
- nona parte -
Le mie due anime per te
- VITA -
L’ho fatto, l’ho fatto per davvero!
Ho chiesto a Vajrin di sposarmi e lui ha accettato. Adesso andrà tutto bene… vero Milos?
So che io e te non siamo mai andati d’accordo, so che… però quando Vajrin stava male e tu non riuscivi ad abbracciarlo, io sono stato utile, vero?
Ti sono servito almeno un po’, vero?
Mi odi perché Vajrin ama anche me?
Io vorrei solo che andasse tutto bene, ora vorrei che si sistemasse tutto.
È vero quello che ho detto a Vajrin: ero invidioso di te, di quello che avevi avuto, del tuo corpo, e poi sai quanto ti ho odiato perché mi hai sempre tenuto fuori? Da te, dai tuoi ricordi, dagli incubi, da tutto!
Volevo proteggerti.
Mi… mi stai parlando?
Così sembra, non trovi?
Mi odi?
No, non ti odio.
Ma prima mi odiavi! Adesso… perché no? È per Vajrin? Per far felice lui?
Sì… e no.
E per cosa allora?
Per te.
Per me?
Una grande stanza senza pareti, un’oscurità completa, solo due porte, una di fronte all’altra, una nera e l’altra bianca, risaltano sulle parete invisibili, sulla tenebra che domina ogni cosa.
Per come sei, per quello che hai fatto per me e per Vajrin.
Ma non sono solo un intruso?
Una sottile luce fuoriesce da una delle due porte, benché ancora chiusa. Uno spicchio di chiarore che definisce, a stento, almeno i contorni delle due porte.
Solo un po’.
Ah… ecco… lo sapevo…
Sapevi anche di essere molto stupido?
Sì, lo so.
Perché avevi tutte quelle relazioni?
Non sono state mica tante! E tu perché non le avevi?
Sono stato violentato.
Co… cosa?
È quello che sogno ogni giorno, il ricordo dello stupro, dell’incendio che mi ha lasciato quella cicatrice, della morte della mia famiglia. Gin mi ha trovato, mi ha dato il suo sangue senza che lo sapessi, poi ho tentato il suicidio e lui mi ha reso vampiro. Prima però ho ucciso chi mi aveva distrutto la vita.
Perché non me lo hai mai detto?
Per evitare questo.
Cosa?
Le tue lacrime… e per paura.
Io non sto…
Gocce salate che bagnano l’oscurità avvolgente, nonostante le porte siano chiuse attraverso quella bianca si può vedere, si può comprendere. Attraverso quella nera… solo oscurità, solo silenzio.
Paura di cosa?
Paura di te, di soffrire ancora, di essere giudicato, di essere abbandonato.
Per questo cacciavi Vajrin?
Sì, e perché credevo di non meritare una luce così forte.
Già… è un angelo.
Non hai risposto: perché tutte quelle storie?
Per sentirmi vivo, per fare qualcosa che fanno i vivi, per cercare il sole.
Ma non l’hai mai trovato.
No, non fino a Vajrin.
Com’è il sole?
Caldo, luminoso, avvolgente… e per te com’è?
È la vita.
Sì, è la vita.
Silenzio, paura, attesa.
Lo spicchio di luce continua ad uscire e cerca di illuminare l’oscurità, eppure il luogo da cui proviene è buio, come se oltre la porta ci fosse un mondo diverso… ed è così… eppure la luce non c’è, eppure la luce c’è.
Milos?
Dimmi.
Come fai a vedermi?
Tu non mi vedi?
No…
Mh, ho capito…
Silenzio, ancora.
La porta si apre, la luce invade l’oscurità. Una stanza bianca, senza pareti, senza limiti,nulla se non due figure, due immagini speculari, uguali e diverse, divise e unite.
Vai tu da Vajrin stasera?
No, vai tu.
Come mai così magnanimo?
Perché sono felice.
Un sorriso, una lacrima, un abbraccio e poi… la luce.
MILOS
Oggi gli incubi sono finiti prima del solito, sentivo che il sole non era ancora sorto, però i ricordi erano svaniti, tutto dissolto.
Ho parlato con Eros. Non l’avevamo mai fatto così.
Vajrin strofina la guancia sul mio petto e apro gli occhi per guardarlo.
Una luce immensa e tenera che illumina tutto quello che circonda, un mare infinito in cui tuffarsi e che sembra in grado di inglobare tutto ciò che di brutto esiste, tutto questo, solo con uno sguardo, solo con un sorriso.
“Milos!”
Non gli do il tempo di dire altro, sono sulle sue labbra e le divoro, le bacio, le mangio, le assaggio, le assaporo.
È come se all’improvviso fosse tutto diverso, come se la mia vita avesse ripreso a scorrere dal momento in cui è stata interrotta.
Eppure è diverso, è tutto diverso, tutto nuovo.
Non ero così secoli fa, non ero in questo modo. Quello che ho vissuto, quello che ho provato, non posso cancellarlo, non posso semplicemente farlo scomparire.
Quello che sono ora, la persona che Vajrin ama, anche se ancora stento a capire come e perché, è il frutto di tutto quello che è accaduto in passato.
Ringrazio il cielo di non dover respirare così da non dovermi staccare da queste labbra.
Ci baciamo per tutto il tempo in cui facciamo l’amore, ci separiamo solo per far concentrare il piacere in suoni inarticolati che riempiono l’aria come fossero respiri mozzati, come fossero battiti accelerati. Lo bacio, ancora e ancora, tutto ciò che ottengo è solo la vita che mi sono sempre rifiutato di affrontare.
Vajrin fa le fusa come fosse davvero un micetto, un gattaccio nero che si struscia in cerca di carezze e grattini sul mento. Se avessi voluto un gatto, non avrei fatto prima a prenderne uno? Invece mi ritrovo con un compagno che fa le fusa e un deficiente nella testa che sospira perché vorrebbe sentirle lui.
Non sono deficiente!
Se lo dici tu…
Cattivo!
“Ahia!”
Vajrin si tira su di scatto e mi fissa impaurito.
“Che c’è? Che ho fatto?”
“Tu niente gattino… è stato Eros.”
“Eros?”
“Mi ha dato un calcio perché ho detto che è un deficiente… ahia! Smettila!”
L’assoluta mancanza di reazioni di Vajrin mi lascia interdetto. Che ho detto di sbagliato? Non è colpa mia se ho questo tizio nella testa! Se vuole glielo regalo volentieri!
Mi ritrovo con Vajrin sdraiato sopra, completamente sommerso dalle sue braccia, dalla sua gola provengono fusa sempre più forti e singhiozzi incontrollati.
Lo stringo e lo bacio apprensivo.
“Vajrin, che c’è?”
“Sono… sono… sono tanto felice!”
Non sono molto certo di capire, intensifico la stretta e gli accarezzo i capelli e la schiena con lentezza. Potrei eccitarmi di nuovo se pensassi alla nostra posizione, ma faccio forza su me stesso e lascio che Vajrin si calmi.
“Perché?”
“Vi parlate! Voi due vi parlate!”
“Sì amore, e allora?”
“È meraviglioso! Vi amo tanto!”
“Anche io… noi, anche noi.”
Vajrin piange più forte e mi serra le braccia attorno al collo quasi a soffocarmi, ma mi sta bene così, voglio sentirlo sempre più vicino, fino a far fondere i nostri corpi e le nostre anime. In ogni caso non c’è aria da sottrarre ai polmoni, c’è solo la vita che lui decide di dargli.
Forse è eccessivo ma trovo che non possa esserci altra via, altra strada, solo questa.
Mi sono ritrovato innamorato di Vajrin senza che lo volessi e senza che nemmeno mi accorgessi che quel sentimento stava nascendo. Ora mi rendo conto che non è solo amore: è ossessione, è possesso, è bisogno, è l’infinito racchiuso in un copro, cerca di espandersi, di rompere gli argini che lo raccolgono e travalicare i limiti imposti senza una ragione.
“Ehi gattaccio, non dovevo dirtelo?”
“No! Scusa io… scusa!”
“Shh… basta amore, non piangere ti prego… non è una bella cosa?”
“Sì! Per questo piango! Sono tanto felice!”
“Micio non piangere così, dai. Al matrimonio non lo farai, vero?
“Scusa! Eros mi ha chiesto, hai ragione… ma… a te… insomma… cioè…”
“Vuoi sposare solo lui?”
“No! Io… insomma… cioè…”
Arrossisce come se fosse ancora vivo, sono certo che ora il suo viso sarebbe bollente se i nostri corpi fossero ancora caldi, così come lo sarebbe il mio cuore.
“Non so bene come potremo fare, ma tanto siamo morti, non dobbiamo mica sottostare alle leggi degli umani, no?”
“Perché… insomma… vuoi…”
“Perché sei tu, perché sei mio, perché mi rendi vivo, perché con te sono vivo, perché mi sono accorto che non ha importanza come io mi comporti con gli altri o con me stesso, tu sai chi sono, lo sai molto meglio di me.”
Gli occhi gli si fanno lucidi e mi sorride con una dolcezza unica. Lo vedo che non crede alle mie parole, so che non si sente all’altezza. Ma all’altezza di cosa? Di un morto che cammina e che nutre sentimenti mai provati prima? Ho smesso di sentirmi un verme, ho ancora delle riserve su me stesso, però ho Vajrin, non m’importa più di non essere adatto a lui.
Purtroppo questo gattaccio ha fatto un passo falso ed è rimasto intrappolato nella tela di un ragno velenoso. Lo ucciderò lentamente, ma sarà felice, se continuerà ad amarmi e mi permetterà di rimanergli accanto lo renderò felice, distruggerò il mondo intero pur di vederlo sorridere. Vajrin ha scelto con le sue stesse mani di che morte morire, avvinto in spire sempre più strette, nella spirale senza fine di un amore infinito che cancella ogni cosa. Ed è lo stesso modo in cui intendo morire io.
Morire di nuovo, entrambi, per cominciare a vivere di nuovo, per davvero.
“Milos… tu sei…”
“Ti amo… e non m’importa se mi vuoi sposare o no, non mi serve una cerimonia, una fede al dito o chissà che altro. Ti amo e lo farò in eterno, mi dispiace ma devi accettarlo.”
Mi butta di nuovo le braccia al collo e stavolta è lui a iniziare un bacio profondo e senza fine, un bacio con cui riesce a trasmettermi una pace e una calma che non credevo possibili.
Mi sfiora la cicatrice sullo stomaco con una mano, i polpastrelli leggeri e lenti disegnano cerchi invisibili mentre continua a baciarmi. Credo che inconsciamente cerchi di cancellare il passato anche con questi gesti.
Il passato, però, non esiste più, non ha più ragion d’essere. Forse continuerò ad avere degli incubi tremendi durante il sonno, ma al risveglio ci sarà sempre Vajrin a cancellarli, lo so.
“Milos?”
“Mh?”
Appoggiato come sempre con la testa sul mio petto, Vajrin disegna segni incomprensibili sulla mia pelle con dita leggere, in un gesto ormai rituale dopo l’amore. Sono giorni che non usciamo di casa, abbiamo una scorta sufficiente di sangue in frigorifero, possiamo passare la prossima settimana sdraiati, senza mai muoverci, spostandoci solo per cambiare luogo in cui abbracciarci nel senso più intimo del termine. Da quando sono così romantico?
Me l’hai messo tu questo pensiero sdolcinato in testa, vero?
Di certo è molto più dolce e carino di quello che volevi dire tu!
Che volevo dire io, secondo te, scusa?
Sicuramente qualcosa del tipo: voglio spostarmi solo per scopare!
Eros sei un porco!
Ehi! Sei tu che fai certi pensieri! Uffa!
“Milos?”
“Scusa amore stavo discutendo con Eros.”
“No! Perché litigavate?”
“No amore, stavamo solo decidendo chi è più porco.”
“Eh?”
“Stavamo vedendo chi ha più fantasia per luoghi e posizioni…”
Sorrido, credo di essere malizioso e Eros mi dà un calcio, non so come faccia, ma lo fa.
“Ahia! Cominci a rompere, sai?”
“Ma… ma… ma… insomma… cioè… io… ecco…”
“Micio non tu! Eros mi ha dato un calcio… Non arrossire dai!”
Lui diventa ancora più rosso e mi nasconde il viso sul collo, sparisce completamente contro la mia spalla e io non posso far altro che abbracciarlo e sentire le labbra che mi si piegano in un sorriso dolce e appagato.
“Che volevi prima gattaccio?”
“Ma prima… quando hai detto tutte quelle cose sul fatto che non ti interessano… cioè… insomma… cerimonie e… cioè… mi stavi ecco… chiedendo… di…”
“Mi vuoi sposare?”
Che ho detto? Cazzo! Che coglione! Volevo fare quello che non ha bisogno di certe romanticherie…
Gli occhi di Vajrin, luminosi e luccicanti di lacrime che credo… so essere di gioia, mi si piantano nello sguardo e non m’importa più niente di quello che ero, di quello che avrei voluto o dovuto fare.
Mi comporto come mi viene, che c’è di male?
Non so bene chi sono o cosa sono diventato, però mi basta che a Vajrin piaccia la persona che ha di fronte.
Probabilmente dovrei vivere solo per me stesso. L’ho fatto per più di trecento anni e ho ottenuto solitudine, rabbia e dolore.
Vivendo per Vajrin so cosa otterrò: gioia, serenità, pace, amore.
Anche se non dovessi ottenerli, l’inferno che mi si presenterà non sarà di certo peggiore di quello che ho vissuto fino a ora, in ogni caso ci sarà Vajrin accanto a me e tutto sarà migliore.
Ora lo so. Ora che conosco il paradiso posso affrontare qualsiasi inferno.
Ho fatto a botte con Eros. Alla fine ho vinto io, per fortuna.
Erano tre giorni consecutivi in cui lui si svegliava e stava con Vajrin.
So che sono usciti, so che hanno fatto l’amore in ogni angolo della casa e so che hanno cominciato a progettare il matrimonio. Sono riuscito a sgattaiolare fuori ogni tanto, per pochi minuti, giusto il tempo di un bacio o due, solo gli attimi necessari per guardare Vajrin e ricordarmi che ora sono vivo.
Sia io che Eros, ora, siamo perfettamente coscienti del tempo che passa, credo che si sia instaurato un nuovo equilibrio, persino gli incubi sono molto più sopportabili, o almeno mi sembrano così.
Stasera sono dovuto uscire per andare all’Alabaster Angel, mi hanno offerto un lavoretto semplicissimo ma ho rifiutato.
Non è da me, vero. Ma adesso il me che accettava tutto quello che di rischioso poteva esistere sulla faccia della terra ha un gatto di cui occuparsi, non sia mai che rimanga senza qualcuno che gli riempie la ciotola…
Vajrin era incerto, l’ho lasciato da solo per cinque minuti, non di più, mi sembrava una dimostrazione di fiducia nei suoi riguardi, invece ho interrotto il colloquio con Serych, sono uscito dal suo ufficio, ho recuperato il gattaccio e poi sono rientrato.
Al diavolo tutti i pensieri degli altri, non me n’è mai importato, non inizierà a fregarmene di certo ora.
Vajrin avrebbe sospirato di sollievo se avesse potuto, una volta usciti da quella stanza. Non ha detto niente e io nemmeno, ma entrambi sappiamo che non mi lascerebbe andare da nessuna parte, soprattutto non da solo. Potrei portarmelo dietro, ma non voglio assolutamente fargli correre dei rischi, fosse anche solo quello di farsi qualche graffio, per… per cosa? Ho altro a cui pensare ora, tenere un gatto è una cosa molto impegnativa.
Mentre Vajrin mi sta seduto di fianco e io lavoro al tornio, cosa che non facevo da mesi, il telefono squilla ed è lui a rispondere. Lo vedo arrossire e poi balbettare qualcosa simile a un “Sì, un attimo prego.” prima di passarmi la cornetta.
La lascio nelle sue mani e me la faccio avvicinare all’orecchio.
“Sì?”
“Ma possibile che hai sempre questo vocino con il tuo papino?”
Gin. Mi ero quasi dimenticato della sua esistenza, già, quasi.
“Ciao Gin.”
“Ciao Milossuccio! Cattivo! Sono mesi che non ti fai sentire! E anche Eros non mi chiama da tanto!”
“Si vede che avevamo da fare.”
“Sì, immagino cosa! Di chi è quella vocetta adorabile che mi ha risposto?”
“Di Vajrin.”
Il mio gatto arrossisce di nuovo e mi sorride timido mentre continua a tenere il telefono.
“Vajrin eh? E chi sarebbe?”
“Che gli hai detto?”
“Eh? Niente, solo di passarmi te o Eros.”
“Che gli hai detto Gin?”
“Ciao dolcezza, non so chi tu sia ma potresti passarmi Milos o Eros? Perché?”
“Niente.”
“Mh, Milos?”
“Sì?”
“Sei al telefono con me da un minuto e mezzo!”
“E allora?”
“Non hai ancora attaccato!”
“Posso sempre farlo.”
“No! Non abbandonare il tuo paparino!”
“Mh…”
“Hai un fratello.”
Silenzio.
Che ha detto? Mi sembra che la mascella mi possa cadere per terra staccandosi dal viso, poco male, posso provare a rigenerarla come un qualsiasi altro arto o pezzo di corpo.
“Ho un… cosa?”
“Un fratello. L’ho abbracciato tre anni fa ma mi sa che mi sono sempre dimenticato di dirvelo… eh… scusa…”
“Scusa? Che cazzo dici? Ma che cazzo fai?”
“Ma è un tesoro, sai?”
“Sono senza parole…”
“Che novità! Tu non parli mai! Mica sei come Erossuccio!”
“Sta per collassare, Erossuccio.”
“Parli con Eros?”
Ecco Gin, un attimo è scemo come un ragazzino di dieci anni, l’attimo dopo serio come il vampiro vecchio di secoli che in realtà è.
Da quando sono ‘rinato’ ho escluso anche lui dal mio mondo, mi ha reso ciò che sono, mi ha salvato e a suo modo ha provato a starmi vicino, ma io non avevo la forza di affidargli nemmeno una briciola d’affetto. Lui e Eros sono andati subito d’accordo, Gin lo ha istruito su tutto. Appena ‘nato’ Eros aveva tutto il mio bagaglio di conoscenze, sapeva cosa era e cosa ero io, sapeva tutto quello che Gin mi aveva spiegato, però non aveva ricordi. Il suo primo ricordo, se non sbaglio, è Gin che gli sorride e gli dice “Benvenuto al mondo”.
I ricordi di Eros non sono mai stati inaccessibili per me, lo invidiavo anche per come riusciva a parlare di tutto e di niente con Gin.
“Così pare.”
“Chi è Vajrin?”
“Il nostro compagno.”
“Di entrambi?”
“Sì.”
“Oh povero piccolo! Chissà quanto lo stancherete! Dev’essere devastante stare con due come voi! Voglio conoscerlo!”
“No.”
“Sì! Non vorrai mica impedire al tuo adorato papà di conoscere il tuo compagnuccio, no?”
“Sì.”
“Crudele! Lo chiederò a Eros!”
“Ho capito, quando arrivi?”
“Oh, bravo bimbo di papà! Domani prendiamo l’aereo! Saremo a Bergen a metà nottata, veniamo direttamente a casa!”
“E dove starete, scusa?”
“A casa tua, ovvio.”
“Ovvio un cazzo! Dove pensi che le metto due persone? Te lo ricordi che ho una sola stanza in più?”
“Oh, non preoccuparti Ares piccolo e tenero non è come te! Lui dorme con il suo papà senza problemi, così come fa Eros! Oh! Non c’avevo pensato! Ho due figli con nomi di dei greci!”
“Non sbattere le ciglia con lo sguardo sognante!”
“Ma… come fai a saperlo?”
“Ti conosco, purtroppo.”
“Mi piace come sei diventato, devo ringraziarlo.”
Di nuovo serio, ora invece ride di nuovo come uno scemo, cambia attimo dopo attimo eppure è sempre lui.
“Da quando te la fai con gli uomini?”
“Finora mai! Altrimenti credi davvero che io ed Eros non avremmo mai…”
“Basta! Per carità non voglio nemmeno pensarci!”
“Cattivo!”
“Tzè.”
“Dì al cucciolino lì che lo strapazzerò di coccole.”
“E se fosse alto quanto te?”
“Beh in ogni caso ha una voce dolcissima da cucciolino!”
“Stagli alla larga.”
“Certo, come vuole il mio piccolo e tenero Milossuccio!”
“Ciao Gin.”
“Ecco, adesso mi abbandoni?”
“Sta cominciando a venirmi mal di testa…”
“Va bene, mi rassegno… ma domani… vedrai! Ah ah ah! Dici che la risata era brutta?”
“A domani Gin.”
“Sì, sì, ho capito, altrimenti chiudi il telefono! Ciao piccolino di papà a domani!”
Non rispondo nemmeno perché lui ha già chiuso. Con le mani ancora immerse nella creta e il tornio che gira, osservo Vajrin che si muove a disagio spostando il peso a un piede all’altro, segno evidente che è in ansia.
“Domani verrà qui il mio sire. A quanto pare ha fatto un altro figlio e si era dimenticato di dirlo. Idiota.”
“Ma… io… insomma… ecco… devo sistemare… e poi… sono brutto… e ti vergognerai!”
La creta si affloscia su se stessa e con le mani sporche afferro Vajrin e lo bacio con foga, causandogli un gemito di sorpresa prima e di piacere poi.
“Il vaso…”
“Lascialo stare.”
Lo prendo in braccio, osservo i suoi occhi già annebbiati di desiderio e lascio che tutto l’amore che provo per questa creatura fragile e tenera si riversi in lui, nel suo corpo e nel suo cuore.
Se lui mi dà la forza per andare avanti, io posso dargliene quel briciolo che gli serve per affrontare la conoscenza della mia famiglia, no?
EROS
Quando il campanello suona io e Vajrin abbiamo appena finito di sistemare casa. A dire il vero non c’abbiamo perso molto tempo e abbiamo fatto tutto di corsa, però Gin può trovare anche casa in disordine per quel che m’importa! Dovrò fargli una bella ramanzina per non avermi detto di avere un fratellino!
Appena apro la porta mi ritrovo sommerso da due braccia senza nemmeno riuscirne a vedere il possessore, però non ci sono dubbi su chi mi stia stringendo. Riuscirei a riconoscere la sensazione di questo abbraccio e di questo petto tra milioni.
Gin è stato molto importante per me, soprattutto all’inizio, quando una notte ho aperto gli occhi e sapevo che non c’era niente nel mio passato. Non so come abbia deciso il mio nome, so solo che quella notte sapevo che io ero Eros, che Milos era la mia controparte e che lui, e quindi anche io, era un vampiro, con annessi e connessi sulla mia… nostra condizione.
Gin è diverso in ogni istante, Gin è… beh è mio padre, non posso definirlo altrimenti.
“Papà!”
“Erossuccio! Cucciolino mio! Fatti vedere! Ma quanto sei bello! Pensavo ci sarebbe stato quel mostro insensibile! Ma tu ti fai fare le coccole! Che bello!”
“Il mostro insensibile dice che gli ho rubato il posto… ma non è vero! Volevo solo vedere il papino e il fratellino! Ahia! Sì, ho capito, ho capito!”
“Cosa tesoro dolce e piccolo?”
“Ha detto di smetterla di fare il deficiente come te.”
“Ma… ma… ma… cattivo! Non si tratta così il papino!”
“Lascialo stare, lo sai che Milos non capisce niente!”
“Vero!”
Un altro abbraccio e di nuovo quella sensazione di tranquillità. Gin è un bell’uomo ma non ho mai pensato a lui in quel senso, forse per tutto quello che ha fatto per me, oppure solo perché è mio padre. Lui mi ha aiutato a capire, lui mi ha aiutato a superare tutto. All’inizio ero sempre depresso, ma Gin mi ha permesso di capire chi ero davvero. Vajrin, ora, mi ha fatto scoprire chi sono adesso e chi voglio essere in futuro.
“Allora patatino, mi presenti Vajrin?”
“Sì! Dai entrata!”
Solo quando Gin si sposta dal mio campo visivo riesco a vedere il ragazzo che è alle sue spalle. Gin dimostra poco più di trent’anni, ne aveva trentadue per la precisione, quello che credo essere mio fratello, invece, ne dimostra una ventina come me. È altissimo, supera il metro e novanta, e ha un faccino carinissimo!
È indubbiamente bello, gli occhi nocciola lo rendonbo dolce, anche solo guardandolo si ha quest’impressione.
“Eros amoruccio, prima che dia tutto per scontato, di nuovo, lui è Ares, il mio piccolo bimbo… anche tu sei il mio bimbo! Non credere che non ti voglia più bene perché è nato un fratellino!”
“Lo so papino, tranquillo.”
“Eros! Finalmente ti conosco!”
Ha una voce profonda ma suscita subito simpatia. Gli tendo la mano ma lui l’afferra a poi mi abbraccia.
“Papà mi ha parlato così tanto di voi! Non vedevo l’ora di conoscervi! L’altra sera ci siamo accorti che ancora voi non sapevate niente, ma io e papà eravamo certi di avervelo detto! Per questo ieri sera vi avevamo chiamato. Dobbiamo esserci dimenticati o forse era naturale pensare lo sapeste… parlo troppo, vero?”
“No, affatto!” Sorrido divertito e ricambio l’abbraccio di questo sconosciuto.
All’improvviso mi ritrovo con un fratello e mi sembra di conoscerlo da sempre, anche se so a stento il suo nome.
Ares è un tipo esplosivo, sì, decisamente è questa la parola adatta.
Mi volto alla ricerca del gattino di casa e lo trovo subito, da solo, diversi passi distante da noi, il viso sorridente e imbarazzato allo stesso tempo, le mani strette che si tormentano. Quanto lo amo?
“E adesso…” Supero Gin che guardava i suoi due figli abbracciarsi e stringo Vajrin a me, lui mi si appoggia contro e poi abbassa lo sguardo intimidito da Gin e Ares.
“Lui è Vajrin Jinnah, il mio… ahia! Nostro, contento? Il nostro compagno. Micetto quel signore con gli occhiali da sole, che spero bene si toglierà, è Gin Casey, l’altro invece è Ares… ehm… non so il tuo cognome, scusa.”
“Hargrove, mi chiamo Ares Hargrove.”
“Ecco, Ares Hargrove. Come mai Ares?”
“Mia madre è archeologa e mio padre docente di storia greca.”
“Sono ancora vivi?”
“Oh sì certo! Ho ventitrè anni… cioè ne avevo venti tre anni fa, e adesso ne ho ancora venti praticamente!”
Fa un sorriso che gli illumina il viso da un orecchio all’altro e non posso non ammettere che è davvero contagioso.
“Vajrin, ma sei un gattino! Io adoro i gatti! Posso toccarti le or…”
“No!”
Io e Vajrin rispondiamo in coro, non sia mai che qualcuno che non sono io, o Milos, tocchi le orecchie del mio gattino!
“Oh… va bene…” Gin fa la sua faccia da cane bastonato, ma questa proprio non posso dargliela vinta!
“Scusa ma sono proprietà privata.”
“È proprietà privata anche la sua mano?”
Gin allunga una mano in attesa che Vajrin la stringa, io gli sfioro il fianco e lui fa un timido passo in avanti tendendola.
Prima che me ne accorga Gin lo ha sollevato da terra prendendolo in braccio e lo sta guardando.
“Ares, per favore piccolo, toglimi gli occhiali.”
Ares si avvicina e gli sfila gli occhiali scuri rivelando così a Vajrin i suoi occhi rossi come il sangue. Gin è albino, un gran pezzo di figliolo con i capelli bianchi e gli occhi rossi, è assolutamente bellissimo il contrasto che si crea tra la sua pelle, i suoi capelli e i suoi occhi, sembra che tutto il suo viso gridi quello che siamo.
Vorrei andare lì a togliergli Vajrin dalle braccia però devo ammettere che voglio vedere come si comporta il mio micio. So quanto gli necessiti il calore di una famiglia e Gin, forse, potrebbe darglielo così come ha fatto con me.
“Sì, mi piaci proprio piccolino! Che bello ho un altro cucciolo, evviva!”
Non posso vedere il viso di Vajrin ma so già che sarà diventato rosso porpora, muove le orecchie aventi e indietro velocemente, in totale imbarazzo.
Mi avvicino e gli appoggio una mano sulla schiena, è ancora tra le braccia di Gin e vedo dai suoi occhi, quando si volta per guardarmi, che non sa se scendere o rimanere dove si trova.
“Almeno tu mi chiamerai papà, vero?”
“Ehm… io… cioè…”
“Dagli tempo! Ti ha appena conosciuto!”
“Uffi, e va bene… basta che non diventi scorbutico come Milos!”
“Ma lui non è scorbutico!”
“Oh, senti che voce potente che hai! Credevo non volessi farmela sentire!”
“Io…”
Vajrin arrossisce di nuovo e Gin ride come un deficiente. Quanto lo adoro! A dire il vero adoro entrambi, anche se in modi completamente diversi.
Prendo Vajrin per i fianchi e lo faccio scendere a terra, lo stringo e lo abbraccio da dietro così da poter guardare Gin in viso.
“Che te ne pare papà?”
“Scelta azzeccatissima, sì, direi che siete una bella coppia. Vajrin come fai a sopportare Milos?”
“Non lo devo mica sopportare! Milos è… è Milos!”
“Giusto. Più in là, quando vorrai, mi concederesti l’onore di parlare in privato con te per qualche minuto, Vajrin Jinnah?”
“Sì…”
“Non me lo vorrai mica mangiare, vero?”
“No, voglio solo parlargli, non sono mica così cattivo! Bwaahh! Non mi vuoi più bene Erossuccio!”
Ares gli si mette accanto e lo abbraccia cominciando a coccolarlo come si farebbe con un bambino che vuole essere consolato.
“Su papi, dai, va tutto bene, vero Eros?”
“Sì papà, ti presto Vajrin per un po’, ma solo per parlarci, ok?”
“Sì! Grazie!”
Gin si rimette in piedi in un secondo, perché sappiamo tutti benissimo che stava solo facendo una gran scena, beh forse Vajrin non lo sa ma posso spiegarglielo. Schiaccia me, Vajrin e Ares in un abbraccio che ci toglierebbe il fiato se lo avessimo.
Anche se non conosco affatto Ares, posso dire che, finalmente, ho una famiglia e sono felice.
La luce, la pace, le stelle che brillano e il cielo… vedo il cielo che mi avvolge come una calda coperta e le ali del mio angelo circondarmi in un abbraccio protettivo, mentre stringo l’altro me stesso nella pace di una vita mai avuta.
Vita - Fine