
Disclaimers: I personaggi, poveri piccoli
innocenti, sono nostri (Damian chiede di essere portato via da casa di Sakuya,
Ais da quella di Pam) e sono nati da una sera di deliri telefonici& quindi,
qualora vogliate averli o usarli, chiedeteci il permesso, ve li presteremo
volentieri& sempre che siano ancora tutti interi ^_^ Salvateciiiiiii é_è
ndDamian&Ais
Dediche: A Caska e Tes per i loro compleanni, nonostante il terribile ritardo
speriamo che il regalino vi piaccia, vi vogliamo un mondo di bene!
Il canto dell 'angelo
POV DAMIAN
Il sole sorge, il gallo canta e io, come ogni giorno, mi alzo e vado ad abbeverare
i cavalli. E’ uno dei miei innumerevoli compiti come stalliere. In fondo,
non mi dispiace affatto, gli animali sono creature infinitamente più
intelligenti, gentili e buone degli esseri umani.
Anche oggi sarò solo, anche oggi Anthony, il responsabile delle stalle,
mi prenderà a calci e proverà a sbattermi dietro un qualsiasi
angolo… e come sempre… a nessuno importerà.
Sono un figlio del Diavolo, dopotutto, cos’altro dovrei aspettarmi?
Fulmine, il cavallo preferito del signore, oggi
è particolarmente irrequieto, ma so come calmarlo, gli ci vogliono solo
un paio di carezze. Anche lui, come me, è sempre stato messo al bando
da tutti, perché troppo inquieto. Io sono fin troppo calmo, ma il risultato
è lo stesso.
I ricchi sono davvero strani. Come si fa a chiamare un cavallo ‘Fulmine’?
Seriamente non mi capacito della loro assoluta mancanza di fantasia, ma del
resto… che altro ci si può aspettare da degli stupidi che vanno
in giro imbellettati, con la paura di sporcarsi le scarpe, e il naso all’insù?
All’improvviso delle voci concitate che provengono dall’esterno
attirano la mia attenzione e così decido di uscire a vedere cosa stia
succedendo.
Anthony ha il solito ghigno che gli si dipinge in faccia ogni volta che riporta
una delle sue ‘vittorie’, specie su noi poveraccio che dobbiamo
sottostargli. La cosa strana stamattina è la presenza del signore del
castello, che di solito viene qui solo quando deve uscire. Non sarebbe una cattiva
persona se non fosse ricco ma lo è, e la cosa non gioca di certo a suo
favore, anzi.
“Cinque frustate… e che non succeda più!”
Solo ora noto che c’è un ragazzo in terra, i lunghi capelli neri,
che gli arrivano sotto le spalle, gli coprono il viso, ma vedo chiaramente il
sangue cadere a terra, dopo essergli scivolato sul mento.
Come minimo questo idiota ha fatto a pugni con quello schifoso, ed effettivamente,
Anthony sembra avere un labbro spaccato… il ragazzo ci sa fare, anche
se ha compiuto un gesto molto, molto stupido.
“Mio signore, solo cinque? Non sarete troppo indulgente? E’ appena
arrivato e…”
“Stai forse mettendo in discussione una
mia decisione?” La voce imperiosa del vecchio mi fa quasi timore, ma è
solo per un attimo, in fondo, basta chinare il capo al suo passaggio, e non
fargli vedere che sputeresti volentieri nel suo piatto… se non contenesse
cose così succulenti!
Anthony annuisce e si inchina davanti al padrone, io mi sbrigo a fare lo stesso,
e come me, anche gli altri due stallieri accorsi a vedere cosa stesse succedendo.
Non sto loro simpatico, ma nemmeno cerco di risultarlo, tutto quello che voglio
è essere lasciato in pace… e poco mi importa se sono sempre solo…
i cavalli mi bastano e sono una compagnia più che sufficiente!
Anthony sghignazza e ci rimanda al lavoro, mentre porta il ragazzo dietro il
fienile, in un posto che conosco bene. Mi passo inconsciamente la mano sulla
schiena, memore delle numerose frustate ricevute dal mio arrivo qui, quando
ero poco più che un bambino, ad oggi, credo siano passati dieci o forse
undici primavere da allora… non lo ricordo bene, ma ora come ora, non
ha davvero alcuna importanza.
Rientro nelle scuderie e riprendo ad occuparmi di Fulmine, gli do da mangiare
e comincio a pulire il suo box. Queste scuderie sono immense, un box fa la mia
intera casa.
Devo dire che almeno in una cosa, l’essere riconosciuto come un figlio
del demonio mi ha giovato, e non poco. Nessuno mi vuole con sé, nessuno
vuole che io dorma sotto il suo stesso tetto, quindi, nessuno vuole che io dorma
negli alloggi comuni della servitù casalinga, né in quelli dei
braccianti. Meglio per me, no? Ho un delizioso tugurio, un tavolo, due ‘letti’,
un camino e una paio di sedie sgangherate, raccattate dalla spazzatura. C’è
persino uno sgabello che utilizzo come scala per prendere le cose da una delle
mensole in alto, che c’erano prima che io arrivassi. Sono davvero basso,
63 miseri pollici (160 cm ndSaku) tutto pelle e ossa… non sono certo uno
spettacolo, ma questo… è anche un bene, così non mi vedo
costretto a rifiutare le ragazze! Che poi… bleah! Che schifo! Le ragazze
non mi sono mai piaciute, nemmeno da ragazzino, ho sempre nutrito interesse
per i ragazzi invece, ma ho imparato ben presto a non farlo vedere, non voglio
essere impiccato anche per questo!
La voce impastata di vino di Anthony mi riporta nelle scuderie, per un attimo
dimentico dei pensieri senza senso che affollano sempre la mia mente. Ho sempre
creduto che non avendo modo di parlare, i pensieri, che sorprendentemente ho
scoperto essere anche per noi poveri e non solo per i ricchi, non hanno altro
modo di sfogarsi se non lasciandosi andare in sfrenate e folli corse nella mia
mente, ma credo che se lo dicessi a qualcuno verrei frustato…
“Damian, va a raccogliere quel tizio, te ne occuperai tu finché
non si rimetterà… oltre al lavoro ovviamente… vedi di rimetterlo
in piedi entro domani. Dormirà nella tua bettola!”
Non provo a replicare, non dico nulla, annuisco semplicemente ed esco dopo aver
chiesto il permesso. Credo che quasi nessuno conosca la mia voce visto che la
uso pochissimo, solo lo stretto indispensabile per far capire che non sono muto…
ci sento e ci vedo benissimo… riguardo al parlare… so parlare benissimo,
ma evito di farlo con chi non ritengo degno di me. Mi do delle arie? Probabile…
ma che mi importa? Peggio di così… c’è solo il rogo
come eretico, quindi…
Faccio un mezzo giro intorno al fienile, quel tanto che mi porta sul retro,
e chi ti trovo? Quello spavaldo idiota, sdraiato a terra, privo di sensi probabilmente.
Come lo porto a casa adesso?
Non posso far altro che trascinarmelo sulle spalle… come, non so, visto
che sarà alto almeno 12 pollici (circa 30 cm ndSaku) in più di
me, e di certo peserà chissà quanto di più! Per essere
un pezzente in cerca di lavoro se la passa bene…
I vestiti sembrano nuovi, ha persino una mantellina di lana sulle spalle, appannaggio
solo dei pochi con qualche soldo in tasca, a parte i nobili ovviamente. Ma per
loro… la lana è una specie di seconda scelta, le pecore sono animali
così… comuni dopotutto! Meglio ammazzare qualche animale selvaggio,
scuoiarlo per benino e prenderne la pelliccia, no?
Odio le persone e amo gli animali, sbaglio? Le persone mi odiano e gli animali
mi amano, che c’è di sbagliato a ricambiare entrambi con la loro
moneta? Non sarò un bravo cristiano mettendo gli uomini sullo stesso
piano delle bestie, ma… li ha creati entrambi Dio, no? Di certo però,
e vi prego Signore non me ne vogliate… avete fatto un piccolo errore nella
matrice, perché sembra davvero che i cristiani siano bestie e le bestie
persone, o almeno, per la maggior parte di loro vale così…
Adesso parlo anche con Dio… di certo portarmi questo ‘coso’
sulle spalle non aiuta il mio piccolo e stupido cervello. Ma quanto pesa???
E’ più bello di me, non che ci voglia poi molto, i vestiti mi cadono
addosso tanto mi stanno larghi, e tanto sono magro io, forse sarei anche un
po’ meno brutto se potessi mangiare decentemente almeno una volta a settimana…
non posso non dire però che questo tizio qua invece… è davvero
ben messo!
Con uno sforzo sovrumano arrivo a casa e lo butto sulla paglia che non uso io.
Adesso che dovrei farne di lui? Magari se lo spogliassi… sì, decisamente
è la soluzione migliore.
Con un altro sforzo gli alzo le braccia e gli sfilo la maglia, prendo poi un
unguento fatto da me, con queste dolci manine, con delle piante del boschetto
qui accanto, e comincio a spalmarglielo sulle ferite.
Anthony non c’è andato leggero, anzi direi che si è divertito
parecchio, e le frustrate sono molte più di 5… saranno almeno 10…
Mi sembra strano che per così poco questo tizio enorme sia caduto svenuto,
ma valla a capire la gente! Forse è molto più debole di quello
che sembra…
Gli metto l’unguento cercando di fare piano, chissà poi perché
visto che me ne importa meno di niente di questo qui, ma… so come si sta
dopo… e non è piacevole…
Un mugolio sommesso attira la mia attenzione, e mi accorgo così che finalmente
il bell’addormentato si è svegliato… e adesso che lo guardo
bene, mentre sono comodamente seduto sul suo sedere, è davvero molto
bello, non sembra affatto un morto di fame, quanto piuttosto uno di quei principi
bellissimi delle fiabe che mia madre raccontava sempre alle mia sorelle quando
erano piccole.
Il viso è fiero, non ha cicatrici, né alcun segno che deturpi
i lineamenti che definire perfetti è uno sgarbo, vista la loro indicibile
bellezza. I capelli lunghi incorniciano alla perfezione questo gioiellino di
Madre Natura e gli occhi, che ancora sono chiusi, sono certo, saranno all’altezza
del viso e del corpo altrettanto perfetto e bello.
Continuo a mettergli l’unguento con gentilezza e delicatezza, o almeno
ci provo, e poi prendo dallo sgabello, che avevo messo qui vicino per utilizzarlo
come ripiano per appoggiare gli oggetti, delle bende di tela grezza che ho ricavato
tempo fa da una vecchia maglia che mi hanno impedito di indossare ancora.
Dicevano che sembravo un cencioso accattone di città, piuttosto che uno
stalliere del signore locale con quei vestiti addosso, e così mi hanno
fatto la somma grazia di darmi in dono dei vecchi abiti smessi degli altri braccianti.
Adesso ho un guardaroba considerevole di ben 6 pezzi, tre maglie, due pesanti
ed una leggera, e tre pantaloni, ugualmente due pesanti e uno leggero. Considerato
che non ho di che coprirmi, se forse li indossassi tutti e tre contemporaneamente,
quando tra poche settimane arriverà l’inverno, potrei sentire meno
freddo del solito…
Un alto gemito di dolore mi riscuote dall’ennesimo labirinto di pensieri
che mi aveva intrappolato, e solo ora mi accorgo che il bel moro ha riaperto
gli occhi.
Cosa avevo pensato prima riguardo la loro bellezza?
Beh sbagliavo. Nessuna parola può neanche lontanamente provare a descrivere
la magnificenza, la profondità e il magnetismo di questi due occhi blu
notte che ora mi fissano divisi tra il tentativo di esternare, anche con lo
sguardo, il dolore che so questo ragazzo sta provando, e il mal riuscito tentativo
di celarlo, nella speranza di conservare un po’ di orgoglio e fierezza
davanti a me che sono un estraneo.
Si muove sotto di me, a disagio per di più, ma così facendo questo
scemo non fa altro che farmi arrivare in un punto un po’ tanto personale
e privato… non che sarebbe un brutto posto in cui stare, anzi…
Mi riscuoto dalle visione poco caste e poco pure che affollano la mia mente,
fantasie che si concentrano, in particolare, su di noi avvinghiati su questo
stesso letto, e decido che presentarmi e farlo stare buono è la cosa
migliore.
“Fremo scemo! Ti sto curando!”
“E chi te l’ha chiesto? Non credere che ti sarò riconoscent…
aaaahhhh!!”
Ops, mi sa che ho stretto la fasciatura un po’ troppo… ma non l’ho
mica fatto apposta!... Non proprio…
“Oh scusa! Che sbadato! Io sono Damian e da oggi devo tenerti nella MIA
casa… mi dispiace per te ma dovremo passare del tempo insieme.”
“Alzati immediatamente da me!”
La sua voce imperiosa mi fa ricordare quella del padrone che sgridava Anthony
solo un paio d’ore fa, questo tizio osa anche darsi arie da ricco!
“Fa come ti pare!”
Mi alzo di scatto dandogli una ‘leggera’ botticina alla schiena
e curandomi di far aderire alla perfezione il mio… ehm… quel coso
lì, al suo sodo, tondo e perfetto sedere. Purtroppo non sembra essersene
accorto affatto, forse è troppo occupato a badare al dolore della schiena…
Un po’ mi dispiace, ma io ho cercato di essere gentile, e come vengo ricambiato?
Devo rimanere da solo, è l’unica strada che esista per me…
non c’è niente da fare… ho sbagliato a credere che magari
questo nuovo venuto potesse, in qualche modo, diventare mio amico.
In fondo… nonostante faccia di tutto per negarlo anche a me stesso, credo
sia solo questo quello che cerco… un amico… qualcuno con cui parlare,
qualcuno che possa regalarmi una parola diversa da un insulto o che faccia a
meno di guardarmi con disprezzo… ma evidentemente, non è questo
ciò che mi è stato concesso di avere…
Bruscamente, benché non voglia realmente esserlo, mi avvicino e deposito
con poca grazia il vasetto contenente l’unguento sullo sgabello, rimasto
vicino al letto dello sconosciuto, che in questo momento sta cercando di mettersi
a sedere, anche se scorgo chiaramente nelle sue iridi fatte di notte, un dolore
profondo e allo stesso tempo lancinante, dovuto alle numerose ferite che ha
sulla schiena.
“Mettilo la mattina e cambia le bende… arrangiati!”
Me ne torno alla mia parte di stanza, gli volto le spalle comincio a sistemare
la misera coperta che mi è stata data per riparare le mie membra dal
freddo notturno… come se da sola bastasse a non sentire il freddo delle
lande della Cornovaglia. Qui il gelo ti entra nelle ossa, e si insinua nel tuo
corpo come un infido serpente.
Ma poco importa, morire di freddo o fame non mi interessa, la morte arriva prima
o poi per tutti, non vedo perché dovrei cercare di rifuggirla…
mi attende come attende ogni altro essere vivente, e quando sarà il momento,
mi chiamerà a sé, e che abbia mangiato o che mi sia difeso dal
freddo non avrà importanza, il mio momento arriverà e io non potrò
fare nulla per sfuggirgli… del resto, se ancora non sono morto, evidentemente,
non è ancora giunto il mio ultimo giorno…
“Ais… è il mio nome…”
La sua voce mi colpisce, proprio come se avessi ricevuto una pugnalata o una
frustata alle spalle. Profonda, arrochita dal dolore, scontrosa, eppure…
gentile e dolce, così giunge al mio orecchio.
Borbotto qualcosa di assolutamente incomprensibile ed esco quasi correndo.
Non so perché ma non ce la faccio, non riesco a guardarlo, non riesco
a sentire di nuovo la sua voce, solo un instante fa volevo sentirmi rivolgere
delle parole e ora… scappo?
Sì, non c’è altro termine per indicare ciò che ho
appena fatto. Sono scappato al suono di una voce calda e sensuale, una voce
che sembra volermi condurre sull’orlo della follia… così
come sembrano volerlo fare i suoi occhi…
Non mi ero mai sentito così, non avevo mai provato un così grande
istinto di fuga… non sono mai scappato, di fronte a niente e nessuno,
ho sempre affrontato la cattiva sorte, perché di buona non ne ho mai
avuta, a testa alta, con la convinzione che se Dio mi ha fatto nascere su questa
Terra, non sono indegno di calpestarla, e se anche mi avesse generato il Diavolo,
come tutti dicono, beh… di certo avrà avuto i suoi motivi per farlo,
e non ha senso scappare di fronte agli altri o alla vita. Ma stavolta no.
E’ stato come se d’improvviso mi fossi reso conto di non poter reggere
alcun confronto con Ais.
Ho appena conosciuto il suo nome, eppure mi vortica nella mente come fosse un
salmo imparato a memoria, o peggio, una cantilena di cui non ci si riesce a
liberare.
Ais dagli occhi di cielo, Ais dalla voce di tenebra, Ais dal corpo di statua,
Ais… che altro so di lui? Niente, se non è che è una testa
calda… eppure…
Non ho mai provato niente del genere, è come se mi avesse fatto un incantesimo,
e di certo la su voce può essere scambiata per quella di un qualche adoratore
di Satana che celebra un sacrificio al suo padrone. Dolce ed ammaliatrice come
un canto del Paradiso, calda e profonda come l’Inferno…
Mi sono sempre sentito in colpa per i miei desideri, per non essere un buon
cristiano che vuole solo una moglie e dei figli, ma… adesso… mi
sembra di essere sprofondato nella bocca di Lucifero solo per aver udito una
voce…
Averla udita ed essermene innamorato… anche se non ci credo, anche se
mi sembra impossibile, anche se so che è immorale…
Corro al ruscello che si trova poco distante da casa, nel mezzo del bosco di
proprietà del signore, e mi bagno abbondantemente la faccia con l’acqua
gelida, nella speranza che tutto questo passi in fretta, col desiderio profondo
di dimenticare tutto, far sì che l’acqua cancelli ogni male, lavi
via il mio desiderio impuro e la voglia bruciante di rientrare in casa e assaggiare
le labbra rosse e piene di quell’angelo tentatore.
Respiro a fondo per diverse volte, bevo un sorso d’acqua e poi respiro
di nuovo, sperando che insieme all’aria possa inalare anche un po’
di saggezza e accortezza.
Mi alzo come se niente fosse e comincio la mia ricerca.
Sono qui per cercare delle erbe, o meglio… della banale e fastidiosa ortica.
Se gli piacerà come cucino, bene, altrimenti creperà di fame!
Io mi libererò dei sensi di colpa e dell’insano desiderio, casa
mia sarà di nuovo solo mia e saremo tutti felici!
Ah Damian, Damian, dovresti andarti a confessare! Però… dopo quella
volta… non ho messo più piede in chiesa da solo, adesso vado solo
alla messa la domenica mattina, come si conviene ad un buon cristiano, ma non
mi azzardo più a mettere uno dei miei sudici piedi sul suolo consacrato
della chiesa… rischierei di contaminare quel luogo, così come mi
aveva detto il prete… non farei altro che portare il Demonio nella casa
del Signore…
Mi scuoto vigorosamente e scrollo le spalle, nella vana speranza di cancellare
il ricordo di quella volta, di quel fatto accaduto non più di uno o due
anni fa. Il dolore mi colpisce ancora, proprio come se fosse appena avvenuto.
Ma non importa… anche se continuo a sperare di essere un figlio del Cielo,
forse sono davvero solo un figlio dell’Inferno…
Sosto un attimo sulla porta, prendo un profondo respiro e poi… mi butto
dentro convinto di dover affrontare la peggiore delle battaglie, ossia nascondere
i miei sentimenti.
Varcando la soglia però, quello che mi si para davanti, è uno
scenario ben diverso dal campo di battaglia che mi ero immaginato.
Ais è steso sulla sua paglia, le fasce sono lì come gliele ho
messe io, ha cercato di legarle ma con poco successo. Lui ha gli occhi chiusi,
apparentemente addormentato, il viso contratto dal dolore. Forse erano le prime
frustate che riceveva, e io so bene che la prima volta fa male, male davvero,
poi ci si abitua e si sopporta, ma la prima volta…
Lego le bende cercando di non far rumore, ma soprattutto, di non fargli male.
Mugola leggermente ma continua a dormire. Il dolore a volte è così
insopportabile da non permetterci di rimanere svegli.
Non so se avrà fame al risveglio, ma sarà comunque bene preparargli
qualcosa…
Mi metto di buona lena a pulire le ortiche, ormai, per fortuna, ho imparato
come evitare di farmi prudere le mani toccandole, anche se le prime volte è
stata davvero dura! Ho dovuto imparare in fretta però, altrimenti sarei
morto di fame tanto tempo fa.
Non ho forse detto che non mi importa di morire? Ed è vero… ma
perché cercare la morte quando ancora Ella non mi vuole?
Preparo la mia zuppa e poi la metto nell’unica scodella che ho, prendo
dal mio nascondiglio sulla mensola in alto quel misero tozzo di pane rubato
in cucina un paio di giorni fa, e poi metto tutto sul tavolo, cercando un pezzo
di stoffa pulita per coprire il tutto aspettando che si svegli il mio angioletto
dai lunghi capelli di velluto.
Mi siedo sul letto e aspetto, continuo a guardarlo e mi muovo agitato, non so
che fare, mi sembra che guardarlo sia troppo, e allo stesso tempo toppo poco.
Mi alzo e mi muovo come guidato da una forza oscura, mi avvicino a lui e lo
guardo, i miei occhi indugiano sul suo viso, sulla sua schiena scoperta di cui
intravedo solo alcuni scorci di pelle leggermente scura, accarezzano le sue
lunghe gambe, snelle e forti, e poi tornano a guardare il suo viso. La mia mano
si muove spinta dalla stessa forza che ha spinto il mio intero essere. Poggio
la mano sul suo viso e lo accarezzo dolcemente. Sembra che questo mio innocuo
quanto innocente gesto lo stia calmando, forse, nel sonno, crede che la mia
mano sia quella della sua amata, in fondo, è così piccola da essere
facilmente scambiata per quella di una fanciulla, nonostante i segni che reca,
non siano adatti ad una giovane donna.
E’ calda la sua pelle, ma non sembra avere la febbre e di questo sono
felice. Sorrido, un sorriso che nasce spontaneo ed inatteso sulle mie labbra
che hanno dimenticato come si faceva tanto tempo fa e poi, continuo ad accarezzare
il suo viso e i suoi capelli, con la certezza che mai più potrò
farlo, ma che il ricordo di questi istanti mi accompagnerà durante il
tempo che mi separa dalla morte, e sarà, sempre, un ancora a cui aggrapparmi,
come l’unico momento di serenità che ho provato nella mia giovane,
eppure già troppo lunga, esistenza.
Apro gli occhi di scatto e mi guardo intorno confuso. Devo essermi addormentato…
ed infatti mi fanno male tutte le ossa per la posizione scomoda in cui ero,
seduto a terra, gambe incrociate, e la mano ferma sul viso di Ais… questa
è la posizione in cui sono, e questa dev’essere di certo la posizione
in cui ho dormito, con la testa poggiata beatamente sulla sua spalla. Se si
fosse svegliato mi sarei trovato scaraventato di certo a chissà quante
miglia di distanza. L’avrei fatto anche io se avessi aperto gli occhi
e mi fossi trovato uno sconosciuto che mi accarezzava il viso… forse…
Mi alzo anche se molto a malincuore e lo guardo un ultimo istante, prima di
sistemarmi i capelli, che come sempre decidono da soli la loro posizione, e
i vestiti, cercando di darmi una parvenza di tranquillità.
Sono convinto che un po’ d’acqua mi farà bene, così
decido di andare a fare due passi, arrivare fino la ruscello, lavarmi il viso
e poi tornare qui, più fresco di come sono ora, certamente meno concentrato
su di lui, che continua a dormire, finalmente rilassato.
Quando rientro lo spettacolo che mi si para davanti rischia di essere la causa
della mia morte, il fiato ha deciso di rimanere chiuso in gola e non uscire,
non permettendomi di respirare ancora.
Ais è seduto sul letto, ha mangiato un po’ di pane, e adesso sta
trangugiando la mia zuppa.
“Fai schifo come cuoco!”
“Allora cucinati da solo!”
Sempre così deve parlarmi questo qui? E’ forse questo il ringraziamento
per essermi preso cura di lui e avergli fatto persino trovare da mangiare??
Io lo strozzo seduta stante! Almeno, quando finirò all’inferno,
sarò tranquillo di esserci finito per un buon motivo!
“Tzè!” La cosa comica, o tragica?, della faccenda è
che si ostina ad avere quell’espressione schifata sulla faccia, ma continua
a mangiare, e di gusto!
“E tu?”
“Io cosa?”
“Non mangi?”
Lo guardo di traverso e mi siedo sul mio letto cominciando a mangiare qualche
mela selvatica raccolta da un albero che cresce per puro caso nel bosco qui
accanto. Nessuno degli altri lavoranti se n’è mai accorto, almeno
posso mangiare queste quando la fame si fa sentire e non so come sedarla.
“Idiota!”
Mi lascia la scodella mezza piena sul tavolo e capisco solo ora che il pane
è per me. Non lo ha mangiato tutto solo per lasciarmelo… ma sarà
davvero così o mi starò solo illudendo? Davvero è così
gentile e generoso? Mi sembra che tutto stia congiurando per far crescere i
miei sentimenti nei suoi confronti, anziché reprimerli...
Borbotto che non ho bisogno né della sua pietà né della
sua comprensione, ma si capisce chiaramente, o almeno così mi sembra,
che la mia è solo una reazione piena di imbarazzo, l’azione di
uno stupido che non sa dire grazie, perché nessuno lo ha mai detto a
lui, e mai lui ha mai detto nemmeno prego.
Mentre mando giù la minestra, dopo aver già mangiato il pane,
un profondo gemito di dolore attrae la mia attenzione facendomi voltare quasi
di scatto nella direzione di Ais.
Il bel volto dell’angelo con cui divido il tetto è contratto in
una smorfia di dolore, è seduto sul letto, la maglia a tre quarti delle
braccia, come se tentasse di infilarla. Ma non lo capisce che può fargli
solo male?
“Certo che sei proprio stupido!” Con poca grazia, o almeno faccio
finta di star usandone poca, quando in realtà sono attento ad ogni respiro
che esce da quella bellissima bocca, gli sfilo la maglia dalle braccia e lo
butto sul letto, obbligandolo a rimanere sdraiato sulla pancia. Gli copro la
schiena con la mia coperta e torno, come se niente fosse, al tavolo per finire
la mia zuppa.
“Non voglio la tua coperta.”
“Più tardi vado a farmene dare una per te…”
Probabilmente non me la daranno, ma a costo di rubarla gli porterò una
coperta. Con la schiena in quelle condizioni deve rimanere a torso nudo, e se
non vuole ammalarsi deve stare per forza coperto. Al massimo gli lascerò
la mia e io mi coprirò in qualche altro modo.
Perché lo sto facendo? Se lo sapessi sarebbe una gran cosa, ma…
in fondo forse lo so, è solo che non voglio ammetterlo… cerco di
guadagnarmi la sua amicizia. Se l’avrò mai questo è tutt’altro
discorso, ma almeno non potrò dire di non aver provato…
Dopo poco Ais si addormenta di nuovo e io lo osservo per un po’ prima
di uscire per andare a lavare la scodella, non vorrei si riempisse di formiche
visto che è l’unica che ho, e se le formiche si scacciano in fretta…
non so proprio come ripulirei il legno dai tarli o dai vermi, e di certo non
posso prendere un’altra! Però… forse sarebbe un buon modo
per mangiare della carne…
Rientro che il sole sta per tramontare, il cielo è rosso come il sangue
e mi fa pensare a quello che dev’essere colato sulla bella schiena di
Ais per colpa di quel porco di Anthony, anche se forse lui un po’ se l’è
cercata…
Non ho capito cosa sia successo, ma non è normale fare a pugni col capo
il primo giorno di lavoro…
Ais ancora dorme e io ho un trofeo: sono andato a chiedere una coperta e stranamente
me l’hanno data!
L’appoggio sul mio letto e osservo Ais che dorme. Saranno almeno quattro
ore che sono uscito, e lui lì, beato come un bambino!
Probabilmente non si sveglierà fino a domani mattina, e devo ammettere
che un po’ mi dispiace visto che per molte ore non potrò udire
la sua voce d’incanto, ma del resto, credo che passeremo molti altri giorni
insieme, e fosse anche solo per sentirmi insultare… ascolterò ancora
la melodia meravigliosa delle sue parole… potrei persino farmi bastare
tutto questo…
Il sole sorge, il gallo canta e un altro giorno
ha inizio… e non voglio alzarmi! Perché mai dovrei lasciare questo
dolce tepore per andare nel fienile e poi nelle stalle?
Un attimo… tepore? Da quando al risveglio sento caldo? Ho sempre freddo,
visto che solitamente batto i denti durante la notte… che il tempo si
sia improvvisamente fatto più caldo?
Mi metto a sedere incuriosito da questi pensieri quando mi accorgo cosa mi fa
stare così bene…
Ho due coperte sul letto! Ma com’è possibile?? Che le abbia tenute
entrambe per me? Ma no, ieri sera, quando sono andato a dormire, sono certo
di aver rimboccato la coperta ad Ais…
Sì, gesto molto stupido il mio, ma volevo essere certo che non prendesse
freddo!
Mi guardo in giro ma sono solo, mi alzo cercando una traccia qualsiasi del passaggio
di Ais, nella speranza che non sia stato tutto solo un sogno, quando la porta
si apre e un angelo dai lunghi capelli neri e gli occhi blu come il cielo di
notte fa il suo ingresso.
Non mi dice niente, semplicemente appoggia due mele sul tavolo, come se me le
stesse offrendo.
“Non voglio la tua coperta!”
“Di che parli?” Non mi guarda nemmeno
l’infido essere! Ah, ma lo so che stai ridendo sotto i baffi, e me la
pagherai!
“Non farlo più!” Il mio è un ordine e non una richiesta,
ma lui sembra essere completamente sordo ad ogni mia parola.
“Hai messo l’unguento?”
“Sì…” Lo osservo bene e vedo un chiaro segno di imbarazzo
sul suo viso. Prendo lo sgabello e lo porto di fronte a lui, ci salgo sopra
e gli sfilo la maglia, facendo attenzione a non fargli male.
Lui mi guarda storto e mi chiede cosa ho intenzione di fare, pronto, lo vedo
da come sono tesi i suoi muscoli perfetti, a sottrarsi ad ogni mio tocco.
E’ diffidente, e molto, ma come dargli torto? Se si ha fiducia nel prossimo
ci si può solo che trovare col il sedere a terra, e per di più
nudo!
Non dico nulla e mi limito a sfasciargli il petto, mettere l’unguento
su ogni singola ferita, stando bene attento a non fargli male, e a cambiare
le bende con altre che tengo di riserva per le emergenze.
“Queste lavale e falle asciugare.”
Non lo guardo nemmeno, tanto so che lo farà, prendo una mela e comincio
a morderla mentre mi avvio alla porta, pronto ad andare al ruscello.
“Non ti ringrazierò e non ti sarò debitore!”
“Lo so ma non voglio niente da te!”
Lo dico sorridendo, ma lui non può vedermi. Cerca di fare lo scostante
ed il burbero, ma mi è andato a cercare qualcosa da mangiare e mi ha
coperto, forse perché mi ha sentito battere i denti dal freddo…
Che senso hanno le parole quando ci sono i fatti a comunicare i nostri pensieri
al posto loro?
In ogni caso, anche così… ho potuto sentire ancora la sua voce…
POV AIS
Il sole rosso che si erge da dietro le verdi
colline, colorandosi a poco a poco d'oro è uno degli spettacoli che non
mi stancherò mai di rimirare.
Nonostante tutte le prese in giro che ho ricevuto fino ad ora per il mio animo
che si ritempra nel vedere i giochi multicolori che l'alba porta con sé
nel cielo e l'espandersi dei raggi di luce dell'astro diurno che ci governa
dall'alto, continuo ad alzarmi presto per poterne godere.
Se non lo faccio adesso che la stagione ancora me lo permette non avrò
modo di poterlo osservare per molto tempo, visto che il freddo autunnale prima
e il gelo invernale poi, veleranno questo superba vista con striature grige
e scure date dalle fitte coltri di nubi e dalla foschia mattutina.
Per un momento una stilettata di intenso dolore sordo e pulsante alla schiena
mi fa irrigidire completamente, cercando, con questo vano tentativo, di trovare
un minimo di sollievo, ma quando la fase più acuta termina provo lentamente
a rilassarmi di nuovo appoggiando una mano al solido tronco di un albero.
Non so in quali condizioni riuscirò a lavorare oggi, ma non posso certamente
permettermi di fare altrimenti, a meno di non voler fallire ancor prima di mettere
in atto il mio intento e non è mia abitudine prendere una decisione e
modificarla subito dopo, quindi andrò avanti come avevo stabilito precedentemente
e come concordato con Lord Blackhole.
Mi ha dato l'opportunità unica di poter lavorare qui, farò in
modo che non debba mai pentirsene!
Prendo un profondo respiro e inizio a dirigermi verso le scuderie, pronto ad
affrontare il mio primo giorno di fatica in questa casa, con un sorriso sulle
labbra.
Non darò mai la soddisfazione di mostrare
a quel borioso, arrogante, rozzo e maleducato capo stalliere, quanto le sue
scudisciate mi abbiano fatto male.
E non parlo solamente della sofferenza puramente fisica, ma di quanto mi abbia
irritato e fatto saltare i nervi la constatazione di quanto, ovunque, chi possiede
anche un minimo di presunto o reale potere, si senta autorizzato ad imporre
la propria legge a chi considera più debole.
Il solo rammentare la scena che mi ha portato ad ottenere le frustate, che mi
dolgono ad ogni passo che compio, mi riempe nuovamente di rabbia e determinazione
a non cedere ed a non arrendermi di fronte a nulla, andando avanti giorno dopo
giorno con la speranza che qualcosa cambi in meglio e si prosegua verso un destino
di uguaglianza.
Il cielo andava schiarendosi, mostrando una distesa tersa e priva di nubi, camminavo
rapidamente non sentendo affatto la fatica di una notte quasi insonne e di molte
miglia sulle spalle, ero ansioso di giungere al castello di quello che da quel
giorno sarebbe diventato il mio nuovo signore.
Fischiettavo appena una nenia che aveva segnato la mia infanzia, pienamente
intento a compiacermi per la natura boscosa che mi circondava e per la giornata
serena e calda che si prospettava, quando degli strani rumori avevano attirato
la mia attenzione e la mia innata curiosità.
Mano a mano che mi avvicinavo maggiormente, i suoni inarticolati ed incomprensibili
che avevo avvertito in precedenza presero forma, mutando negli ansiti terrorizzati
e nei gemiti soffocati brutalmente, di una ragazza poco più piccola di
me.
Un uomo la sovrastava, tentando di aprirsi i pantaloni mentre lei si divincolava
come poteva, stordita dagli schiaffi che ne segnavano la carnagione altrimenti
esangue.
Le lacrime scendevano accompagnate alle sorde suppliche che venivano ripagate
solo con dei ghigni e dei propositi di piacere da parte del colosso massiccio
ed in sovrappeso che le si trovava davanti.
Sentii il sangue gelarsi all'interno del mio corpo mentre una furia cieca mi
appannava per qualche istante la vista alla scena che avevo di fronte a me.
Il disgusto riempiva il mio stomaco e se avessi avuto qualcosa in pancia sono
sicuro che sarebbe presto scomparsa... ma fortunatamente, almeno in quell'occasione,
era almeno un giorno che non toccavo cibo, quindi non correvo quel pericolo.
Al pensiero che mia sorella aveva l'età di quella ragazzina persi il
controllo che tentavo di mantenere a tutti i costi e mi gettai contro l'uomo,
approfittando del fattore sorpresa e della sua mente distratta e completamente
persa in altro.
Probabilmente grazie agli insegnamenti che avevo ricevuto sin da piccolo la
mia mente, nonostante l'ira che mi scorreva dentro prepotente, rimase lucida,
dandomi un vantaggio inaspettato sull'uomo che altrimenti, con la sua mole,
avrebbe potuto ridurmi realmente in pezzettini.
Raccattato un piccolo ramo caduto riuscii a colpire quello che era diventato
il mio avversario, facendolo crollare in terra.
Rapido, e senza ulteriori indugi, avevo fatto alzare la ragazzina che nel frattempo
si era seduta tremante a seguire lo scontro con occhi sgranati.
La presi per mano e la incitai ad affrettarsi ma lei mi guardava confusa e chiaramente
ancora troppo impaurita per agire coerentemente.
Borbottando tra me, feci una smorfia ed abbandonai i miei pochi averi con la
speranza di poterli riprendere in seguito e accolsi la ragazza tra le mie braccia,
stringendola saldamente per non farla cadere.
Iniziai a camminare quanto più velocemente le mie condizioni me lo permettessero
mentre lei non finiva di piangere per il sollievo, biascicando ringraziamenti
spezzati.
Appena si riprese leggermente mi indicò la strada più breve per
arrivare rapidamente al castello da cui anche lei proveniva.
Per cercare di distrarre lei e me stesso dal pensiero dell'uomo che molto presto
ci avrebbe sicuramente inseguiti, le domandai cosa ci facesse in giro a quell'ora
da sola.
La sua imprudenza le sarebbe di certo costata molto se non fossi per caso intervenuto
io.
Lei mi spiegò che le era stato stranamente ordinato dalla cuoca di andare
a raccogliere delle erbe e delle spezie, compito che solitamente spettava al
suo aiuto cuoco ed a quelle parole ricordai improvvisamente il cestino che giaceva
prima accanto alla ragazzina a cui avevo gettato solamente uno sguardo.
Ripresi a seguire più attentamente il suo discorso quando lei, continuando,
mi rivelò la sua paura che il capo stalliere lo avesse chiesto come favore
personale alla cuoca, in modo da approfittare di lei che nel castello gli si
era sempre sottratta.
La mia espressione si fece decisamente lugubre ma Therese, così mi aveva
detto di chiamarsi, non se ne accorse.
Se per qualche istante avevo sperato che l'individuo che ora era steso a terra
fosse un brigante di passaggio o un inserviente di poco conto nella proprietà
di lord Blackhole, il venire a sapere che avrei avuto a che fare ogni giorno
con lui mi faceva prospettare visioni decisamente apocalittiche.
Sospirai e finalmente giunsi al cospetto dell'imponente struttura di pietra
che formava il castello di Sunshine.
Dopo aver portato Therese al sicuro, nella minuscola casetta dei suoi genitori,
mi diressi alla volta del portone principale del maniero, in modo da presentarmi
e rendere noto quanto successo a lord Blackhole.
Mi accolse benevolo e quando venne a conoscenza dell'accaduto mi promise che
avrebbe fatto qualcosa in tal senso ma mentre uscivamo arrivò trafelato
e paonazzo in viso proprio il vigliacco di cui gli avevo parlato fino a quel
momento.
Quando ci trovammo l'uno di fronte all'altro la sua collera ed il suo astio
nei miei confronti esplosero e solo l'intervento del nostro signore mi permise
di risparmiarmi un nuovo confronto fisico con lui.
Lord Blackhole riportò la mia versione dei fatti a quello che appresi
chiamarsi Anthony che, ovviamente si affrettò a negare indignatamente,
quasi io fossi un vero e proprio calunniatore.
Ignorai i suoi tentativi di irritarmi per farmi perdere la calma e attaccarlo
e attesi che il signore prendesse una decisione.
Volendo mostrarsi assolutamente imparziale mandò a chiamare Therese che
ci raggiunse davanti alle scuderie.
La ragazzina era pallida e sconvolta e teneva gli occhi puntati a terra.
Quando il nostro signore le rivolse la parola sussultò visibilmente e
rispose a monosillabi pronunciati a forza.
Alzò gli occhi castani, lucidi di lacrime solamente una volta, incontrando
quelli vendicativi e minacciosi di Anthony ed allora cominciò a negare
quanto successo, definendolo un mio vaneggiamento dovuto sicuramente al vino.
Nel mio cuore compresi che lo aveva fatto solamente perché terrorizzata
di poter subire rappresaglie da parte dell'uomo, ma ugualmente mi impietrì
sul posto, senza avere la forza di guardarla neppure una volta.
Anthony chiese al nostro signore di scacciarmi dopo avermi punito severamente
per le mie bugie e per il discredito malfamante che avevo gettato su di lui,
ma questi si rifiutò senza palesarne le motivazioni e concedendogli tuttavia
il diritto di castigarmi.
Vedendo il ghigno soddisfatto che comparve su quel volto disgustoso, non mi
trattenni nuovamente e gli sferrai inconsciamente un pugno che gli spaccò
il labbro.
Il decreto per quella nuova mia insolenza fu di cinque frustate, verdetto che
accettai senza emettere una singola parola, consapevole che in un certo senso
me lo ero meritato.
Quel vile mi condusse divertito sul retro del fienile, sfogandosi su di me molto
più del consentito.
Avvertii lo scudiscio calare sulle mie spalle almeno otto volte prima di perdere
completamente i sensi.
Quando mi sono ripreso le prime cose che ho focalizzato, oltre al dolore che
mi cingeva ogni singolo punto del mio corpo, sono state il tocco gentile e delicato
di piccole dita che stendevano un velo di fresco unguento sulla mia schiena
ed un leggero ma non fastidioso peso che gravava sul mio fondoschiena.
Non riuscendo ad aprire gli occhi ipotizzai che si trattasse di Therese, che
per tentare di far tacere il proprio comprensibile rimorso mi stesse curando
come poteva.
D'altronde non conoscevo nessuno che possedesse mani così dolci e soavi,
nonostante la pelle non del tutto liscia, segno tangibile del duro lavoro che
svolgevano e che potesse trovarsi proprio lì.
Quando il leggero carico sito sul mio fondoschiena si alzò provai ad
aprire lentamente gli occhi prima di emettere un forte gemito quando quelle
dita tornarono a lavorare tentando di bendarmi le ferite.
I miei occhi socchiusi dal dolore individuarono immediatamente il fautore di
quelle 'torture' a cui venivo sottoposto e si allargarno per lo stupore.
Non era Therese la persona che si stava prodigando tanto attentamente su di
me, ma un ragazzo esile ed alto a malapena 65 pollici (165 cm circa ndPam) o
quasi sicuramente anche meno, dai capelli biondo cenere e grandi ed intensi
occhi color fiordaliso.
I lineamenti delicati, la carnagione nivea e le labbra piene, rosate ed invitanti,
potevano indurre in errore almeno per un istante ma, nonostante l'estrema snellezza
del fisico, non si poteva mettere in dubbio nemmeno per un attimo la sua virilità,
almeno a giudicare da quello che il corpo, sotto i vestiti lisi ma puliti, lasciava
intravedere.
Per lo stupore e il dolore che mi invadevano, allontanando del tutto la mia
razionalità e qualsiasi nozione di buona educazione che mi avessero mai
impartito, lo trattai molto bruscamente e sgarbatamente, senza ringraziarlo
minimamente per l'aiuto e l'assistenza che mi aveva offerto.
La sofferenza che si irradiava a partire dalle frustate ricevute e che mi marchiavano
le spalle e l'intera schiena, non mi permetteva di ragionare con molta lucidità
e riuscii a comunicargli con mala grazia solo il mio nome, prima che il mio
determinato e battagliero curatore uscisse per chissà quale incombenza.
Quando rinvenni, dopo essermi addormentato senza neanche accorgermene, trovai
un pasto che mi attendeva sul tavolo e mi ci avventai avidamente.
Certo il cibo che scivolava lungo la mia lingua non era affatto paragonabile
a tutto ciò a cui ero abituato quando vivevo insieme ai miei genitori,
ma non mi lamentavo, era estremamente saporito, ma non avrei mai dato la soddisfazione
al biondo angioletto dalla lingua svelta ed agile, almeno quanto lo era il resto
del corpo, a partire dalle gambe ben delineate, di farglielo sapere ed infatti
quando rientrò mi premurai di fargli notare la sua poca destrezza come
cuoco.
La rapidità e l'arguzia delle sue risposte mi incoraggiavano a stuzzicarlo
per poter rivedere il suo adorabile broncio.
La piega che assumevano le sue labbra e il lieve arricciarsi del suo nasino
dalla forma perfetta mi spingevano a provocarlo costantemente, soprattutto vista
la repentinità con cui prendeva fuoco.
Notando l'eccessiva povertà che regnava nella capanna in cui ero stato
portato, compresi ben presto che il 'mio' desinare era in realtà il suo,
quindi risolsi di fare a metà, adducendo come scusa ad eventuali proteste
il fatto che il mio stomaco era sazio da prima.
Mi stupiva il constatare continuamente che, nonostante la mia rudezza e la mia
ben poca gentilezza, quel ragazzino fosse altruista e generoso senza neanche
rendersene pienamente conto.
Al calar delle tenebre mi diede la sua coperta ed io mi addormentai senza riscontrare
effettivamente se anche lui era riuscito a procurarsene una.
Quando poi mi sono destato, ben prima dell'alba, l'ho visto avvolto tremante
in quella misera coperta e subito ho aggiunto la mia... che poi gli appartiene
di diritto, temendo che potesse raffreddarsi ed ammalarsi.
Vista la sua esilità, se davvero prendesse qualche malattia, dubito che
riuscirebbe a superarla.
Non so perché l'abbia realmente fatto.
Il mio è stato un impulso istintivo e molto forte, scaturito non dalla
mia coscienza né tanto meno dalla mia ragione... eppure non saprei ben
dire da dove sia uscito.
Sono solo conscio che vedere il suo viso crucciato e semi nascosto sotto quel
misero riparo mi ha istillato la voglia di riscaldarlo e distenderlo.
Quando l'ho avvolto piano nella seconda coperta quel volto così dolce
e quasi indifeso si è completamente rilassato e le sue labbra hanno fatto
fuoriuscire un sospiro soddisfatto.
Ho avvertito un brivido percorrermi il corpo e per un attimo, che mi è
sembrato senza fine, il mio sguardo ha indugiato su quelle labbra che farebbero
persino invidia ad una fanciulla di nobile origine.
Prima di impazzire del tutto, visti i pensieri decisamente fuori da ogni rigor
di logica che quel ragazzino aveva fatto emergere in me, uscii passeggiando
per il boschetto limitrofo fino a scovare un delizioso ruscello, in cui mi rinfrescai,
e l'alberello di mele selvatiche dove il piccoletto ha sicuramente preso quelle
di ieri sera e ne addentai una, lasciando che il succo dal gusto leggermente
aspro scivolasse lungo la mia gola, rinfrescandomi e saziandomi.
Ritornato nella casupola ebbi un nuovo piacevolissimo scontro verbale con il
ragazzino, che ancora non mi aveva rivelato il suo nome, e gli lasciai quella
che era la sua colazione sul tavolo, due mele, le più mature che avevo
trovato.
Poi sono uscito e ho nuovamente assaporato l'alba ed il sorgere di un nuovo
giorno...
Raggiunta la porta della scuderia la mia mente torna al presente ed il sorriso,
che i ricordi concernenti il biondo angioletto hanno fatto affiorare sulle mie
labbra, svanisce come un sogno all'alba.
Il carissimo Anthony quando mi vede sogghigna, quasi a volermi provocare, ma
io lo ignoro addentrandomi a passo sicuro, nulla tradisce il dolore che ogni
tanto mi assale e se riuscirò a resistere così per tutte le ore
che mi separano dal tornare a distendermi sarò totalmente contento e
appagato.
Lo sguardo malevolo del capo scuderia all'entrata del mio piccolo infermiere,
cambia soggetto e si punta con notevole cupidigia su di lui.
Le mie mani si contraggono ma impongo loro di calmarsi e lo stesso ordino a
tutto il resto del corpo, che vorrebbe gettarsi a cancellare fisicamente quell'espressione
da depravato e quell'aria di superiorità di cui si circonda quel lurido
verme a due gambe.
“Lo hai rimesso in piedi... che razza di sortilegio hai utilizzato, eh
Damian?”
E così è questo il suo nome, Damian... mi piace, lo trovo perfetto
su di lui.
Mentre penso questo mi preparo a godere della sicura pronta reazione del piccolo
angelo quando tutte le mie aspettative si infrangono amaramente nel vedere Damian
mormorare solo un “Nessuno signore”.
Il mio animo si riempe di delusione ed inspiegabile rabbia.
Dov'è finito il battagliero caratterino, portato per le risposte pepate
e sagaci che mi ha mostrato?
Scontrandosi con qualcuno dotato di autorità si è appiattito sotto
il peso della paura e del timore?
Non comprendo le motivazioni dello sconforto che questo dato di fatto mi ha
arrecato.
Cosa pretendevo? Cosa mi aspettavo? E soprattutto perché???
Quando Damian mi passa accanto iniziando a lavorare, come ci è stato
ordinato con imperiosità e divertimento da Anthony, lo fisso con occhi
torvi ed arrabbiati.
“Pusillanime!!!”
L'ira contenuta in quest'accusa sferzante data a mezza voce, mi sorprende nuovamente
e mi fa rinchiudere in un ostinato silenzio, volto a farmi capire il motivo
della mia disillusione.
Non ce n'è uno plausibile.
Concentrato in me stesso mi perdo qualsiasi reazione da parte del mio coabitante...
che suppongo tra l'altro non rimarrà tale molto a lungo.
E così gli era stato ordinato di curarmi...
Nel ripensare alle sicure implicazioni contenute nelle parole di poco fa di
Anthony il mio stomaco si attorciglia inspiegabilmente.
Non dovrebbe farmi male, non dovrebbe interessarmi, è naturale e normale
che sia così... perché invece tutto in me grida il contrario?
Fine primo capitolo