- quinta parte -

Le mie due anime per te

- FRAMMENTI -


MILOS

Non so davvero chi me lo stia facendo fare, devo essere impazzito!
O forse, semplicemente, c’è qualcuno per cui sono preoccupato. Perché? Io non devo. Devo pensare solo a me stesso.
Mentre corro in moto verso l’albergo di Vajrin, il suo viso mi torna in mente, con quei suoi occhi grandi che diventano tristi, e poi si illuminano solo per una mia parola. Non ho mai avuto un potere del genere su nessuno, o forse sì, ma stavolta è tutto diverso.
Avevo bisogno di pensare, di ragionare senza trovarmelo intorno tutti i momenti. Dovevo, devo ancora a dire il vero, capire cosa mi spinge a comportarmi in questo modo con lui. In più Eros voleva vederlo e parlarci, lui lo ama. L’ho capito senza difficoltà, anche se ha cercato di nascondermelo, è un libro aperto per me e non perché abbia chissà quali contatti con lui, il fatto è semplicemente che vuole che io sappia tutto di lui, ecco perché mi ritrovo con i suoi pensieri e i suoi desideri in mente anche quando non lo desidererei, ossia sempre.
Quello che mi riguarda Eros lo ignora, ci vuole solo un po’ di forza di volontà. Ma questo amore, per lui è qualcosa di totalmente nuovo, devastante e magnifico. È come quando si sa che si dovrebbe mantenere un segreto ma si è troppo felici per farlo. Dato che lui non può dirlo a Vajrin, se l’è lasciato scappare con me.
Lo invidio profondamente per questa sua dote, riesce a esternare ogni suo sentimento, io difficilmente riesco a provarne di positivi.
Tre giorni che non ci sono e quell’idiota sparisce. Eros era completamente nel panico, ma almeno ha mantenuto la lucidità per dirmi dove si trova il suo albergo. Ormai non sapeva più dove cercarlo, voleva andarci ieri notte, ma il cretino è arrivato all’alba senza accorgersene, tanto era preoccupato.
Parcheggio la moto e casco alla mano entro nella hall andando direttamente alla reception.
La donna dietro il bancone alza gli occhi dalle carte che stava guardando e mi riserva un sorriso affascinante, a me, però, risulta solo falso.
“Posso esserle utile?”
“Vajrin Jinnah, alloggia ancora qui?”
“Un attimo prego.”
Comincia a controllare sul computer e io mi appoggio quasi casualmente al bancone lanciando qualche occhiata, fintamente distratta, al monitor.
“Sì, vedo se è in camera?”
“Sì grazie.”
Perfetto, stanza 405. Adesso devo solo trovare il modo di salire.
“Mi spiace, non risponde. Devo lasciargli un messaggio?”
“No, grazie.” Mi limito a fare un cenno del capo come saluto e mi avvio all’uscita senza aspettare la risposta della ragazza, cercando di pensare al modo migliore per arrivare alle scale o all’ascensore senza farmi vedere, non voglio domande, non voglio che nessuno mi accompagni. Non so cosa potrei trovarmi di fronte, forse anche una stanza vuota con solo un mucchietto di cenere. Accantono bruscamente questo pensiero e ringrazio il sangue freddo che mi impedisce di lasciarmi scappare il benché ragionamento con Eros, di fronte a una simile eventualità sarebbe incontrollabile.
Mentre sto per varcare la soglia, vengo letteralmente investito da un gruppo di almeno trenta persone, tutte piene di bagagli e che fanno una confusione tremenda. Ecco l’occasione che mi ci voleva.
Mi mischio a queste persone, che in forma disordinata si fermano davanti al banco della reception, dando a me l’occasione di intrufolarmi, senza essere visto, nell’ascensore che stava per chiudersi.
Se lo trovo in stanza giuro che lo ammazzo, e stavolta non scherzo.

Davanti alla porta un panico improvviso quanto immotivato mi colpisce dritto allo stomaco. Se davvero non fosse in stanza? Dove potrebbe essere? Non voglio nemmeno considerare l’opportunità che sia… no! Se è ancora qui a Bergen, non è detto che sia sparito per chissà quale motivo, magari ha solo avuto degli impegni, oppure è in compagnia.
Questa ultima supposizione è quella che più mi terrorizza, anche se, un’altra ipotesi mi fa paura, molto più delle altre: se semplicemente non volesse più vedermi? Che motivo avrebbe di farlo ancora? A lui piace Eros dopotutto, a che quello scemo ne dica.
Che me ne frega poi se vuole vedermi ancora, oppure no? Niente, sono qui solo perché Eros era troppo isterico e cercava di mettersi in contatto con me. Se non fossi venuto a controllare di persona lui si sarebbe fatto ammazzare senza nemmeno rendersene conto.
Busso una volta. Nessuna risposta.
Ok, sarà sotto la doccia.
Busso la seconda volta. Nessuna risposta.
Merda, vuoi vedere che è davvero occupato?
Busso la terza volta. Se non risponde…
Non posso formulare il pensiero che la porta mi si apre davanti, mentre una voce chiede ‘Chi è?’.
Se avessi un cuore che batte di certo adesso si fermerebbe.
Vajrin è vestito proprio come lo avevo visto quattro giorni fa, i capelli gli ricadono scompostamente sul viso, non si è preoccupato nemmeno di coprire le orecchie, il viso segnato leggermente di rosso, gli occhi spenti.
Lo spintono dentro e chiudo la porta alle mie spalle, poi lo prendo per un braccio e lo metto a sedere, tutto questo senza che lui reagisca o abbia l’occasione di dire anche solo ‘A’.
“Che cazzo di fine hai fatto? Eros era preoccupato per te! Perché hai sempre il cellulare spento?”
“Me lo hanno rubato.” La voce non sembra nemmeno la sua, atona e bassa, esce quasi meccanicamente.
“E non potevi venire da me?”
“Ma tu… insomma… io ti faccio schifo, no?” Gli occhi gli si riempiono di lacrime e il mio impulso di prenderlo a ceffoni si placa immediatamente. Adesso, forse dovrei… vorrei abbracciarlo.
Mi inginocchio davanti a lui e gli prendo il viso tra le mani obbligandolo a guardarmi, e percepisco chiaramente il mio sguardo farsi un po’ meno duro.
“Ma che dici? Questa da dove ti esce?” Anche la mia voce è molto più calma e dolce di prima. Perché questo gattaccio nero mi suscita sempre un effetto del genere?
“Io… ti ho raccontato tutto… e tu… non c’eri… e allora…”
Un traduttore per favore! Che cavolo vuol dire? Lui mi ha raccontato, io non c’ero. Vuoi vedere che ha frainteso? Ci vorrebbe un cartellino con scritto sempre il motivo delle azioni che si compiono, così da non fargli fare strani pensieri.
“Eros voleva parlarti e abbracciarti, tutto qui, ecco perché hai trovato lui. Che ti eri messo in testa, eh mocciosetto?”
“Beh… ecco… io… tu...” Ma il suo delirio viene bruscamente interrotto dal pianto disperato in cui scoppia, gettandomi le braccia al collo e finendomi praticamente addosso, lasciando cadere entrambi a terra, io seduto, lui tra le mie gambe mentre mi stringe.

Mi sento soffocare…
Sei morto.
Mi manca l’aria…
Non respiri.
Questa è una gabbia!
No, è un abbraccio.
Proprio per questo non voglio.
Ne sei sicuro?
Sì, voglio essere libero.
Abbraccialo e sarai libero.
No! Se lo abbraccio… non sarò mai più libero!
Stringilo e la tua anima lo sarà.
<<“Adesso sarai mio… finalmente… solo mio… per sempre…”>>
La mia anima non può esserlo, qualcuno me l’ha rubata.
Lui te la può restituire, lui può liberarti.

Vorrei divincolarmi ma qualcosa me lo impedisce, qualcosa mi dice che se lo abbraccio, se adesso stringo le braccia attorno a questo corpo, attorno a quest’anima, potrò ritrovare la mia.
“Shh, non piangere, va tutto bene. Smetti di piangere micio…”
Lo abbraccio timidamente, gli accarezzo la schiena e i capelli, lentamente, con reverenza quasi, come se potesse spezzarsi da un momento all’altro.
Adesso, ai miei occhi, questa persona, non è un vampiro, non è un essere maledetto, è un essere di luce al quale io imploro di essere salvato, al quale chiedo perdono, come se lui potesse cancellare tutte le mie colpe, come se potesse, con una sua sola parola, mondare la mia anima sporca, e restituirmela brillante e immacolata, così come la sua è.
“Miao.”
“Miao?”
“Miao.” Mentre lo dice, come se fosse naturale per una persona miagolare, alza il viso e mi sorride dolcemente, con quella luce che scaturisce dai suoi occhi e dalla sua anima, così forte che rischia ogni volta di accecarmi. Ha gli occhi ancora lucidi e sono trascorsi diversi attimi da quando gli ho chiesto di tranquillizzarsi, ora però sembra esserlo.
“Moccioso!”
“Miaao!” Ridacchia divertito e mi viene spontaneo accennare un lieve sorriso mentre mi alzo in piedi facendo alzare anche lui.
“Muoviti dai…” Mi guardo un istante in giro e poi, individuata la porta del bagno, lo conduco dentro, prendendolo per un polso, apro l’acqua del lavandino e, molto poco gentilmente, gliene getto una generosa dose sulla faccia.
“Ehi!” Il suo visino sorpreso, gli occhi chiusi e il musetto imbronciato sono davvero deliziosi.
Milos, aspetta un attimo: [i]che cazzo stai dicendo? [/i] Eros mi sta dando alla testa, non ci sono altre spiegazioni,  due volte che gli permetto di parlarmi e mi ritrovo a dialogare con me stesso, come so che fa lui, e per giunta a pensare che questo gattaccio insopportabile abbia un musetto carino! Ma stiamo scherzando?
“Lavati. Hai mangiato?”
“Ehm…”
“Quanti giorni sono che non mangi?”
“Ehm…”
Io lo ammazzo questo moccioso.
“Lavati, torno subito.” Senza aspettare replica esco dalla sua stanza e mi guardo intorno. Mi serve un cameriere o qualcosa del genere, devo scendere giù, poi devo inventarmi il modo per portare uno degli impiegati quassù senza destare sospetti. Ma quanto sono scemo?
Rientro in stanza e alzo il ricevitore. Premendo un tasto sono automaticamente in contatto con la reception.
“Sì? Posso esserle utile signor Jinnah?”
“Sarebbe possibile avere una bottiglia di vino rosso in camera?”
“Certo signore, tra pochi minuti arriverà il servizio in camera. Buona serata.”
“Grazie.” La cena servita in camera, ecco fatto.
“Con chi parlavi?”
Vajrin esce dal bagno, il viso pulito, i capelli raccolti in un piccolo e buffissimo ciuffo sopra la testa, evidentemente per non bagnarseli. Per poco non scoppio a ridere, ma mi trattengo e celo al meglio questo mio impulso.
“Ho ordinato la cena.”
Lui mi guarda stralunato mentre si scioglie i capelli e io accenno un sorriso soddisfatto, lo vedo aprire la bocca per dire qualcosa ma il bussare alla porta glielo impedisce.
“Servizio in camera.”
Mi metto un dito davanti alle labbra facendogli cenno di star zitto e andare ad aprire, io mi metto dietro il vano e tiro fuori il coltello che porto sempre in una specie di piccola fondina al polso.
Lui mi guarda senza capire e si limita a fare come gli dico.
La cameriera, una ragazza di poco più di vent’anni, capelli rossi lunghi e occhi azzurri, entra sorridendo a Vajrin, con un vassoio su cui spiccano una bottiglia di vino all’interno di un secchiello per il ghiaccio e due bicchieri.
Subito le sono addosso, puntandole il coltello alla gola, rimanendole alle spalle e mettendole una mano sulla bocca. Lei si divincola e cerca di urlare, rischia di far cadere il vassoio a terra ma Vajrin lo afferra senza nemmeno rendersene conto. E bravo il gattaccio, ha i riflessi pronti! Meglio così, ci mancava solo il vino da pulire.
“Su moccioso, mangia.”
Vajrin mi guarda stupito, io gli porgo il collo della ragazza e lui si abbassa a bere da lei.
Mentre estrae i canini mi rendo conto che è un vampiro, non un angelo, ma non ha alcuna importanza. Lui è un angelo, nonostante sia un demone, è il mio angelo.
Mi stupisco per questo mio pensiero, ma non ho tempo di rifletterci più a lungo, perché sento la ragazza allentare la presa sul mio braccio e cominciare a perdere i sensi. Il gattaccio doveva essere affamato.
“Ok basta micio, se vuoi ti prendo qualcun altro.”
“No, non preoccuparti… e scusa… io…” Abbassa gli occhi imbarazzato e si passa la lingua sulle labbra per ripulirle da una goccia sfuggita. Seguo ipnotizzato quel movimento breve e rapido, poi mi riscuoto ricordandomi della cameriera.
“Ok, va a cercare il bagno del piano. Sicuro di non aver lasciato segni?”
“Ehi! Mica sono un bambino! Ho fatto!” Mi guarda imbronciato per tutte queste mie richieste ed esce dalla stanza facendomi una linguaccia. Scuoto la testa divertito, e al suo bussare alla porta, esco guardandomi intorno. Non c’è nessuno, perfetto. Mi spiace che questa ragazzina sia svenuta, ma meglio così, penseranno che si sia sentita male, lo shock poi le farà dimenticare tutto, succede sempre. La metto in bagno e lascio la porta accostata, come se fosse entrata di corsa senza aver fatto in tempo a chiuderla, così la troveranno prima. Certo, risulterà un po’ anemica, ma meglio questo che morta. Apro il portafoglio e le metto un po’ di soldi in tasca, come se Vajrin le avesse lasciato la mancia, faccio dare al gattaccio un’altra occhiata fuori e poi torniamo in silenzio nella sua stanza.
“Allora moccioso, che avevi intenzione di fare, eh?”
“Io… cioè… no… scusa…”
“Se non la smetti di scusarti ti stacco le orecchie!”
Non gli ho dato nemmeno il tempo di entrare, e adesso, a questa mia minaccia, abbassa istintivamente quelle cose pelose che si ritrova attaccate alla testa.
“Adesso siediti, devo parlarti perché Eros, quel gran rompica… grr… insomma, ha deciso una cosa, e visto come ti sei ridotto, temo di dovergli dare ragione. Per quanto ti fermi a Bergen?”
“Ehm… ecco… io veramente… volevo rimanere, non ho molta voglia di tornare dove stavo prima.”
Abbassa lo sguardo e percepisco immediatamente la tristezza salirgli agli occhi, ma gli impedisco subito di pensarci, non voglio vederlo più triste.
“Perfetto, meglio ancora, dai siediti.”
“Ma…”
“Ricordati le orecchie.” Lancio uno sguardo truce a quelle ‘cose’ e lui le abbassa andandosi a sedere sul divanetto che c’è nella stanza, lo stesso su cui l’ho messo prima.
Non so perché, ma credo di dovergli dire alcune cose, non l’ho mai fatto con nessuno, ma si è confidato con me, mi sembra il minimo fare lo stesso. O forse voglio solo raccontarlo a qualcuno?
Sì, forse ho bisogno di farlo, ho bisogno di dirlo a lui…
“Milos, che c’è?”
Mi siedo in terra, di fronte a lui, lo guardo determinato: se gli farò schifo ne avrà ogni ragione, ma, se per caso lui dovesse accettarmi…
“Voglio raccontarti la mia vita.”
Lui mi guarda spalancando gli occhi, apre la bocca, presumibilmente per cercare di fermarmi, ma i ricordi hanno già preso il sopravvento, e dubito di riuscire a tacere anche stavolta.
“Milos, non devi!”
“Voglio.”
Si limita ad annuire e mi sorride rassicurante. Forse ho davvero bisogno di coraggio per cominciare a parlare.
“Da dove comincio? Non so se può interessarti, ma sono nato a Ljubljana, in Slovenia, il ventisette novembre 1594, dieci anni esatti prima di te, quindi non sei poi così piccolo come ti faccio credere.” Accenno un lievissimo sorriso e anche lui sorride, fissando le mie labbra con una luce brillante negli occhi. Gli piace il mio sorriso, che strano.
“A quel tempo la Slovenia faceva parte dell’Impero degli Asburgo (1), ma questo importava solo per i ricchi, perché per noi popolani, non cambiava niente. Facevamo il nostro lavoro, ci spaccavamo la schiena cercando di guadagnarci il nostro tozzo di pane quotidiano.”
“Mio padre era un fabbro, come suo padre prima di lui, e anche io lo ero, lo sono ancora, in un certo senso. Giravo nella fucina da quando avevo non più di quattro o cinque anni, a dodici già facevo lavori non troppo impegnativi, a quindici aiutavo mio padre dividendo con lui tutto quello che c’era da fare. Era un periodo in cui tutto andava bene, avevamo molto lavoro, le cose in casa erano perfette. Sono sempre stato un tipo silenzioso, vedo che quei tuoi occhietti se lo stanno domandando, ma non ero esattamente così. Per alcune cose… ero come Eros.”
Mi rendo conto di fissare il vuoto, per un attimo, mentre immagini della vita che ho vissuto secoli fa si accavallano davanti agli occhi, un momento sono un bambino che gioca in casa, l’attimo dopo un uomo che lavora con un martello e un’incudine.
Quando torno a guardare Vajrin, solo alcuni istanti dopo essermi interrotto, lui mi osserva attendendo il seguito. Forse non avrei mai dovuto iniziare.
“Avevo un amico, ne avevo diversi in realtà, ma c’era un ragazzo che era cresciuto con me, era un vicino di casa. Loro erano contadini, quindi crescendo, quando lui cominciò ad andare nei campi e io in bottega non potevamo vederci spesso, ma ogni sera, dopo cena, ci ritrovavamo e chiacchieravamo di tutto, del nostro passato e del futuro soprattutto. Si chiamava Stefen.”
Un brivido mi percorre la schiena mentre parlo di lui.
Dopo tutti questi secoli non so ancora se odiarlo o avere pena per lui. Soprattutto, non so ancora che scopo abbia avuto la mia vendetta, perché purtroppo, niente è cambiato dopo che l’ho ottenuta.
“Non ero un tipo ingenuo, ma non vedevo alcune cose che mi circondavano, una in particolare: l’affetto sempre più grande che Stefen nutriva nei mie confronti. Io gli volevo bene, molto, e sapevo benissimo che quello che ci legava era qualcosa di grande, qualcosa che andava oltre la semplice amicizia. Non era amore, almeno, non per me.”
Mi accorgo di un sospiro che mi sfugge dalle labbra, anche se non ha senso farne.
“Quando avevo diciotto anni mio padre decise che mi sarei dovuto sposare e così si mise d’accordo con un suo amico falegname che diede in sposa la sua figlia più piccola, e a suo dire, la più bella. A me sembrava solo una povera bambina di dodici anni, imbellettata con vestiti troppo grandi e con la paura negli occhi per una vita che non voleva.”
Vajrin si alza dal divano e mi si siede accanto guardandomi negli occhi.
“Posso… stringerti la mano?”
Sorrido nonostante dentro mi senta sempre più male. Per un attimo, alla sua domanda ingenua e dolcissima, mi sembra che tutto vada un po’ meglio, e che il dolore che provo sia in qualche modo lenito dal semplice suono della sua voce.
“Fa’ pure.” Lui sorride raggiante e mi prende una mano tra le sue stringendola. Per la prima volta, sono completamente rilassato, sento solo le sue dita che si intrecciano alle mie e mi stringono, senza forza, solo con tanto… affetto? Posso davvero dire che Vajrin tiene a me? Non mi conosce nemmeno e quando mi conoscerà non vorrà più stringere tra le sue mani candide, questa sporca di sangue. Per adesso però voglio godermi quest’attimo.
Più che chiedermi se sia davvero possibile che lui provi affetto per me, visto che non ne avrebbe alcun motivo, dovrei scoprire se io ne provo. Dovrei leggermi dentro e capirlo, anche se temo di conoscere già la risposta, pur senza porre alcuna domanda, ed è questo che mi terrorizza.
“Fortunatamente decisero che le nozze non si sarebbero svolte prima di tre anni, così io avrei potuto essere in grado di aprire una bottega mia, o di mandare avanti da solo quella di mio padre, e lei sarebbe stata in grado di procrearmi uno stuolo di eredi. Fui sollevato da quella decisione, non potevo certo oppormi, ma quella ragazzina, si chiamava Alenka, somigliava troppo a mia sorella Erika, avevano persino la stessa età. Speravo solo che nostro padre per lei scegliesse un marito che la trattasse bene. Dal canto mio io avrei cercato di esserlo per Alenka.”
Il mio sguardo stavolta si perde di nuovo nel vuoto, fissando un punto non precisato della stanza, perso nelle memorie della mia vita passata, sento le mani di Vajrin stringersi intorno alla mia, ma quasi non ci faccio caso e continuo a parlare. È come se avessi tolto il tappo a un recipiente sotto pressione: tutto sta venendo fuori come la lava da un vulcano, violenta e distruttiva, e io temo che alla fine la mia anima sarà ricoperta interamente di fiamme e cenere, così come lo è stato il mio corpo.
“Quella sera, quando vidi Stefen, ci perdemmo nei nostri discorsi, immaginando come sarebbe stata la vita da sposati. Lui era fidanzato fin da piccolo con la figlia di un contadino loro vicino, ma non vedeva mai quella ragazza, anche perché, almeno con me, Stefen non faceva affatto mistero di essere più attratto dagli uomini che dalle donne, spesso si divertiva con uno degli stallieri del signore della nostra zona. Io non ci vedevo nulla di male, probabilmente perché ero il primo a essere attratto da altri ragazzi, ma sai, a quel tempo, non mi interessava molto il sesso, non consideravo nemmeno troppo le parole dei preti ed ero un bambino sotto questo punto di vista, e se proprio avevo bisogno di qualcosa… beh… le ragazze non mi mancavano, mettiamola così.”
Vajrin mette su il broncio e borbotta qualcosa come “Beate loro” ma faccio finta di non sentirlo e di non vedere il rossore che gli imporpora le guance, anche perché evito così tutte le domande successive e tutto quello che potrebbero implicare.
“Comunque quella sera, non so nemmeno io perché, chiesi a Stefen se saremmo rimasti amici, anche dopo esserci sposati e aver avuto dei figli.
Ricordo la sua riposta così bene, e la sua voce… è così forte nelle mie orecchie… <Sì Milos, per sempre.> mi disse questo, e io ne fui così felice. Mi fidavo di lui, era l’unico di cui mi fidassi veramente, l’unico per cui avrei fatto qualsiasi cosa, per cui avrei dato la mia vita. Non lo amavo, eppure era per me come e più di un fratello, la persona più importante che avessi. Fui così sciocco da pensare che per lui fosse la stessa cosa, e in effetti, lo era.”
Le mani di Vajrin mi stringono convulsamente adesso, ma io non le sento, ormai quello che mi circonda, non sono i mobili di questa stanza, ma il campo in cui ci incontravamo io e Stefen.
Lo so che dovrei essere con te adesso micio, ma lui è più forte, ormai la mia anima non è più mia, l’ho persa quando lui si è preso il mio corpo, cancellando tutto quello che provavo, tutto quello che c’era stato. Non so nemmeno più se parlo per te, o solo per farmi sempre più male.
“Le cose non cambiarono per tre anni, ogni sera vedevo Stefen, e ogni sera avevamo qualcosa di nuovo, o di vecchio, di cui parlare. I miei incontri, tutti organizzati ovviamente, con Alenka diventavano sempre più frequenti, in vista del nostro matrimonio. In quei tre anni crebbe molto, ma per me rimaneva sempre una bambina, e non parlo solo del lato fisico. Assomigliava sempre di più a mia sorella nel modo di parlare, di comportarsi, questo perché erano amiche e stavano sempre insieme. La vedevo unicamente sotto quella luce: una sorellina.
Però quando ci si illude che vada tutto bene, quando sembra che niente e nessuno possa scalfire ciò che si ha attorno, inesorabilmente tutto cade, come un muro costruito solo con pochi fragili, mattoni.
Una sera, avevamo chiuso la bottega da poco, c’era ospite la famiglia di Alenka, ormai il matrimonio era alle porte. Cenammo e mio padre stava stabilendo gli ultimi dettagli con me e il padre di Alenka, le donne erano in cucina.”
Per un attimo mi sembra di sentire le voci ridenti di Alenka ed Erika, il mio sguardo si fa sempre più lontano, rivedo persino la scena, la mia casa intorno a me.
“Sentimmo un rumore molto forte provenire dalla fucina, che era proprio dietro casa, dicemmo alle donne di rimanere dov’erano mentre noi andavamo a controllare. In un attimo fu come se mi trovassi direttamente all’inferno.
C’erano fiamme ovunque, alte, altissime, ogni cosa stava bruciando, come se quella fosse la sua unica vocazione: ardere tra il calore e il rosso di un incendio.
Non riuscirò mai a descrivere quello che provai: in un attimo vidi il mondo intorno a me crollarmi tutto sulle spalle, ero come immobilizzato non riuscivo più a muovermi. La voce di mio padre mi riscosse e cominciammo a cercare di domare l’incendio. Per salvarlo da una fiammata improvvisa mi gettai su di lui e lo scansai.”
Mi tocco inconsciamente la cicatrice, mi sembra persino di sentire il dolore. Vorrei solo non dover vedere le fiamme intorno a me, ma per chi sto parlando? Chi mi sta ascoltando? Non lo so più, eppure continuo senza sosta.
“Lui cadde a terra e anche io. Mentre cercavo di rialzarmi un dolore fortissimo lungo tutto il fianco e lo stomaco mi rese difficile ogni movimento. Ma tutto passò, dimenticai ogni cosa ad un suono preciso: le urla delle donne che provenivano dalla casa.
Non ci pensai nemmeno, corsi dentro come un forsennato, come animato da chissà quale spirito, senza nemmeno avvertire le fitte lancinanti e spasimi che mi facevano contorcere. Sentivo dietro di me la presenza di mio padre e di quello di Alenka, ma non ero sicuro nemmeno di quello.
Quando entrai in casa, la sola cosa che volevo fare… no, non c’era niente che volessi fare, la mia mente era vuota, non riuscivo ancora a capacitarmi dell’incendio, figuriamoci del resto. Quello che si presentò ai miei occhi fu completamente rigettato dalla mia mente. Non volevo, non potevo credere che quello che vedevo stesse accadendo per davvero.
Quattro uomini, non li avevo mai visti in città, ognuno di loro… tutti loro… ognuno… stava… stava violentando… mia madre, mia sorella, Alenka, sua madre. Urlai, mi gettai contro quello che mi era più vicino, ma la ferita m’impedì di arrivare anche solo a toccarlo, e soprattutto fui bloccato da qualcuno che spuntò alle mie spalle, era evidentemente in un punto della stanza che io non potevo vedere, o meglio, su cui i miei occhi non avevano focalizzato la loro attenzione.
Fui schiacciato a terra, e vidi con la coda dell’occhio un ferro arroventato uscito chissà come dalla fucina. Il dolore all’altro fianco fu insopportabile. In quel momento quasi mi ricordai della bruciatura, come se avessi dimenticato che esistesse, e i dolori si sommarono, ma mai niente, nulla fu paragonabile a… a quello.”
I miei occhi vorrebbero chiudersi, perdersi nell’oblio e dimenticare, solo dimenticare tutto questo. Perché mi sto costringendo a ricordare? Perché mai non pongo fine a tutto? Perché non la faccio davvero finita?
So che c’è ancora qualcosa che mi trattiene qui, so che adesso ho qualcosa, ma in questo istante sta divampando un incendio attorno a me, e qualcosa mi spinge a terra, la mia mente vorrebbe ricordare cos’altro mi circonda, se c’è dell’altro, ma è soffocata dal fumo, dalle fiamme, dal dolore.
“Percepii solo qualcosa su di me, poi non rammento molto altro: il dolore lancinante, qualcosa che sembrava spaccarmi in due, spezzarmi l’anima, piegarla, soggiogarla e renderla schiava, non riesco a descriverlo, solo una cosa non riesco a cancellare: delle mani che mi toccavano. Io volevo solo che la smettessero, erano troppo invadenti, troppo calde, erano… non lo so… sentii solo che entrava in me e urlava di piacere, io piangevo, volevo scomparire, fondermi con la terra che sembrava franare sotto di me. Poi, quando sembrava che tutto fosse finito, sentii la sua voce…”

“Adesso sarai mio… finalmente… solo mio… per sempre…”

Mentre ripeto le sue parole mi sembra di sentire la sua voce che sussurra al mio orecchio: era una specie di malia quella voce, fino a quando non è diventata il mio incubo peggiore.
“Era Stefen… aveva organizzato tutto lui.
Non ricordo altro di quella notte, so solo che mi svegliai due giorni dopo, seppi che erano tutti morti, io ero l’unico superstite. Non piansi allora. Non piansi mai, da allora. Mangiavo solo raramente e a fatica. Quando uscii dall’ospizio (2), erano passati solo dieci giorni, era stata una sorta di miracolo, ma ero l’ombra di me stesso. Tornai a casa ma era, ovviamente, distrutta, e nessuno, stranamente, aveva toccato, le rovine. Aspettai che calasse il buio, seduto tra le macerie. Tutti mi guardavano mentre passavano, ma io nemmeno me ne accorgevo e se lo facevo, in rari sprazzi di lucidità, non me ne curavo.
Poco dopo il tramonto passò un uomo, era giovane, non aveva più di trent’anni, lo notai e non seppi nemmeno io il perché, per un attimo sentii uno strano impulso verso di lui, ma passò in fretta, non appena scomparve dietro una casa. In quel momento mi ricordai del motivo per cui stavo aspettando che calasse la notte. Andai diretto verso casa di Stefen, ma udii la sua voce poco prima di raggiungerla.
Un brivido intenso mi percorse la schiena, per una attimo ebbi voglia di scappare lontano, sentivo un terrore cieco inondarmi ogni parte del corpo, ma scomparve subito, l’odio, il rancore, la voglia di vendetta erano troppo forti.
Credo la fortuna mi abbia assistito quella notte, o forse, la Morte era ansiosa di raccogliere il mio tributo, sapeva che presto sarei diventato un suo servitore e quindi mi assistette nelle azioni che stavo per compiere.
Stefen era in compagnia degli uomini che lo avevano aiutato ad appiccare l’incendio e a… fare tutto il resto. Il suo sguardo, non appena mi vide, passò dall’incredulo al soddisfatto, era crudele.
Non riuscivo a sopportarlo. Non riuscivo, non volevo credere che il mio amico di sempre, mio fratello, avesse potuto fare una cosa del genere. Io avrei dato ogni cosa per lui, e lui avrebbe potuto… invece aveva preso tutto quello che gli offrivo, e molto di più.
Non ricordo molto nemmeno di quello che accadde in quei momenti, so solo che all’improvviso fu come se diventassi un’altra persona, ma allo stesso tempo non ero nemmeno uno spettatore. Ero pienamente cosciente di me, del fatto che stessi massacrando, uno ad uno, a mani nude, tutti quegli uomini, sapevo che dovevo fermarmi ma non ci riuscivo, e forse, nemmeno volevo.
Non sapevo da dove mi venisse quella forza sovrumana, solo dopo avrei capito, ma in quel momento vedevo solo le mie mani macchiate di sangue, del sangue degli uomini che mi avevano distrutto la vita, la famiglia, tutto.
Colpii Stefen per primo e poi lo lasciai semi-svenuto in terra, mentre mi occupavo degli altri. In pochi minuti erano tutti morti, solo Stefen era ancora lì, accasciato, respirava a fatica, ma era cosciente. Lo sollevai prendendolo per il collo, credo che i miei occhi fossero incendiati delle stesse lingue di fuoco che avevano avvolto la mia casa e la mia vita, ma non me ne importava. Vedevo il terrore nei suoi occhi e quello mi fece impazzire del tutto, volevo vedere quel panico crescere, volevo che provasse anche solo un briciolo di tutto quello che avevo provato io, volevo che soffrisse le pene dell’inferno e anche oltre.
Gli chiesi perché, mi accorsi che la mia voce era bassa, cavernosa, e tremendamente furente, ma le percezioni che avevo, erano tutte piuttosto falsate, non ero lucido, quindi non so cosa, di quello che ricordo, sia vero e cosa invece i miei sensi abbiano offuscato e modellato col tempo. Quello che mi rispose mi colpì come e peggio di un pugnale. Lo disse con una semplicità, una chiarezza e una tranquillità che per un attimo mi fece sentire come se fossi stato io il provocatore di tutto, e alla fine era stato davvero così.
<Ti amo e ti volevo per me, ma tu non lo hai capito.> Che avrei potuto dirgli? Cosa potevo fare? Era colpa mia, era solo colpa mia se la mia famiglia era stata distrutta, degli innocenti uccisi, e anche la morte di chi aveva provocato materialmente tutto quello, non era altro che opera mia: io avevo scatenato tutto e io gli ponevo termine.
Stefen continuava a guardarmi con quel suo sguardo colmo di un amore troppo crudele per essere vero, e io… non so bene cosa feci. So solo che due ore dopo mi ripresi e mi trovai ricoperto di sangue e attorno avevo cinque cadaveri, quello di Stefen era quello ridotto meglio. C’era sangue ovunque, rosso come e più delle fiamme, era un presagio ma non potevo capirlo. Guardai di nuovo Stefen, notai che aveva il cranio spaccato, e guardando distrattamente il terreno su cui giaceva, c’erano schizzi di qualcosa di diverso dal sangue: gli avevo fracassato la testa sbattendolo contro la terra.
Presi il coltello che uno di quei cadaveri aveva alla cintura e cominciai a camminare verso le rovine della mia casa. Quando arrivai il cielo era più nero del solito, non c’erano né luna né stelle. Ricordo che un  pensiero mi attraversò la mente: le ho fatte scappare io.
Anche questi attimi sono molto confusi, non so cosa provavo, non so come stavo. So solo che mi tagliai i polsi con quel coltello, ma mentre i sensi mi abbandonavano, qualcuno mi si avvicinò e mi disse che lo stavo facendo lavorare troppo. Mi prese in braccio e poi… poi non ricordo altro se non il sangue che continuava a uscire dal mio corpo, sempre più velocemente, sempre con più foga. Cercai di guardarmi intorno ma vidi che non ce n’era a terra, ero in un posto diverso, molto scuro, e c’era qualcuno chino su di me.
Sentii la vita che mi abbandonava e mi chiesi se l’inferno sarebbe stato così brutto come tutti lo descrivevano, e soprattutto se avrebbe accettato un essere sporco come me. Ma mentre chiudevo gli occhi convinto di non riaprirli più, sentii qualcosa di caldo lambirmi le labbra, avvertii un sapore amarognolo e ferroso, qualcosa che sapevo avrebbe dovuto disgustarmi ma che invece cercavo e bramavo come un assetato desidera acqua nel deserto.
Il resto non lo ricordo. La mia prima memoria come vampiro è una voce nella mia testa che mi chiedeva come mai la mia mente fosse così inaccessibile. Era Eros. Il resto… beh seppi che il mio sire mi seguiva da parecchio, che aveva visto non so che seme di una lucida follia in me e mi voleva consegnare l’eternità. Andai avanti per forza d’inerzia, la maggior parte del tempo, dopo i primi due o tre giorni, c’era Eros. Credo sia nato perché ho rifiutato tutto quello che successe, e soprattutto perché da quella notte… beh… non ero più io, ero praticamente muto, e non volevo avere contatti con nessuno. Gin, il mio sire, mi aveva dato un po’ del suo sangue la notte dell’incendio, e questo mi aveva permesso di sopravvivere. Veniva ogni notte all’ospizio e me ne dava qualche altra goccia. Questo mi aveva permesso di guarire più in fretta e di avere la potenza sovrumana che mi aveva consentito di uccidere cinque uomini a mani nude come fossero stati fantocci. Il resto è solo una piatta esistenza senza senso che si trascina attraverso i secoli in cerca solo di oblio e morte.”
Continuo a guardare davanti a me vedendo e rivedendo mille volte scene di secoli fa, momenti vissuti prima, quando ero ancora un essere umano, e poi la strage che compii quella notte, quella che mi ha reso il mostro che sono.
Adesso mi sembra di sentire una voce, qualcuno che cerca di chiamarmi, ma non so se voglio sentirlo, non so se voglio davvero guardare negli occhi questo gattino dall’anima pura. Ho paura di sporcarlo anche solo guardandolo, anche solo perdendomi nelle sue iridi luminose.
“Milos… Milos… da me… torna… torna da me… Milos…”
Mi volto quasi senza rendermene conto e sento il micio saltarmi in braccio, facendo finire entrambi a terra, mi stringe convulsamente, piangendo disperato.
Perché? Perché riesco a far piangere anche chi vorrei rendere felice?
Cerco di mettergli una mano sulla schiena e di calmarlo, non so perché ma non mi riesce difficile farmi toccare, anzi mi sembra quasi che questo abbraccio sia quello che cercavo da sempre.
“Non piangere micio, non ne vale la pena per uno come me. Adesso sai che persona orribile sono, sei davvero sicuro di volermi stare accanto?”
“Sì, sì, sì! Tu… tu… hai sofferto così tanto… e io… io non posso fare niente… e… vorrei solo… renderti sereno, cancellare tutto quello che ti fa soffrire… tutto quello che ti… ma… io… sono così inutile… ti prego, perdonami!”
Io devo perdonare lui? Per cosa? Io posso condurlo in un abisso più nero dell’inferno e più doloroso della morte e lui mi chiede perdono? Perché a me questo angelo? Io non lo merito, io posso solo lordarlo con le mie mani sudice.
“Sta buono piccolo, va tutto bene, adesso calmati.” Lo stringo tra le braccia e per la prima volta, da tanto tempo, ho il desiderio forte, inesprimibilmente forte, di stringere a me qualcuno, sentirlo mio, sentire che tutto va bene, provare la pace che solo questo contatto può donarmi. E poi… poi non so nemmeno io perché, come… lo bacio, sfioro semplicemente le sue labbra con le mie e lo stringo un attimo ancora prima di mettermi a sedere, con lui ancora tra le braccia.
“Adesso che sai tutto devi dirmi una cosa. Eros voleva che ti trasferissi per un po’ da me, e anche io lo voglio. So che può sembrare avventato, ma…”
“D-davvero?” Mi guarda incredulo con i suoi immensi occhi ancora lucidi e il volto rigato di sangue. Istintivamente gli asciugo con le labbra le scie rosse che solcano le sue guance candide e lui osserva il mio gesto ancora più incredulo e poi mi sorride dolcemente, quei sorrisi di cui solo lui sa essere capace e che riescono a far sciogliere la mia anima come neve al sole. Solo ora, solo in questo istante mi rendo conto di avere ancora un’anima, e forse non è andata persa come credevo, forse, non mi è stata strappata, solo, nascosta, ferita, lacerata… ma non distrutta… e forse questo angelo può aiutarmi a ritrovarla, anche solo con la sua presenza e il suo sorriso.
Che mi è successo? Fino a qualche giorno fa ero assolutamente certo di quello che volevo, di come agivo e di quello che provavo, invece ora sono un’altra persona. Provo dei desideri incomprensibili e immotivati, tutto senza che ce ne sia una ragione apparente e tutto troppo in fretta.
“Certo. Ti sembro il tipo che scherza? E ora su, prendi le tue cose e andiamo gattaccio!”
Lui mi bacia rapidamente sulle labbra e poi, come se niente fosse, si alza e comincia a preparare i bagagli. Io rimango seduto in terra ancora per un attimo e scuoto la testa mentre un vago sorriso, increspa le mie labbra.
Dovrei trovare una spiegazione, dovrei ragionare come non ho fatto in questi giorni e soprattutto dovrei capire perché, all’improvviso, dopo secoli trascorsi nella ricerca della solitudine più totale, ho bisogno di avere qualcuno accanto.

 

Frammenti - Fine

 

NOTE
1- Non ho trovato molto sulla Slovenia di questo periodo, anche perché non ho fatto una ricerca accurata, mi servivano solo connotazioni storiche per capire l’ambiente in cui dovevo sviluppare il personaggio, quindi non c’è nessuna pretesa di storicità in questa storia.
2- Gli ospizi erano i luoghi in cui venivano curati i malati, poveri, all’epoca.