- terza parte -

Le mie due anime per te

VERITA'


EROS

Ahia! Mentre mi metto la camicia non posso fare a meno di sentire un dolore lancinante al braccio. Quel deficiente di Milos era così distratto, chissà perché?
Mah, chi lo capisce è bravo, e io non lo sono in questo gioco.
Cavolo sono tre giorni che non vedo Vajrin, mi avrà dato per disperso! Anche se, in un certo senso, lo ero visto quello che ha combinato Milos. Rompersi un braccio e farsi fare un taglio del genere sullo stomaco non è da tutti, e per fortuna che sarebbe stato un lavoretto facile facile! Che cavolo!
“Lo potresti fare anche tu!”
Me lo ha detto con un tono di superiorità, quello che usa le rare occasioni in cui si abbassa a parlare con me, e non posso certo dargli torto, visto che lui è così… bravo, bello, intelligente e ha quell’aura di mistero che io non avrò mai. Non solo, lui è il primo, il vero, l’autentico, io sono venuto solo dopo, e se tutto il resto posso averlo anche io, questo no, su questo davvero non posso nemmeno contendergli il primato.
Quando deve fare una delle sue missioni si decide a parlare con me e mi dice di starmene buono per un po’. Nella maggior parte delle occasioni non so cosa faccia, dove vada o con chi sia, stavolta però era così disattento da essersi completamente dimenticato che c’ero anche io, e soprattutto lo era così tanto da farsi cogliere impreparato da un paio di servi umani. Come avrà fatto? Di solito è preciso e meticoloso fino all’inverosimile. A volte vorrei conoscere i suoi pensieri, i suoi ricordi, vorrei che mi permettesse di avvicinarmi di più, e invece no, c’è sempre il solito muro invalicabile a dividerci.
Alla fine però sarebbe stato meglio se davvero glielo avessi messo io un paletto nel cuore a quel tizio e lo avessi portato all’Alabaster, poi magari sarei passato nella sala principale e avrei visto Vajrin, sì, non sarebbe stato affatto male. Lui si è limitato a fare il suo lavoro e a tornarsene a casa per leccarsi le ferite come un cane bastonato, solo oggi ha deciso che era, finalmente, troppo stanco e che, quindi, io sarei anche potuto uscire un po’. Despota!
Se avessi incontrato Vajrin prima di stasera, avrei potuto scusarmi per il comportamento idiota di Milos e magari spiegargli un po’ come stanno le cose, forse avrebbe potuto capire, e magari perdonare, anche se non credo che ce l’abbia con Milos.
Magari però è arrabbiato con me perché non mi sono più fatto sentire! Anche se era un po’ difficile viste le condizioni in cui mi trovavo e sono tuttora. Stasera devo spiegargli per bene le cose, spero possa accettare la situazione e magari passerà anche sopra alla maleducazione mia e soprattutto a quella di Milos!
Una fitta acuta mi colpisce al ventre mentre infilo la giacca, ma cerco di non badarci, non voglio rimanere a casa anche oggi! Devo andare in sala, certo non so se Vajrin ci sarà, ma è sempre una possibilità no?
Se poi non ci fosse potrei chiamarlo e chiedergli di vederci, magari sarebbe anche meglio, da soli, il chiaro di luna, le stelle…
Uno scroscio di pioggia mi colpisce, mentre un fulmine illumina il cielo notturno, proprio mentre esco dal garage con la moto.
Cosa volevo io? Una passeggiatina romantica al chiaro di luna con le stelle a fare da cornice a un possibile, stupendo, dolcissimo, magari passionale, secondo bacio? Ok Eros, sogna pure! Merda!

Quando entro in sala gocciolo acqua da tutte le parti, se mi strizzassero probabilmente allagherei tutto l’Alabaster, ossia un palazzo di tre piani e non so quanti metri quadrati, so solo che sono tanti… e io li riempirei tutti! Dannata pioggia! La Norvegia non solo è fredda, è anche piena di acqua e neve. Perché Milos ha scelto di venire a vivere proprio qui? Non era meglio un bel posto tropicale? Siamo morti, non sentiamo mica caldo come gli umani!
Jarod mi guarda e vedo chiaramente dai suoi occhi che non sa come salutarmi, perché non capisce se sono io oppure Milos. Tanti anni che ci conosce e ancora non sa distinguerci? Bah, non capisco proprio. A sua discolpa posso dire che ho di certo un’aria torva nello sguardo e sul viso. Ho preso un quantitativo di pioggia pari solo a quella caduta durante il diluvio universale, le ferite mi fanno male e un certo languorino mi lambisce lo stomaco, solo in senso figurato, a causa di un deficit non indifferente di sangue, proprio per colpa di queste dannate ferite che, per fortuna, passeranno entro un paio di giorni. Insomma non credo di apparire proprio simpatico e dolce, forse sono molto più simile all’immagine del truce Milos che tutti hanno.
“Eros! Ma che hai fatto? Stai bene?”
Mentre ero perso nell’osservare Jarod, e in questi miei pensieri sulla mia somiglianza con Milos, qualcuno mi si è avvicinato e adesso mi guarda con i suoi grandi, immensi occhi marroni, preoccupati e pieni allo stesso tempo di dolcezza. Qualcuno che è riuscito a riconoscermi nonostante abbia visto una sola volta sia me che Milos. Credo che questo non sia mai riuscito a farlo nessuno, nemmeno il Principe Andrej, con tutta la sua esperienza e i suoi anni, ci ha saputi riconoscere dopo un solo incontro. Ciò non fa che accrescere la mia ammirazione e la mia attrazione verso questo micetto, che continua a guardarmi, aspettando una mia risposta e muovendo preoccupato e nervoso le orecchie.
“Vajrin! Ciao! Scusa se sono sparito, ma… ehm… come vedi mi sono fatto un po’ male, però ora sto bene, non preoccuparti! Tu piuttosto come stai?”
“Bene… ma sei sicuro di star bene? Perché non sei rimasto a casa? Hai bisogno di sangue? Se vuoi esco a procurartelo!”
Che dolce! Non ci credo, davvero si sta offrendo di andare a caccia solo per far mangiare me? Che tenero! I suoi occhi, grandi, profondi, dolcissimi, mi attraggono e mi imprigionano, non riesco a smettere di guardarli, non posso fare a meno di pensare al fatto che vorrei abbracciarlo forte e ringraziarlo, dirgli che voglio passare con lui quanto più tempo mi sarà possibile per conoscerlo, per sapere tutto di lui, ogni cosa, dalla sua data di nascita come umano, ai suoi gusti in fatto di vestiti, ogni sciocchezza, persino quanto porta di scarpe, ogni cosa!
Tutto.
Tutto pur di riuscire a sfiorare, anche solo per un istante, la sua anima che sono sicuro essere brillante e luminosa, piena di dolcezza e amore da donare. Vorrei che quell’amore fosse per me.
Come un fulmine a ciel sereno, come un lampo che rischiara per un breve, lunghissimo istante, una notte senza luna né stelle, una notte nera, un pensiero mi balena nella mente e un brivido mi percorre la schiena mentre lui poggia una sua mano sul mio braccio sano e mi sorride, dolce e sereno come non ho mai visto nessuno.
Sono innamorato.
Mi sono innamorato a prima vista di Vajrin, nonostante sia solo la seconda volta che lo incontro e non sappia nulla di lui, adesso me ne rendo conto, e tutto quello che voglio è stringerlo tra le braccia, baciarlo e giurargli amore eterno, perché so che questo sarà, perché so che non potrò mai amare nessuno che non abbia i suoi occhi, o la sua voce, o il suo sorriso.
Anche se sembra assurdo, amo Vajrin e non potrò mai più amare nessun altro.
Com’è successo? Quando? Un solo bacio è riuscito a fare tutto questo? Oppure sono i suoi occhi? Non riesco a guardare altrove, non riesco a spostare la mia attenzione su altro. È sciocco, banale e infantile un comportamento del genere, non mi appartiene, non sono così superficiale, anche se non sembra. Però Vajrin…

Salvalo, salva almeno lui. Io rimarrò qui. Purché tu stia bene, perché la verità non ti colpisca e non ti ferisca, purché tu possa vivere per sempre in un mondo fatto di luce e pace, perché solo questo tu meriti. Questo è quello che sento.


Con questa nuova consapevolezza gli sorrido dolcemente e poggio la mia mano sulla sua, e mai tocco mi è sembrato più tenero e bello, mai pelle mi è sembrata più calda, nonostante mi renda perfettamente conto che è solo la mia immaginazione, perché i nostri corpi sono freddi, freddi come la Morte in cui viviamo.
“Non preoccuparti, sono a posto, mi faccio dare un po’ di sangue da Jarod. Senti, ti va di andare a fare due passi? Vorrei parlare un po’…”
O la va o la spacca, non posso certo dirgli quello che provo, altrimenti, altro che gatto in fuga! Però posso dirgli di me e Milos e sperare che capisca, del resto se per caso, in un caso molto, molto, molto remoto, io gli piacessi anche poco, dovrebbe sapere a cosa va incontro, no? Anche se forse già lo ha capito, in fondo non è molto difficile da immaginare.
“Sì certo!” Sorride e muove le orecchie, cosa che ormai adoro letteralmente. Lancio un sorrisone e un bacio a Jarod che mi guarda e scoppia ridere, probabilmente dandosi dell’imbecille per avermi scambiato per quel muso lungo di Milos. La prossima volta gliela faccio pagare! Lo saluto come si deve, gli chiedo qualche sacca di sangue da portare via (vivere vicino all’Alabaster ha le sue comodità) e intanto osservo Vajrin che mi sta accanto, sorridendo tranquillo. Mi viene sempre più voglia di abbracciarlo e stringerlo forte. Jarod mi distrae con una battuta sullo stare attento mentre trasporto merce che scotta e ridacchio guardandolo, così riesco a distrarmi dal pensiero fisso delle labbra di Vajrin sulle mie.
Ogni suo movimento mi incanta e mi fisso a guardarlo, completamente rapito da piccoli gesti che compie con fluidità e tranquillità. Mette la bandana per coprire le orecchie e a me sembra che stia danzando in modo sensuale e unico, sono pazzo? Forse....
Non appena si volta a osservarmi mi perdo in un altro mondo, un universo fatto di sfumature impercettibili e dolcezza infinita, probabilmente ormai lo vedo circondato da un’aura di luce, come fosse un angelo rappresentato in un dipinto, ma in fondo, credo che lui sia davvero così: un essere puro e luminoso che ha sbagliato il luogo in cui si trova.
Credo che lui sia un angelo che per errore è caduto sulla terra. Si sarà guardato in giro spaurito, chiedendosi dove si trovava e perché non ci fossero più tutti i suoi amici angeli.
Poi scrutando meglio e percependo tutto il dolore e la desolazione che popolava l’animo degli umani, ha pianto. Capisco da dove viene quella luce particolare dei suoi occhi: sono le troppe lacrime versate per la sofferenza che ha visto intorno a sé.
Ha continuato a vagare per la terra, in cerca di un modo per tornare nella sua casa, il Paradiso, ma mentre si aggirava senza meta per le lande tristi che costituiscono il nostro mondo, cercava anche di salvare e aiutare gli altri come poteva. Poi un giorno, un demone, ingelositosi per la sua bellezza e per la sua estrema bontà ha deciso di maledirlo, e quale maledizione migliore per un angelo se non impedirgli di fare ritorno in Cielo? Oltre questo, un’altra maledizione, ancora peggiore, dover sopravvivere come un parassita mascherato da predatore. Per questo lui è stato vampirizzato, ma devo ringraziare quel demone perché adesso lui è vicino a me.
“Eros, tutto bene?”
Mi riscuoto da questa storia fantastica che la mia mente ha elaborato per cercare di spiegare a me stesso perché mai un micetto bello come lui debba essere un vampiro, e mi volto a guardare Vajrin che ha un’espressione lievemente preoccupata.
“Sei sicuro di star bene?”
“Sì certo, non temere.” Gli sorrido dolcemente e lui fa lo stesso.
Cominciamo a camminare senza meta nei dintorni dell’Alabaster, non so bene dove voglio andare, ma non credo di poter fare molta strada con questo ‘piccolo’ taglietto sullo stomaco, anche perché comincia a fare davvero male.
“Dove vuoi andare?”
“Mh, dove ti pare, però… senti… io dovrei dirti una cosa… ma vorrei che non ti arrabbiassi se non te l’ho detto prima… Attento!”
Prendo Vajrin tra le braccia e lo attiro a me facendogli fare un balzo indietro, mentre una macchina passa a tutta velocità sulla strada che stavamo attraversando.
Per un attimo ho avuto paura che… non che un’automobile possa farci male per davvero, ma non voglio che niente lo sfiori, non deve avere nemmeno un graffio a deturpargli questo visino tenerissimo, gli angeli non devono essere feriti da niente e da nessuno, nemmeno da chi li ama.
“E-Eros… grazie… io… scu-scusa… non me ne sono accorto e… Eros! Sanguini!”
Lo guardo stupito e poi mi rendo conto del dolore fortissimo che mi colpisce lo stomaco, deve essermisi riaperta la ferita.
“Mh, non è niente…”
Credo che il mio sorriso sia un po’ stentato, ed effettivamente mi sento un po’ deboluccio, stasera non ho bevuto ancora una sola goccia di sangue, e questo incide non poco.
“Non è vero! Ti porto in sala!”
Ci manca solo la sala, io devo parlargli, e in sala non potrò mai farlo.
Anche se Milos si incavolerà non mi importa, io di solito non mi sbaglio mai su queste cose, e sono sicuro di potermi fidare di lui.
“No, portami a casa. La sai guidare una moto?”
Lui mi guarda sconvolto e allarga gli occhi. Neanche gli avessi proposto di fare sesso selvaggio qui in mezzo alla strada! Che vuole che sia rivelare il proprio rifugio a un perfetto sconosciuto che potrebbe benissimo uccidermi in qualsiasi momento una volta saputo dove riposo durante il giorno? Niente, anche perché sento che lui non potrebbe mai farmi del male, lo sento nel cuore, forse è una certezza stupida dettata solo dai sentimenti che provo, ma voglio crederci.
“Sì, più o meno… ma Eros… davvero? Non preferisci ti porti Jarod?”
“Eh? Che c’entra Jarod?” Maschero con la sorpresa per questa sua frase un gemito di dolore che stava per sfuggirmi, ma mi appoggio di più a lui che mi sta sorreggendo da prima.
“Beh, è il tuo ragazzo quindi…”
“Vajrin sei così impaziente di vedermi fidanzato?” Ridacchio e gli sfioro appena la schiena con una mano, lui arrossisce e abbassa gli occhi imbarazzato.
“Tutt’altro, ma…”
“Senti, andiamo a casa, lì ti spiego un po’ di cose ok? E poi, visto che non vuoi vedermi fidanzato, sappi che sono single dalla prima sera in cui ci siamo incontrati.” Sorrido felice perché spero che capisca, almeno stavolta.
“Oh, scusa… mi dispiace… non volevo ricordarti cose tristi…”
Mentre ricominciamo a camminare mi rendo conto che no, non ha capito nemmeno questa volta, questo ragazzo è duro come la pietra!
“Nessuna cosa triste, non preoccuparti… ahia! Vajrin, mi sa che dobbiamo sbrigarci, ti spiace?”
Lui diventa improvvisamente serio e accelera il passo, sempre sorreggendomi e marciando a passi sveltissimi verso la mia moto, cercando però di non farmi affaticare troppo.
Appena saliamo in sella vengo assalito dal terrore che quando Milos lo saprà come minimo ammazzerà Vajrin. Nessuno deve toccare la sua moto, è così geloso delle sue cose! Già quando la uso io dà in escandescenze, ma vorrei vedere se dobbiamo avere due moto diverse, sarebbe uno spreco!
Do a Vajrin le indicazioni per raggiungere casa nel più breve tempo possibile, non vorrei mordere lui a causa della fame, anche se sono convinto che il suo sangue sia di una dolcezza senza pari. Probabilmente, se lo assaggiassi anche una sola volta, ne diventerei completamente dipendente.

Di fronte alla villetta che costituisce la casa, Vajrin rimane un po’ sorpreso e mi fa i complimenti, ma dentro si capisce chiaramente che non ci abita una sola persona.
Ogni stanza ha un arredamento diverso. Quelle che uso io sono semplici, ma colorate, o comunque allegre. Quelle di Milos sono spoglie, prive di qualsiasi cosa sia superflua e soprattutto senza specchi. Sono riuscito a metterne almeno uno in bagno e in camera da letto, ma quest’ultimo l’ho ritrovato in frantumi, presumibilmente rotto proprio da Milos, e non certo per caso. Del resto quella cicatrice fa intristire anche me, nonostante non sappia assolutamente come se la sia procurata, e poi quelle sui polsi…
Forse se fossi al suo posto quelle cicatrici mi farebbero pensare a qualcosa che non voglio ricordare, per questo nemmeno io vorrei mai specchiarmi. Io invece lo faccio, le guardo, le osservo e mi domando a cosa siano dovute, Milos non vuole ricordare, io vorrei sapere.
Nonostante il nostro… ‘stato’, Milos e io non siamo per niente legati. Lui cerca di evitarmi il più possibile, riduce al minimo indispensabile i rapporti con me, ha reso la sua mente assolutamente inavvicinabile, non mi ha mai raccontato la sua storia, non so come si sia fatto quella cicatrice, né chi lo abbia marchiato come fosse stato una bestia, né tanto meno perché abbia tentato di uccidersi. Non so se pensare che, da quando ci sono io, le cose vadano peggio, anziché meglio, come ha provato sempre a convincermi Gin. Non so come fosse prima del mio arrivo, però so com’è adesso e questo mi spezza il cuore. Io provo a stargli vicino, cerco di essergli utile, cerco di farlo fidare di me, ma più provo ad avvicinarmi più lui mi allontana. Vivere insieme senza rivolgerci che poche parole ogni tanto mi strazia il cuore perché mi fa sentire stranamente solo, e immagino quanto lo sia lui.
Però, guardando Vajrin che si prende cura di me, che mi mette a sedere sul divano, cercando di farmi stare comodo, e si prodiga per aprire le sacche che ho preso da Jarod facendo in fretta, mi rendo conto che se mai Milos dovesse uscire almeno un po’ dall’abisso di angoscia in cui vive da secoli, e che la mia comparsa ha solo acuito, sarebbe solo grazie alla presenza di questo dolce angioletto a forma di gattino che è capitato sulla nostra strada.
Solo ora mi rendo conto che per medicarmi, mi ha tolto la maglia e continua a guardarmi la pelle segnata dalla cicatrice, sono stato troppo occupato a guardarlo e a riflettere per sentire le sue dita che la sfilavano.
“Questa, come…? No scusa, non dovevo chiedertelo.”
Mi sorride imbarazzato e toglie il dito che stava passando sulla mia pelle, provocandomi una serie di scosse elettriche in tutto il corpo. Nessuno mi ha mai fatto questo stesso effetto.
“È una cosa vecchia, non preoccuparti.” Cerco di essere rassicurante con la voce e con un sorriso. Davvero è una cosa vecchia, c’è da sempre, o almeno da quando io ho memoria, e sinceramente, a me non fa male come a Milos, quindi non voglio che Vajrin si preoccupi inutilmente.
Lui sorride e si abbassa, depositando una serie di lievissimi e reverenziali baci partendo dalla base della schiena, seguendo la cicatrice fino a metà stomaco. Chiudo gli occhi, cercando di calmarmi e tenere sotto controllo i miei bassi istinti che mi gridano a gran voce di sbatterlo sul divano e esplorare ogni centimetro della sua pelle. No, devo resistere.
Lui mi guarda tenero e innocente e io mi sento un assatanato che non sa tenere a bada gli ormoni, che per altro non ha. Sono un maniaco che ha pensato a certe cose mentre questo dolce micetto mi sfiorava con intenti assolutamente casti e puri.
“Adesso sto meglio.”
Lo guardo e gli sorrido gentilmente. Grazie a Vajrin davvero sto meglio, e non solo fisicamente, anche la mia anima è molto più leggera, sento che con lui, se anche mai mi capitasse di essere triste, potrei lasciarmi andare, senza dover cercare di essere allegro e simpatico a tutti i costi.
“Per fortuna! Mi hai fatto prendere uno spavento!”
Gli accarezzo una guancia e lui muove le orecchie, finalmente libere dal tessuto che solitamente le nasconde, e mi sorride dolcemente.
“Vajrin guarda come ti ho ridotto… vuoi fare una doccia?” Il mio povero micio è pieno di sangue su tutta la maglia, e non mi sembra proprio il caso di mandarlo in giro così. In questo momento avrei voglia di pulirlo per benino io stesso, anche se forse non è affatto il caso. Visto che sono così famelico da ferito, mi sorge il dubbio che se fossimo qui tranquilli e stessi bene gli sarei saltato addosso. Mh, temo di sì, altro che dubbio, è una certezza! Però lui è così… così… desiderabile, bello, eccitante, adorabile… e potrei andare avanti ore.
“Ehm… non voglio disturbarti, e poi… non c’è Milos?”
Io sorrido divertito dalla sua domanda. Non ha decisamente capito e io devo ancora spiegargli un po’ di cose, adesso il chiarimento si è reso davvero necessario.
“No, non c’è. Dai ti accompagno a fare una doccia e poi ti racconto una cosa.”
Lui arrossisce violentemente, ma sinceramente non capisco cosa ho… Idiota! Mi sbatto una mano sul viso e mi do dell’imbecille ad alta voce.
“Scusa! Mi sono spiegato male! Volevo dire che ti faccio vedere dov’è il bagno e ti do degli asciugamani puliti. Scusa, sono un cretino.”
“Ma no… non preoccuparti… sono io che ho capito male… scusa…”
Non è che abbia capito proprio male male, io una doccia me la farei volentieri con lui… e il prima, e il dopo, e sul letto, e sul tappeto, e sul tavolo… e sono un maniaco! Basta Eros!
“Figurati e scusa tu!”
Mi alzo con un ‘Ahia’ e lui subito mi aiuta, dicendomi che farà da solo, ma non sia mai che mi perdo anche solo un istante del tempo che possiamo passare insieme!
Lo accompagno in bagno, gli faccio vedere dove prendere gli asciugamani e il bagnoschiuma, lui mi sorride dolce e io continuo a fissarlo per un istante, immaginandomelo sotto la doccia. No, così non va bene, idiota! Faccio forza su me stesso, gli sorrido ed esco, andando, dopo aver recuperato il maglione che Vajrin mi aveva fatto togliere per cambiarmi le bende, a stendermi sul letto della mia camera, situato proprio di fronte al bagno.
Mi chiedo come mai Milos sia stato così superficiale nel curarsi, di solito è anche molto più attento quando combatte, ma stavolta…
Devo cercare di scoprire che cosa lo ha distolto dall’attenzione che una missione, seppur semplice, richiede.

Un gatto nero, grandi occhi marroni, un sorriso dolce. Il calore di un abbraccio che non potrò mai avere, la tenerezza di un bacio che non sarà mai per me…


Chiudo gli occhi per un attimo e cerco di concentrarmi su Milos, in questi ultimi giorni è diventato ancora più difficile dell’usuale riuscire a scambiare un paio di parole con lui, forse anche perché i miei pensieri sono costantemente concentrati su Vajrin e anche…


MILOS

Apro gli occhi di scatto, un dolore fortissimo allo stomaco. Mi guardo, mettendomi a sedere, e vedo che sono ancora in camera da letto, però quel deficiente di Eros deve essere uscito! Cretino! Certo che sto male! Glielo avevo detto di non muoversi di casa! Ma mai che mi desse retta! Idiota!
“Eros, ho finito! Solo… potresti prestarmi un maglione o qualcosa ma mettere sopra i jeans? Credo che il mio sia inutil… Milos?”
Mi volto di scatto e quasi mi prende un infarto. Grazie al cielo non ho un cuore che batta e che sia soggetto a certe reazioni.
Che cazzo ci fa quel moccioso in casa mia? Bagnato, appena uscito dalla mia doccia, con il mio asciugamano legato intorno ai fianchi e niente altro addosso?
Un attimo: lui è nudo, io anche o quasi… No! Non è possibile! Giuro che trovo il modo di farlo sparire dalla faccia della terra quel parassita! Non gli è bastato quel ragazzino umano? E gli altri quattro in questi secoli? No! Adesso pure con i gatti deve farsela?
I grandi occhi di quel dannato gatto nero si fissano su di me e mi guardano stupiti, non sapendo bene cosa dire o fare, mentre mille gocce d’acqua gli imperlano il corpo, creando strani giochi di luce con i riflessi provenienti dal bagno e rendendolo più simile a un angelo che a un vampiro.
Non posso, non devo pensare ancora a lui. Devo mandarlo via, ora, subito, non posso permettermi di sbagliare, non posso permettermi di sentire nulla.
“Vattene!” La mia voce è più simile a un sibilo, sì, così dev’essere.
‘Rimani!’ grida la mia mente, ma non posso dargli ascolto. Ho già rischiato troppo, non posso vederlo mai più, lui… no, non posso!
“Scu-scusa… io… è che… Eros… ma tu… sei ferito… come lui…”
“Non come lui! Io sono lui! Questo corpo è mio moccioso, solo mio! Eros è solo una stupida appendice che non doveva esistere!”
Mi avvicino con veemenza, con la stessa prepotenza che hanno le mie parole, aggressive, irruenti, violente, lui deve andarsene di qui, io non devo vederlo mai più, e nemmeno Eros! Non può, non deve entrare nelle nostre esistenze, non farebbe altro che rovinarle, distruggerle. Io devo rimanere solo, anche se solo non posso essere. Eros ho dovuto accettarlo, ma lui no, nessun altro deve avvicinarmi.
“Io… io… non capisco…”
I suoi occhi sembrano ancora più grandi, e le sue parole sono così colme d’innocenza e dolcezza, nonostante non abbia detto nulla di piacevole.
Sento di nuovo quell’abisso di angoscia e disperazione avvolgermi, riportarmi alla memoria sorrisi, visi, parole, frammenti di giorni passati.
Il caldo della fucina, le braccia forti di mio padre, il sorriso dolce di mia madre, dolce, ma meno dolce di quello di questo gatto, gli occhi di Stefen che mi guardavano mentre lavoravo…
“Vattene!” Un urlo esce dai polmoni privi d’aria, un urlo che nasce solo per colpa di questo dannato gatto.
Non guardami così!
Non cercare di avvicinarti!
Non sorridermi!
Non cercare di capirmi!
“Milos… posso aiutarti? Dimmi cosa vuoi che faccia…”
Mi scaglio contro di lui, facendolo retrocedere fino a farlo sbattere contro la parete, con il braccio sano gli premo sulla gola, immobilizzandolo. Lui fa fatica a tenere gli occhi aperti, ma non c’è terrore, solo tristezza e dolore.
No! Non farmi questo, non aver pietà di me, non essere triste per me, non lo merito, non merito niente!
“Vattene via di qui, immediatamente!”
Lui abbassa le orecchie, un’angoscia che non ho mai visto in nessuno gli pervade questi grandi, immensi occhi, che mi guardano come se fossi un essere che va protetto e difeso, non un mostro che va cacciato e distrutto. Io questo non lo sopporto!
Lo lascio andare e mi volto, gli lancio una mia maglia che era poggiata sulla poltrona nell’angolo e poi mi stendo di nuovo sul letto, nella speranza che lui se ne vada presto, nella speranza che non debba più sentirmi come mi sento.
Sento solo un timido “Ciao” e poi la porta aprirsi e chiudersi.
Finalmente solo, finalmente libero. Di soffrire, di piangere, di autocommiserarmi, di ricordare tutto quello che ho distrutto e tutto quello che ho sporcato solo toccandolo.

Tolgo il braccio con cui avevo coperto gli occhi e li riapro. Non so quanto tempo sia passato da quando ho mandato via quel gatto, e sinceramente, nemmeno mi interessa.
In queste ore, o forse minuti o attimi, la mia mente si è affollata di pensieri senza senso, di immagini lontane e passate, di suoni che non odo da secoli, e dopo tanto tempo, ho improvvisamente voglia di distruggere la fucina che c’è giù, al posto della taverna.
Azione molto sciocca visto che l’ho ricostruita esattamente come quella che aveva mio padre, in un momento di nostalgia, o di masochismo forse; non so bene quale dei due sentimenti mi abbia mosso.
Per quanto mi riguarda la nostalgia equivale a un enorme dose di masochismo. Perché avere nostalgia di un tempo che porta con sé solo ricordi tristi? Non vivevo giorni colmi di disperazione certo, ma tutto quello che avevo, ogni sentimento, ogni parvenza di felicità o serenità è sparita, cancellata e distrutta dalla mia stupidità e dalla mia incapacità.
Mi alzo convinto che un po’ di acqua fredda sia, come sempre, la soluzione migliore, ma nel breve istante in cui attraverso il corridoio un rumore distante, ma non troppo, attrae la mia attenzione.
Faccio un passo indietro e di nuovo lo stesso suono mi incuriosisce, qualcosa dietro la porta d’entrata, come un movimento, e questo mi spinge ad avvicinarmi alla sua fonte.
Apro l’uscio, convinto di non trovare niente, ma vengo prontamente smentito.
Mi irrigidisco e un lampo di odio - o forse gioia? - mi attraversa gli occhi. Uno stupido gatto nero ha fatto tutto questo rumore. Se ne sta seduto con le spalle appoggiate alla parete accanto alla porta, vicino a lui c’è un piccolo sacchetto nero, ben chiuso come fosse un regalo. C'è una sola persona che riesce a nascondere in modo tanto stupido delle sacche di sangue, ossia Jarod, e ho di fronte l'unica altra persona che può aver avuto la brillante idea di andarmi a procurare del nutrimento nel cuore della notte senza nemmeno suonare il campanello per poi darmelo.
Mi volto e faccio per entrare in casa e quasi senza pensare guardo l’orologio. Manca poco meno di mezz’ora all’alba.
“Entra, è tardi.”
Prendo il sacchetto poco gentilmente e strappo una delle sacche cominciando a bere, mentre sento quello stupidissimo gatto alzarsi e puntarmi i suoi terribili occhi addosso, entra in casa chiudendosi la porta spalle e continua a fissarmi.
Senza nemmeno voltarmi cammino verso la mia stanza e mi fermo davanti a quella accanto.
“Questa è la tua stanza, quando ti svegli non rompere le scatole, chiaro?”
Non so nemmeno perché lo sto facendo. Che m’importa se al sorgere del sole lui sarà ancora fuori?
Che m’interessa se un raggio di luce lo colpisce trasformandolo in cenere?
“Grazie…”
Mi volto solo adesso e lo vedo con le orecchie basse, nella sua classica posa da cane bastonato che poco o niente si addice a un gatto degno di tale nome, quei suoi dannati occhi tristi per non so nemmeno io cosa.
“… Il letto è grande… cerca di non toccarmi.”
Solleva il volto e improvvisamente i suoi occhi sembrano diamanti che riflettono tutta la luce che li colpisce, rimandando un riverbero mille volte più potente e luminoso.
Sembra quasi che tutta la mia rabbia, tutto il dolore, tutto stia scomparendo, lasciando il posto solo ai bagliori creati dagli occhi di questo gatto.
I gatti, al mio tempo, erano creature del demonio, entità dell’inferno, che stregavano gli esseri umani, venivano bruciati sul rogo con i loro padroni, ma questo gatto qui…
Dovrei credere alle credenze del mio tempo e a quelle successive: i gatti neri sono incarnazioni di Satana, ma che senso avrebbe? Siamo vampiri, siamo creature peggiori del diavolo, siamo demoni di bell’aspetto, senza cuore né anima. Perché dovrei prendermela con questo gatto?
Perché mi condurrà in un abisso dal quale non riuscirò ad uscire, lo so, eppure non riesco a lasciarlo fuori di casa.
“Grazie!”
Quei suoi occhi brillanti si illuminano maggiormente e credo senza rendersene nemmeno conto, si mette sulle punte dei piedi e mi dà un bacio dolcissimo sulla guancia, prima di correre letteralmente sul mio letto.
Io me ne sto lì, gelato sul posto, rigido, immobile, con una voglia di urlare che non avevo mai sentito, e con un calore che parte da non so dove, un punto non ben precisato al centro del petto, lentamente si diffonde intorno, ma tutto questo dura solo un attimo.
Per un breve istante un brivido mi percorre la schiena, partendo dalla base del collo e arrivando fino al bacino, un dolore lancinante mi colpisce il fianco e gli occhi mi fanno male come se cercassi di non piangere da secoli.
Tutto questo è dovuto solo a un tocco? Sì, certo. Ecco perché nessuno deve toccarmi.
Però, per un attimo, mi è sembrato quasi che non mi desse fastidio essere toccato da quel gattaccio. Dannazione dovrei ricordarmi che è un vampiro come me e non un felino a quattro zampe!
Chiudo gli occhi e cerco di scacciare le immagini che tra breve, come ogni giorno, affolleranno la mia mente, nonostante non sia ancora addormentato la presenza e le azioni di questo gattaccio sono riuscite a riportarmi alla mente cose che sono costretto, fortunatamente, a vedere solo durante il riposo quotidiano.
Ecco perché non voglio essere toccato, per non ricordare, ma non sono arrabbiato.
Sono impaurito. Ho una tremenda, assurda, indicibile paura di quello che quel gatto nero potrà fare, di quello che sta già facendo.
Entro in camera e lui è già sul letto, si è tolto le scarpe e la mia maglia e sta cominciando a scostare le coperte per infilarsi sotto.
Mi guarda e mi sorride dolcemente e io quasi quasi sto per lanciargli addosso il coltello che porto sempre alla caviglia, ma poi penso che non mi va di sporcare le lenzuola e che Eros, invece, non lo porta mai. Prendo un pigiama da un cassetto dell’armadio e mi infilo in bagno, per uscirne, dopo pochi attimi, cambiato e con i pantaloni in mano, che lancio sulla poltrona.
Mi metto nel letto e mi volto, dando le spalle a quel malefico essere che so starmi a guardare con quei suoi occhi brillanti e dolci.
Per un attimo sono preda di un timore tremendo, mentre lo sento stendersi su un fianco, e non so se mi stia dando le spalle o no, non so quanto mi sia vicino, non so in che posizione sia, e questo non fa altro che far crescere un terrore spaventoso che non riesco a controllare, lo stesso che mi assale ogni volta in cui qualcuno mi si avvicina troppo.
“Buon riposo.”
La sua voce risulta dolce e tenera, delicata quasi, e questo placa per un istante solo la mia paura, ma non appena chiudo gli occhi…
Memorie di un passato che non posso dimenticare, angosce che mi assalgono notte e giorno, da ormai trecentottantanove anni, ricordi che affollano i miei sogni, trasformando visi e volti amici in orribili maschere, deformate dal fuoco, teneri sorrisi, in ghigni malefici e abbracci, in strette atte a frantumarmi in mille e mille schegge che cadendo a terra silenziosamente si sbriciolano in infinite altre parti, prendendo il mio dolore e moltiplicandolo all’infinito.
Questo mi aspetta ogni notte e ogni giorno, e non ci sarà mai gatto o vampiro o angelo che riuscirà a cambiare il mio destino.


Verità - Fine