
- quarta parte -
Le mie due anime per te
MEMORIE
MILOS
Fuoco. Fiamme. Dolore,
Tutto, di nuovo, ancora. Per sempre.
Salvatemi. Scappate.
Aiutatemi. Uccidetemi…
Chi sei? Perché sei qui?
Cos’è questo calore? È diverso, meno intenso delle fiamme, ma più bruciante. Mi colpisce direttamente l’anima, la fa ardere, e fa male, più male di ogni altra cosa…
Vorrei aprire gli occhi di scatto e urlare, guardarmi intorno, cercare di capire dove sono, cosa sta succedendo, se va tutto bene, se sono sveglio o sono ancora imprigionato in un ricordo senza tempo.
A volte sembra che tutto questo non sia solo una memoria, che stia rivivendo quel giorno, che sia di nuovo nella mia terra e non qui in Norvegia.
Se fosse uno di quei giorni? Se aprendo gli occhi invece della mia stanza, mi trovassi davanti la fucina? Se sentissi la voce di mio padre che mi dice che sto facendo un buon lavoro, ma non devo adagiarmi sugli allori? Se entrasse mia madre portandoci il pranzo?
Mi copro gli occhi ancora chiusi con un braccio, in un rituale ormai secolare. È un modo per cancellare tutto quello che vedono.
Vorrei avere altri occhi, vorrei avere un altro corpo, un’altra mente, altri ricordi. Vorrei non esistere più.
Per un attimo, mi è sembrato che qualcosa si muovesse sulla mia testa, mi è sembrato quasi di avvertire una specie di contatto con il braccio, ma devo essermi sbagliato, sono solo, come sempre e come è giusto che sia.
“Ben svegliato.”
No, non sono solo. Serro gli occhi più forte e mi ricordo improvvisamente della presenza che c’è al mio fianco.
“Sei ancora qui?” Sono troppo stanco per essere arrabbiato, troppo debole per imporre alla mia voce di essere dura e fredda come sempre, esce solo bassa e fiacca. Sono troppo snervato, svilito, sfibrato, sono esausto, non ce la faccio nemmeno ad aprire gli occhi e guardare in faccia questo gatto.
“Scu-scusa… è che… sembrava che stessi così male… e… io… non volevo lasciarti solo…”
Incurvo le labbra in una specie di sorriso pensando a quanto questo piccoletto si stia sbagliando. A dire il vero non so nemmeno quanti anni abbia, e sarà alto una quindicina di centimetri meno di me, ne ho visti di più bassi, quindi non so bene perché mi venga naturale chiamarlo moccioso e cose simili, però non è colpa mia se sembra un bambino.
“Non sono mai solo.”
È vero. Come potrei essere solo? I ricordi, i visi, le parole, e poi Eros… come potrei essere solo? Perché non lo sono? Vorrei poter essere in un luogo deserto, lontano da tutto e tutti, senza nessuno intorno, avvolto dal vuoto, una nera oscurità priva di luce, oggetti e soprattutto persone. Vorrei solo il nulla per me.
La morte forse è la mia unica salvezza, la vera morte, quella da cui non si può fuggire, quella che c’è oltre la morte di un semplice essere umano. Eros me lo ha sempre impedito, e da qualche tempo ho quasi perso la speranza di riuscire a salvarmi dalla follia più completa, quella che, lentamente ma inesorabilmente, si sta prendendo la mia mente.
“Oh… ehm… io… cioè… non volevo dire che tu… però sembravi così… sofferente… e io ho pensato che… se magari ti avessi accarezzato i cap…”
Sposto di scatto il braccio e spalanco gli occhi, mentre lui si blocca e appiattisce le orecchie facendo un’espressione colpevole.
“Tu mi hai toccato?”
Non può averlo fatto davvero! Non può essere vero! Adesso capisco perché stavo più male del solito, perché volevo fuggire lontano, ora capisco anche il motivo di quel calore e di quel tocco che non riuscivo a comprendere del tutto ma che percepivo distintamente, tra le nebbie del tempo e della mente.
“Sc-scusa… io… cioè… insomma… io…”
Mi metto a sedere con qualche difficoltà molto ben celata, e un solo minuscolo, insignificante gemito di dolore, mi passo le mani tra i capelli cercando di riavviarli riuscendoci senza troppa difficoltà. Sono corti e pratici, in fucina non potevo certo tenere i capelli lunghi.
Fisso i miei occhi nei suoi, lui li abbassa immediatamente, con espressione ancora più colpevole, gli sollevo il viso, in un gesto che non credevo di essere in grado di compiere, e lo obbligo a guardarmi.
“Perchè? Ti avevo detto di non farlo.” La mia voce non è fredda e accusatoria come ieri, spero capisca la differenza. Perché poi questa speranza? Gli incubi di oggi devono aver lasciato uno strascico particolarmente forte, sì, dev’essere questo il motivo.
Sono troppo stanco per ucciderlo, picchiarlo o fare qualsiasi altra cosa, è questo il motivo di tanta preoccupazione, se così si può definirla. In questo momento non ho la forza di reagire come si deve e come vorrei, già, è proprio così.
“Beh… tu eri così… non lo so… c’era così tanto dolore nella tua voce e sul tuo viso… e io… non lo so… volevo solo aiutarti…”
Scuoto la testa e gli lascio andare il viso, quella sua espressione triste non riesco a sopportarla, non riesco a capire perché stia così male per uno sconosciuto, e non solo per uno sconosciuto qualsiasi, ma perché proprio per me.
Mi alzo dal letto, o almeno ci provo, perché non appena metto i piedi a contatto col freddo pavimento, un gatto nero mi si para davanti con espressione risoluta, nessuna traccia della tristezza di prima, nessuna remora, nessun senso di colpa.
“Non puoi muoverti! Tu stai male!”
“Vorresti darmi degli ordini? Mi faccio una doccia e poi riempio quel tuo sederino tondo di calci.”
Faccio per alzarmi in piedi ma lui allunga una mano quasi fino a toccarmi una spalla, poi la ritrae e mi chiede scusa, ma il suo volto non ha perso l’espressione determinata che aveva fino a qualche istante fa.
“No certo, ma… rimani qui, io ti prendo del sangue e per oggi non farai la doccia!”
Scuoto la testa, oggi sono stranamente arrendevole e accondiscendo a tutte le pretese assurde che questo felino mal riuscito formula.
Lui prende questo mio gesto come un sì e corre non so dove, in cucina presuppongo, ritornando dopo pochi minuti con tre sacche di sangue e me le porge in silenzio, con un sorriso che dovrebbe dirla tutta sui suoi pensieri.
Non capisco davvero che mi sia preso, forse sono davvero troppo, troppo stanco, o molto più probabile e semplice come risposta, anche se non ci avevo ancora pensato, questo gatto mi ha fatto un maleficio. Non vedo altra spiegazione, io non sono così come mi sto comportando. Non voglio estranei in casa mia, e lui lo è, e molto anche. Non voglio che mi si tocchi, e lui si è azzardato a toccarmi mentre dormivo, e poi, ha scoperto che soffro di incubi, un punto a suo favore e a mio svantaggio.
Sa dove abito, anche se posso sempre cambiare rifugio senza problemi, sa che al risveglio sono molto vulnerabile, a causa delle immagini che popolano i miei giorni, anche se non credo che dormirà mai più con me, quindi non dovrei preoccuparmi ulteriormente. In effetti sono insolitamente tranquillo, altra cosa strana di questa strana notte appena iniziata, nonostante abbia i suoi occhi puntati su di me, attenti ad ogni mia azione. Di solito ogni volta che mi trovo con qualcuno ho solo voglia di scappare via, nascondermi e proteggermi, ora no, ora sono calmo.
“Spogliati.”
Finalmente la mia voce è fredda e allo stesso tempo perentoria… un po’ di sangue era davvero quello che mi ci voleva.
Alzo quasi per caso lo sguardo sul gatto mentre poggio la sacca vuota sul comodino e lo vedo fare un passo indietro, appiattire le orecchie e fissarmi terrorizzato.
Un dolore che non comprendo mi attanaglia improvvisamente il petto, e il posto che dovrebbe essere occupato dal cuore, organo che penso di aver perso da tanto, troppo tempo.
Che ho detto? Perché si sta comportando così?
Con lo stesso terrore negli occhi lo vedo togliersi i pantaloni e rimanere nudo di fronte a me, e una fitta sempre più forte mi colpisce.
Quel terrore, quel dolore… io li conosco, io li ho visti, io so cosa sta provando…
Non aver paura piccolo angelo, andrà tutto bene. Adesso sei al sicuro. Ricorda piccolo angelo, ricorda la tua luce, così sfolgorante da riuscire ad accecarmi, da riuscire ad abbagliare chiunque ti circondi, così calda da riuscire a scaldare distese fredde e sciogliere ghiacci millenari, e adesso pensa che un po’ di quella luce è riflessa da chi ti è di fronte: ti scalderà, non ti permetterà di soffrire mai più.
Mi alzo, vado in bagno e poi ritorno in stanza, lui è steso sul letto, a pancia sotto, gli occhi serrati e per un attimo…
“Adesso sarai mio… finalmente… solo mio… per sempre…”
Stringo forte gli occhi e deglutisco, azione molto sciocca in quanto non sono più vivo, cerco di ricacciare in dietro le lacrime, i ricordi, il dolore, tutto. Adesso non posso e non voglio pensarci.
Lo prendo per un polso, facendolo alzare in malo modo, e gli metto l’accappatoio che sono andato a prendere in bagno, lui ha lo sguardo fisso nel vuoto, gli occhi vacui e mi chiedo se anche lui, come me…
Di nuovo ricaccio un fiume in piena che vorrebbe travolgermi e stringo forte nella mano il bavero di spugna, comincio a trascinarlo nella stanza di fronte alla mia, aprendo l’acqua della doccia.
“Vuoi che ti lavi o ne sei capace?”
Lui mi guarda senza capire e annuisce semplicemente, si toglie l’accappatoio con movimenti inconsapevolmente sensuali, e si infila sotto il getto, chiudendo gli occhi, aspettandosi chissà cosa, ma l’unico effetto che ottiene in risposta è il rumore della porta che si chiude.
Mi siedo sul letto, le mani tra i capelli a coprire anche gli occhi, perso in ricordi che non volevo rivivere, ma che prepotenti prendono possesso della mia mente.
Un rumore lieve mi fa riscuotere e mi perdo, mio malgrado, negli occhi del gatto nero che da due notti sta rendendo la mia vita, o l’assenza di essa, ancora più tormentata.
Ha indosso l’accappatoio e i capelli bagnati gli ricadono sulle orecchie, che si muovono avanti a indietro cercando di scrollarsi le fastidiose goccioline d’acqua che le impregnano.
“Ehm… insomma… scusami per il mio comportamento poco… consono… non dovevo agire in quel modo. So perfettamente che tu non mi faresti mai… ecco… del male…”
Un sorriso radioso e luminoso gli increspa le labbra, come a testimoniare una fiducia cieca e assolutamente genuina, che non capisco proprio da dove e quando potrebbe essergli nata.
“Chi è stato?” Meglio essere diretti, non so nemmeno perché voglio saperlo, ma io so come si sente, so quello che prova, conosco la sua paura. È la stessa che ho io in ogni momento e che rivivo ogni giorno, quando il sole sorge e i miei occhi si chiudono.
Conosco quel terrore cieco che ti invade, so cosa si sente quando mani troppo grandi ti toccano, un fiato caldo ti lambisce il collo, l’orecchio… e tu vorresti solo sparire, vorresti solo far cessare tutto.
Non so cosa mi trattenga dal rannicchiarmi su me stesso, come spesso mi succede al risveglio, o dal farmi rifugiare in un angolo, nella speranza che tutto passi, perché pensare a ricordi felici mi potrebbe aiutare, oppure farmi impazzire del tutto.
Davvero non so cosa mi stia succedendo oggi.
“Come? Ma… ecco… tu non hai freddo in pigiama? Brr… io sto congelando, sarà che sono bagnato…”
Mi guarda provando a sorridere e sperando che i suoi tentavi riescano a distogliere la mia attenzione da lui, da quello che si porta nell’animo.
Che mi interessa? Dovevo buttarlo fuori di casa no? Perché invece gli sto chiedendo di raccontarmi cose che probabilmente lo faranno stare male?
Forse perché ho bisogno di sentire qualcuno come me.
Per la prima volta, io ho bisogno di sentirmi vicino a qualcuno.
Prendo coscienza di questa mia nuova e impellente necessità e mi stupisco che fino ad ora, per quasi quattro secoli, non abbia avuto assolutamente bisogno di niente e nessuno, o forse non volevo averne bisogno, non credevo fosse utile avere accanto qualcuno, non pensavo che mi avrebbe mai potuto aiutare. Avvicinarmi di nuovo a qualcuno, con quale scopo? A che pro compiere un’azione che già una volta mi ha condotto sull’orlo della morte? Forse per non arrivarci più, o forse per arrivare ad una morte peggiore di quella in cui sono e a cui vorrei arrivare.
“Il mio migliore amico. È stato lui.”
Lo guardo con gli occhi persi chissà dove, in chissà quale tempo, mentre un viso, un sorriso che reputavo sincero, si formano nella mia mente, cominciando a trascinarmi in un baratro da cui, forse, questa volta, non riuscirò a uscire, perché sono stato io stesso a richiamarlo alla memoria.
All’improvviso un calore che non ho mai conosciuto mi avvolge, due braccia si serrano attorno al mio corpo e un viso sfiora il mio, mentre l’abbraccio si fa più stretto.
Un angelo può tutto, persino toccare qualcosa che veniva celato agli occhi indiscreti della gente. Io vorrei solo che questo angelo riuscisse a illuminare anche l’antro in cui io mi trovo e da cui, troppo spesso, non riesco a uscire.
Cerco di rilassarmi, di dirmi che va tutto bene, ma di nuovo quel viso, quel sorriso, trasformatosi in un ghigno mostruoso, continuano ad assillarmi e le braccia che mi stringono non sono più quelle di un gatto, ma quelle di qualcuno che vorrei solo cancellare dalla mia memoria.
“Adesso sarai mio… finalmente… solo mio… per sempre…”
“No!”
Lo spingo via con violenza, e le braccia che mi stringevano mi lasciano finalmente libero.
Ansimo in cerca d’aria, ma mi ricordo improvvisamente che non serve, non ho bisogno di respirare, né di riempire i polmoni, se non per parlare.
“Scusa… io… non lo farò più. Vuoi altro sangue? Oppure… posso fare qualcos’altro per te?”
“Io mi sono confidato, tu non lo fai Vajrin?”
Vajrin.
Per la prima volta pronuncio nella mia mente il suo nome, e mai nome mi è sembrato più dolce. Si irrigidisce e abbassa lo sguardo, semplicemente si siede a terra e comincia a parlare.
“Il mio sire e… il suo compagno… volevano avere un figlio, e così… beh… mi scelsero. Io ero un tipo assolutamente anonimo, ma questo si vede anche ora. Il mio sire mi osservò a lungo e poi una notte mi uccise, forse pensava che sarei stato più bravo, e invece no.”
“Una notte Maximillien, il mio sire, non c’era e… ecco… Karl, il suo compagno, venne da me… e… mi disse che… insomma… visto che… non mi stavo dimostrando bravo come vampiro, almeno avrei potuto… essere utile… in altro… e… ecco… insomma…”
“La prima volta… insomma… poi mi sono abituato… e…”
Prova a sorridere, ma come può? Come fa?
La prima volta. Mi chiedo quante altre ne siano seguite.
Gli occhi di Vajrin guardano altrove, cercano una via di fuga, cercano di nascondere il dolore, e poi le sue mani giocano nervosamente l’una con l’altra, massacrano ogni dito, tentando di trovare un modo per non far scoppiare in lacrime il loro padrone.
Forse, però, non ha più lacrime da versare, non ha più sofferenza da mostrare, non ha più la forza di…
Mi alzo e lo prendo per un polso, sento i suoi occhi fissarmi interrogativi, ma li ignoro. Mi siedo sul divano e lo metto accanto a me, lui continua a guardarmi come se fossi un alieno, e probabilmente lo sono, o almeno lo sembro.
“Qui siamo più comodi, e adesso sta calmo.”
Non che io sappia come mettere a proprio agio le persone, a quello ci pensa Eros, anche perché non mi è mai capitato di dover mettere qualcuno a proprio agio, e credevo che non mi sarebbe mai successo di trovarmi in una situazione del genere.
“Tu sei davvero… meraviglioso…”
La sua voce ora è più dolce che mai e i suoi occhi cercano solo rassicurazioni, solo affetto. Io so come si sente, conosco quel serpente che ti striscia infido sulla schiena e ti spinge a inseguire consolazione e sollievo, anche quando sai che negli altri puoi trovare solo dolore.
Quello che mi chiedo però è come possa essere ancora così, dopo quello che gli è successo, come riesca ancora a sorridere e ad avere quella delicatezza, come possa avere un’anima così bella.
“No, affatto. Continua.”
Lui abbassa lo sguardo, improvvisamente colpito dalle mie parole, probabilmente perché tutti i ricordi, le sensazioni provate, stanno affiorando alla sua mente, così come stanno facendo alla mia, ma non posso e non voglio lasciarmi andare, devo essere più forte.
“Sì Milos… per sempre…”
La sua voce era calda e allegra, ma poi tutto è andato perso, tutto è sparito, inghiottito da coltri scure e pesanti, da una nebbia fitta che ha sommerso il suo cuore e distrutto il mio, annullandomi, facendomi perdere nelle distese aride che avevano preso il posto della mia anima.
“Che c’è da dire? Io continuavo la mia vita… lui la sua…
All’inizio succedeva solo di rado, quando Maximillien doveva partire. Lui rimaneva solo, non poteva certo… e io… ero lì… ero inutile per il resto del tempo… quindi…”
Mi verrebbe voglia di andare a spaccare il muso a quel bastardo che lo ha convinto di questo, ma chi sono io per farlo? Soprattutto: perché ho voglia di farlo? Perché vorrei stringere questo gattino tra le braccia, coccolarlo e dirgli che ormai è tutto passato?
Chi sono io per farlo? Chi è lui che mi sta facendo questo? Perché ho così tanta voglia di farlo?
Un intero oceano di emozioni mi travolge, trascinandomi in lidi che non sono pronto a toccare, mostrandomi coste troppo verdi ma lontane, così lontane da poter essere solo lambite dal mio sguardo, desideroso di pace e quiete.
Per la prima volta sogno un po’ di pace, un po’ di tranquillità, cerco un’oasi in un deserto sconfinato e arido, arido come il mio cuore, la mia esistenza… la mia anima… un’oasi…
La tua luce è per me un’oasi di pace, le tue ali candide sono un riparo dal sole cocente, le tue parole un nettare per calmare la mia sete, per placare l’arsura che mi circonda… e lo stesso vale per lui… solo che ancora non ne è consapevole… Salvaci piccolo angelo…
“… Poi… si è fatto tutto più frequente… anche ogni notte… e io… non potevo dire di no… se Maximillien lo avesse saputo… gli avrei dato un dispiacere, perché… la colpa era mia e… lui mi aveva salvato e io…”
“Lo amavi?”
Lui rabbrividisce e i suoi occhi si fanno ancora più vacui, porta le ginocchia al petto, rannicchiandosi su se stesso. Vorrei solo stringerlo forte, dirgli che so come si sente e che non era affatto colpa sua, ma ho troppa paura.
“No.”
“Quanto è andato avanti?”
“Fino a due anni fa. Li hanno uccisi davanti ai miei occhi… e io… non ho potuto fare niente per salvarli… e… ma questo è il mio destino, è logico che sia così… io sono assolutamente inutile… sono solo…”
Per un attimo guarda ancora più lontano, chissà dove, in un posto che non posso nemmeno immaginare.
“Scusa… non dovevo parlare di questo… da allora ho queste. Sai mi sono infuriato e ho perso il controllo, ero come una bestia… beh ma è normale visto quello che sono… succede che la morte lasci qualche ricordino a volte, per far vedere che non sei umano, no?”
Osservo lui e le sue orecchie muoversi avanti e indietro e un vago sorriso, di una tristezza senza pari, comparire sulle sue labbra.
Che faresti ora Eros? Volevi sapere come gli sono venute queste orecchie, ora lo sai: ha ceduto alla rabbia, questa ne è stata la conseguenza. Adesso che faresti?
Chiudo un attimo gli occhi e cerco di rilassarmi, concentrandomi forse, anche se questa è proprio l’ultima cosa che vorrei fare, forse è anche l’unica. Ci vuole solo un istante a condividere i ricordi, solo quelli che riguardano il suo racconto però, è una cosa che odio, siamo due e i ricordi sono una delle poche cose che ci separano, non li voglio dividere, però è l’unico modo che ho ora per uscire da questa situazione.
“Che devo fare?”
“Abbraccialo, abbraccialo per me.”
“Non ce la faccio, io non lo posso abbracciare.”
“Ti prego Milos, non ti ho chiesto mai niente, non voglio che tu mi dica perché non ci riesci.
Osservalo però: lui è un angelo, non lo vedi? Ti prego… abbraccialo per me…”
Senza aprire gli occhi cerco di calmarmi, di ripetermi la frase di Eros.
Lui è un angelo.
Adesso mi sembra di ricordare, mi sembra di capire. Quella luce che avevo visto, quella luce così forte da raggiungermi nel buio in cui mi trovavo.
Poggio una mano sulla sua spalla e la stringo. Rimango così un attimo, poi gli cingo le spalle con il braccio e lo avvicino leggermente a me, senza però farmi toccare.
Più di così non ce la faccio, questo è davvero il massimo che posso fare, vorrei poter andare oltre, e non solo per le richieste di quello.
Due iridi marroni mi fissano con una luce brillante che le fa assomigliare a pezzi di stelle cadute in terra. Anche se non posso più vedere il sole, le stelle sono tanti soli lontani e se uno di essi si frantumasse e i suoi raggi splendenti illuminassero le mie notti?
Chiudo gli occhi e li serro forte mentre una voce lontana, ma vicina, così vicina da farmi paura, mi ripete una frase, mi ricorda il mio destino.
“Adesso sarai mio… finalmente… solo mio… per sempre…”
Riuscirò mai a dimenticarlo? Riuscirò mai a tornare a vivere? Ma ho vissuto per davvero quando ero vivo?
“Adesso… tu… chissà cosa…”
Un’altra voce, questa vicina e reale, mi riporta nel mio salotto, sul mio divano bianco, ricordandomi che per la prima volta da trecentoottantanove anni sto toccando qualcuno, non per uccidere o ferire, non per allontanare o scacciare.
“Non è stata colpa tua, e di certo nessuno si merita una cosa del genere, se non chi lo fa, quindi smettila di pensarlo, chiaro?”
Non so se le mie parole hanno suscitato l’effetto desiderato, perché un nuovo sorriso, troppo simile a quelli di prima, gli increspa le labbra.
“Oh… magari gli altri non lo meritano… ma io sì… io… sono maledetto…”
“Tu… cosa?”
“Mia madre mi ha maledetto… del resto… ha ragione… sono… sono nato il sei giugno 1606… il giorno del diavolo…”
Sono assolutamente basito, non riesco a parlare, muovermi o anche solo pensare: non può essere vero, mi rifiuto di credere a una cosa del genere, è troppo persino per me!
Io non faccio altro che piangermi addosso, rifiutare tutto e tutti per… per cosa poi? Lui porta su di sé una maledizione, solo per essere nato in un giorno sbagliato, solo per essere un angelo puro e con gli occhi sinceri, e nonostante questo lui…
Chiudo gli occhi e cerco di farmi forza, vincere le mie sciocche paure, superare tutti i timori che stupidamente nascono in me ogni volta in cui mi avvicino a qualcuno, e lo abbraccio, lo serro forte, come se tutto quello che volessi fosse fonderlo in me, cancellare il suo dolore, e anche il mio, come se con una semplice stretta si potessero annullare a vicenda e dissolversi in una bolla di nulla, lasciandosi dietro solo due persone.
“Mi-Milos…”
Adesso forse dovrei parlare, dire qualcosa di rassicurante, cercare di farlo star bene, ma ho diversi problemi nel convincere me stesso che non c’è nessun pericolo nello stare così vicino a questo micio.
È impressionante come sia passato da gattaccio, a gatto, a micio. Altro che maledizione, è stato lui a fare un sortilegio a me! Però non posso non ammettere che sto bene così, forse sono un po’ rigido, e forse le sue braccia mi stringono un po’ troppo, ma sto bene…
Vorrei abbracciarti, vorrei stringerti e baciarti, vorrei molte cose, ma la cosa che più di ogni altra desidero, è vedere di nuovo il sorriso sulle tue labbra e i tuoi occhi illuminarsi, e non importa se non sarà per merito mio o come regalo per me, mi basta solo che tu stia di nuovo bene, davvero bene, stavolta per sempre.
“Adesso smettila di miagolare perché ti hanno abbandonato e tira fuori gli artigli, chiaro?”
“Ehm… ma… io… cioè... scusa, sono un debole… e… perdonami…”
Ma i gatti sono tutti così stupidi? O forse sono io ad essere un po’ troppo brusco? Insomma, non ho tempo da perdere con questo moccioso, non che abbia altre cose da fare, ma non posso certo stare dietro a lui, no?
La verità è che non riesco a farlo, non riesco a essere dolce come Eros. Cazzo, sto prendendo un po’ troppo a esempio quello lì, così non va bene.
“Scemo. Adesso fila a letto, anche se non è tardi tu devi riposarti.”
“Ma… io… non vuoi che me ne vada?”
“Ti mando via domani gattaccio, adesso fila in camera. Io vado a caccia.”
“Vengo con te!” I suoi occhi brillano. So che vorrebbe stare con me, ma io ho bisogno di pensare, ne ho una necessità disperata.
“No, non voglio che ti sforzi.”
“Ma sei tu quello ferito!”
“Sai pulire delle pistole?”
“Sì, certo!” Di nuovo i suoi occhi si illuminano, da questo dovrei dedurre che ama le armi come me? Sarebbe di certo un punto a suo favore.
Mi alzo e gli intimo di andarsi a vestire, mentre io supero la porta che nasconde le scale che portano alla taverna che c’è nel seminterrato.
Accendendo la luce in questa immensa sala, mi ricordo improvvisamente che dovevo finire una spada, ma sinceramente non mi va di lavorare con quel gatto che sicuramente mi girerebbe intorno come se fossi un’attrazione da circo e non un semplice fabbro.
Scuoto la testa e lancio uno sguardo all’incudine che si trova dalla parte opposta rispetto all’entrata, vicino ai barili pieni di acqua e la rastrelliera su cui ci sono i martelli e gli scalpelli. Il fuoco è ovviamente spento, e devo ammettere che nonostante lo accenda da anni, ho ancora dei problemi, una naturale paura serpeggia lungo la mia schiena, ogni volta che comincio a sistemare la legna e a darle fuoco, ma non c’è da stupirsi. Il fuoco, proprio come il sole, sono nostri ‘naturali’ nemici, io non posso far altro di cercare di vincere le mie paure, se voglio ‘lavorare’, ho costruito questa fucina proprio per questo, e poi io sono un vampiro particolare, nel mio passato ci sono altri motivi per temere il fuoco. Ma ora non ho voglia né tempo per pensare anche a questo.
Prendo le pistole, custodite in una vetrinetta chiusa a chiave, in questa parte della taverna, e poi tutto l’occorrente per pulirle. Non sia mai che Eros metta le sue manacce sulle mie armi! Come minimo me le rovinerebbe tutte! E poi lui è più bravo con i coltelli e le spade, anche se non mi pare che lui abbia mai combattuto, lo so solo per tutte le lagne che faceva sulla sua presunta bravura i primi tempi, poco dopo la sua ‘nascita’, quando ancora cercava di essermi amico.
Scuoto la testa e ricomincio a salire le scale, cercando di non pensare a quel moccioso, anche se è una cosa piuttosto difficile vista la voce che continua a ronzarmi in testa. Certi animali sono degli infidi bastardi, gli dai un dito e si prendono l’intero braccio, spalla compresa.
“Ti preeeego! Domani posso parlarci? Ti prego!”
“Sì, sì, basta che la smetti! E poi tu sarai più bravo a consolarlo.”
“Sei stato eccezionale, fidati, basta vedere con che occhi ti guarda…”
“Sei geloso?”
“Del fatto che se anche mai dovesse amarmi non lo farà mai come ama te?”
“Che stronzate dici?”
“La verità. Comunque no, non sono geloso. Mi basta che lui sia felice, e mi basta stargli accanto, e io lo sento: gli starò accanto, e lui sarà felice…”
“Ottimista come sempre.”
“Lo so! Ti sei accorto che stai parlando con me? Non lo facevi da mesi! E poi lo hai sempre fatto solo per sgridarmi, invece adesso stai conversando!”
“Sparisci!”
Rientro in salotto scuotendo la testa, cassetta con armi e tutto il resto, tra le mani. Odio parlare con Eros, le rare volte in cui lo faccio continua a tormentarmi con la sua vocetta stridula. In realtà non è stridula, ma di certo è insopportabile. Questo dannato gatto in due notti ha fatto più danni di un tifone. È già seduto sul divano in trepida attesa, un paio di pantaloni e la mia maglia di ieri indosso.
“Ho rimesso la tua maglia, ti dispiace?”
“Fa come vuoi.”
Mi siedo mettendo le pistole sul tavolinetto basso e cominciando a smontarne una, vedo che lui fa lo stesso e sembra sapere il fatto suo, meglio così, non vorrei dovermi trovare a schivare una pallottola, certo sono tutte scariche, non metterei mai una pistola carica in mano a questo moccioso, ma non si può mai sapere.
Passiamo così il resto della notte, in un silenzio tranquillo, irreale quasi, ma non pesante, è più una specie di calma tranquillità. L’ho dovuto riprendere un paio di volte sul modo si pulire le canne, ma a parte questo devo dire che se l’è cavata bene, è un moccioso con delle potenzialità devo ammetterlo, anche perché, avendo solo nove anni meno di me, non è che sia proprio un gattino appena uscito dall’utero.
I miei propositi di andare a caccia e ragionare in santa pace da solo sono andati a farsi benedire, volevo pulire solo un paio di pistole per osservare come si muoveva e invece mi sono ritrovato a stargli accanto per tutta la notte, la necessità di pensare improvvisamente dissolta nel nulla. Di certo è stato l’effetto calmante che maneggiare le mie armi mi comunica.
Ormai è quasi l’alba e io non sono il tipo che spende parole inutili, se vuole dormire sul divano faccia pure, io me ne vado in camera da letto.
Dopo nemmeno due minuti, quel mocciosetto bussa alla mia porta, giusto il tempo che mi ci è voluto per infilarmi pantaloni e maglietta, precauzione piuttosto stupida visto che il gatto mi ha già visto semi-nudo, e di certo avrà avuto modo di informarsi da Eros per quale motivo il suo ‘meraviglioso corpo’ (immagino il tono smielato della sua voce pronunciare queste parole) sia segnato da una così vistosa cicatrice.
Fortunatamente lui non sa niente, la mia vita è solo mia e così il mio passato.
Rabbrividisco vistosamente al ricordo, che per un attimo attraversa la mia mente.
Le fiamme, il fumo denso, le urla di mia madre, quelle di mia sorella e quelle di Alika che cercavano di proteggersi a vicenda.
“Avevo dimenticato l’accappatoio in camera mia, lo metto in bagno o vuoi che lo stenda? Milos, tutto bene?”
Mi guarda con quei suoi grandi occhi colmi di preoccupazione, forse per il mio colorito più bianco e mortale del solito, o forse, semplicemente perché riesce a capire quello che mi succede, nonostante non riesca a cogliere appieno tutte le sfumature, e questo mi fa paura, tanta, tantissima.
“Lascialo dove vuoi.” Riesco a dire queste parole mantenendo un tono freddo, distaccato e noncurante, quando invece, tutto quello che vorrei, sarebbe solo scappare lontano, come sempre, come il perfetto vigliacco che sono.
“Ok… allora… io vado di là… buon riposo…” Guarda con occhi tristi il letto, so bene cosa vorrebbe fare, ma non glielo permetterò anche stanotte! È stato già abbastanza difficile addormentarmi ieri, figurarsi oggi.
“Ricordati di non toccarmi.”
Stupido idiota! Perché l’ho detto? Non posso davvero voler dormire con lui! Dal canto suo, il malefico gatto corre nella sua stanza, torna con i pantaloni del pigiama che gli deve aver dato Eros, fa per gettarmi le braccia al collo ma si ferma e mordicchiandosi un labbro con un’espressione da bambino colto a fare una marachella, mi chiede scusa. Poi, come se niente fosse, si getta sul mio letto, mettendosi sotto le coperte.
Spero solo che il giorno passi in fretta, e spero che non abbia voglia di accarezzarmi di nuovo per calmarmi dagli incubi.
Già, un altro giorno di ricordi. Un altro giorno per un’espiazione che non riuscirò mai a compiere.
EROS
Mi rannicchio su me stesso, devo aver fatto incubi tremendi per tutto il giorno, ma non riesco proprio a ricordarli. So che Milos ne soffre, ma vorrei sapere cosa glieli ha provocati. È riuscito a tenermi fuori dalla sua vita per quasi quattrocento anni, ieri quando ho sentito la sua voce credevo di essere in un sogno, però sbagliavo.
Apro gli occhi lentamente e posso finalmente specchiarmi in questi laghi meravigliosi, pozzi di dolcezza infinita che sono le iridi di Vajrin.
Oggi però il micino mi sembra strano, questi suoi meravigliosi occhioni sembrano tristi, mi chiedo come mai. Ah-ah! Super Eros ti salverà mio piccolo gattino! Beh, forse Milos non ha tutti i torti quando mi dice che sono un idiota.
“Ciao micio.”
“Eros… ciao… sono felice di vederti…”
Chissà perché, però, la sua voce, mi sembra tutto fuorché allegra.
“Vajrin, tutto bene?”
“Sì, certo! Aspetta, fammi controllare come stai!”
Si alza e scostando le coperte comincia a guardare la ferita, completamente rimarginata e simile ora a un profondo graffio.
“Beh, adesso lo sai.”
“Co-cosa?”
“Che io sono la seconda personalità di Milos. Spero che questo non ti crei problemi, è un po’ come se fossi il suo alter ego, ecco.”
“Sì, ma l’ho capito solo perché Milos me lo ha detto. Come mai lui…”
“Non c’è? Ogni tanto sparisce, sai non parliamo molto, è vero, però ogni tanto riesco a vedere cosa fa. Ieri, lui non avrebbe voluto, ma mi ha detto comunque molte cose, o meglio, mi ha permesso di ascoltarle, ecco.”
Il suo sguardo è attraversato da un lampo di terrore e io d’istinto lo stringo tra le braccia mettendomi, con un solo gesto, a sedere.
“Vajrin? Che c’è?”
“Ni-niente… Eros… io… devo andare…”
“Cosa? Perché?”
“Beh… devo… sistemare delle cose in albergo, e poi… non posso rimanere qui, no?”
Già, non può. Chissà cosa mi ero messo in testa? Se anche dovesse provare qualcosa, di certo sarebbe per Milos, non per me. L’ho visto dal suo sguardo, dalla diversa luce che illumina i suoi occhi, anche se posso usare solo la mente, a volte.
“Sì, certo. Vuoi che ti accompagni?”
“No, faccio una doccia e vado…”
Sguscia via dalle mie braccia e senza guardarmi esce dalla stanza. Dopo pochissimo sento l’acqua della doccia scorrere e mi butto a peso morto sul letto chiudendo gli occhi.
Sono solo uno sciocco, uno stupido sentimentale senza speranza.
Sono in salotto, ancora in pigiama, quando Vajrin entra, i suoi vestiti addosso, stranamente puliti, evidentemente deve averli lavati ieri o forse l’altro ieri, Milos non se ne sarà nemmeno accorto scemo com’è.
“Beh, allora io vado… mi raccomando sta attento… ci vediamo, ok?”
Sempre senza guardarmi va alla porta e io riesco a malapena ad alzarmi e dirgli ‘aspetta’ che già lui è uscito.
Scatto alla porta e l’apro, è ancora sulla soglia.
“Vajrin! Aspetta, ti accompagno!”
“No Eros grazie, è tutto apposto, davvero! Senti, ti chiamo io più tardi ok? Scusa per tutto il disturbo…”
Accenna quello che dovrebbe essere un sorriso, ma che ne è solo una pallida e malriuscita imitazione e si allontana a passo svelto.
Che sarà successo?
Rientro in casa e mi butto sul divano.
Dovrei sapere cosa è successo: non c’era Milos e Vajrin voleva e vuole solo lui.
In fondo io sono solo un’imitazione. Sono solo qualcosa nato per sbaglio, a causa di un qualche trauma che non mi è dato conoscere, io sono solo la copia, l’originale non può essere battuto, soprattutto agli occhi di qualcuno che lo ama, anche senza saperlo.
Continuo a fare avanti e indietro in salotto, telefono in mano, aspettando che Vasili, il nostro sceriffo, colui che è preposto a mantenere l’ordine qui in città, mi dica se Vajrin si è visto in sala o in giro nelle ultime tre notti.
“Eros? No guarda qui non lo ha visto nessuno e nemmeno in città, mi spiace.”
“Ah, ok grazie Vasili, vedrò cosa fare, grazie lo stesso.”
Lo saluto ringraziandolo ancora e poi prendo la giacca per uscire. Devo andare a vedere se è in albergo!
La luce chiara che si prospetta all’orizzonte, una volta aperta la porta di casa, mi fa desistere. Ero così impegnato nel fare telefonate, dopo l’ennesima notte in cui sono stato in cerca di Vajrin senza trovarlo, da non accorgermi che ormai l’alba è arrivata.
Chiudo la porta d’ingresso e le tende mentre torno in camera.
Mi sdraio sul letto chiedendomi perché sono stato così scemo da non andare prima in albergo da lui, perché mai sono stato così pavido, così impaurito da un suo possibile rifiuto.
Tutto quello che conta però, adesso, è cercarlo, trovarlo, sapere se sta bene, non m’importa scoprire quello che già conosco: non mi ha cercato in attesa che tornasse Milos, va bene, per me è lo stesso, voglio solo assicurarmi che stia bene.
Di certo c’è un motivo per cui il cellulare è sempre spento, lui sta bene, devo stare tranquillo.
Il sonno mi coglie improvviso, mentre continuo a chiedermi come stia Vajrin, e gli incubi di Milos si mischiano alle mie paure, rendendo il mio giorno eternamente più lungo del solito.
Memorie - Fine