odio che ci si rivolga a me con quel nome, odio sentirmi paragonato a lui, ma è anche vero che non posso fare niente perché gli altri non mi ci chiamino… potrei presentarmi come Tiziano, ovviamente, ma è sempre stato una specie di monito, un ricordo lontano che potesse servirmi da avvertimento: mai diventare come lui.
E come lui sono divenuto.
Un essere malato e disgustoso che non sa distinguere il bene dal male.
Forse sono sempre stato così, mi sono solo illuso di essere diverso… forse… solo forse… ma le supposizioni non servono…
Ho violentato Aykan, la persona che amo, e non c'è altro da dire.
Speravo che almeno per lui sarei stato Tiziano, quell'essere che tenta di sembrare umano, che cerca di ricordare cose che non ha mai conosciuto e che prova disperatamente a dimostrare al mondo intero che anche lui è capace di amare, ma…
Per Aykan l'amore non esiste, per lui nulla ha significato, e se anche ce l'avesse di certo, non sarei io a sapere cos'è…
Dove va quando è via?
Chi c'è nei suoi pensieri?
Non vederlo tornare per intere notti, svegliarmi e non trovarlo a casa, non sapere dov'era, non sapere COME stava, sono impazzito, sembravo una belva in gabbia, uno di quei grandi felini che girano inquieti dietro delle sbarre di una prigione, quegli animali che negli occhi hanno la volontà di cambiare il destino che gli si sta parando di fronte, ma non hanno i mezzi per farlo.
Volevo sapere se Aykan stava bene, se sarebbe tornato da me.
Certo, non da me in quel senso, ma anche sapere che divide la mia stessa casa, in questi mesi, me lo sono fatto bastare... mi sarebbe stato sufficiente ancora, forse…
Non ricordo quante volte l'ho sognato, non rammento quante volte sono finito a masturbarmi pensando a lui, nonostante non abbia istinti sessuali perché morto, lui riesce a suscitare persino questo in me.
E per lui, non sono altro che… Luca… un essere cinico, senza scrupoli, qualcuno che non si piega di fronte a niente e nessuno, qualcuno che non si scompone mai per niente, qualcuno che si sente il padrone del mondo, o almeno il padrone del suo mondo.
Ma tutto questo è sparito di fronte a lui, tutto quello che mostro di me, è solo una facciata, o meglio, sono davvero così, ma sono anche Tiziano, qualcuno che ama con tutto se stesso, con una forza ed un'intensità così totali da star male, tanto da far sanguinare il cuore, Tiziano che ama qualcuno che non lo amerà mai, qualcuno che probabilmente nemmeno sa cosa sia l'amore.
In me vivono due persone, e mentre una è morta perché ha cercato di soddisfare il suo amore, l'altra è più viva e forte che mai, perché ha visto morire quell'amore in un atto di pura e gratuita violenza… e solo perché mi ha chiamato col nome sbagliato.
Avevo paura e cosa ho fatto?
Non l'ho abbracciato dicendoglielo, no… l'ho preso con la forza.
I miei pensieri, sempre gli stessi, ripetitivi e monotoni, vengono interrotti dalla porta che si apre.
Non l'avevo chiusa a chiave?
Sì… ma allora?
Un raggio di luce, proveniente dal corridoio mi illumina a stento i piedi.
“Fammi entrare.”
La sua voce… bassa, roca, imperiosa… perfetta…
Questo deve essere un sogno, sono ancora nel torpore diurno, e la mia mente ha deciso di giocarmi un brutto tiro.
“Entra.”
Visto che è solo un sogno, od un incubo forse, che senso ha non farlo entrare?
Ora, potrei fare tutto, riparare ad ogni errore, o forse, solo chiedergli scusa e vederlo andar via…
Aykan entra con il suo passo lento e regolare, marziale quasi, ma non duro, cammina leggero, ormai sono abitato a vedermelo spuntare alle spalle senza aver avvertito minimamente il suo arrivo… lo conosco così bene… pur non conoscendolo, avverto la sua anima nera e la sento vicina alla mia… anche se solo perché è questo che mi illudo di sentire… perché so che lui, per un essere abietto come me, è assolutamente irraggiungibile… esattamente com'è inaccessibile l'angelo della fontana che si trova davanti alla porta di questa casa, per il demone che impugna il forcone nella speranza di piegarlo al suo volere e renderlo più facilmente accessibile…
E' come se lui fosse il più puro degli angeli, ed io il più peccaminoso dei diavoli, sebbene non credo Aykan gradirebbe molto questo paragone… in ogni caso, non c'è niente di più lontano di noi due…
Intravedo, nonostante lo sguardo fisso sui piedi, tre bottiglie di sangue che vengono poggiate accanto ad essi, capisco chiaramente che sono per me, ma perché?
Perché mai dovrebbe darmi del sangue?
Questo non può essere altro che un sogno.
Nonostante il raziocinio mi dica che bere, ora come ora, è l'ultima delle mie priorità, la Bestia ha il sopravvento, e la fame di sangue vince su ogni altro pensiero, spingendomi a scolare le bottiglie in pochi attimi.
Nonostante la sete sia placata, l'animo di Tiziano continua a piangere disperato, soprattutto intravedendo i piedi di Aykan, senza avere la forza di guardarlo, mentre Luca urla che ha vinto su tutto.
“Sei già morto una volta, vuoi morire di nuovo?”
La sua voce è sempre la stessa, non una lieve sfumatura, niente di diverso, né in bene, né in male.
Alzo appena il viso e sento i miei occhi svuotarsi di quel poco che gli era rimasto, perché sto per incontrare il viso dell'essere che amo più di ogni altra cosa e che più di ogni altro è riuscito a tirare fuori il peggio di me.
“Che senso ha vivere?”
“Che senso ha NON vivere? Tira fuori il coraggio e la forza che ti ho sempre attribuito… io non sbaglio mai, non posso aver errato a giudicarti.”
Questa è la frase più lunga che gli abbia mai sentito pronunciare… sono allibito e spiazzato, non so cosa dire o fare, posso solo limitarmi a chiedermi perché mai lui si stia comportando così, per dimostrare a se stesso che davvero non sbaglia mai?
Certo, non può esserci altra spiegazione, perché che altro interesse potrebbe avere?
Salvarmi?
Essere la mia roccia salda?
Non scherziamo…
Senza nemmeno rendermene conto mi alzo e compio i pochi passi che mi permettono di raggiungerlo.
“Aykan…”
La mia mano si posa lieve e delicata sulla sua guancia, la sfiora in una carezza che sembra inesistente,ma che per me vale più di mille parole e di mille altri tocchi.
Fredda consistenza fatta di sogno, pelle di alabastro, che del prezioso materiale ha la stessa impalpabile solidità, la stessa perfezione, nessun difetto, seppur minuscolo, deturpa questo viso immutabile.
Eppure… vorrei vedere questa statua variare espressione, anche per un solo istante, anche per un solo momento vorrei poter vedere i suoi occhi assumere una qualche sfumatura, lieve od intensa, accennata o dirompente… vorrei che i suoi gesti fossero meno calcolati, la sua mente meno distante… vorrei tante cose e tutte impossibili… ma se per un solo attimo potessi vedere un lieve sorriso… allora potrei anche morire... morire ricolmo di una felicità senza limiti, quella che solo il sorriso dell'amato può dare.
Lui mi guarda e basta, mentre si volta mi sembra quasi di scorgere un ghigno di soddisfazione, ma non è altro che una mia sciocca e vana illusione, rientro nella mia stanza per darmi una sistemata.
Forse… mi attende una nuova vita?

FINE