
- capitolo unico -
Disclaimers: I personaggi sono tutti i miei, in un modo o nell'altro...
Note: Dunque è la mia prima original yuri. E' nata in una sera in cui ero stata costretta a letto, a causa della febbre, da qualcuno ¬__¬ beh... avrei dovuto iniziare una fic che mi ronzava in testa da un po’... e invece è nata questa ^_____^;; ma io sono fatta così...
Dediche: Al mio cuore, Sakuya, che in ogni attimo mi è vicina con tutta se stessa, donandomi una felicità assoluta e costante, che rende tutte le mie giornate, anche quelle che si preannunciano buie e pessime, meravigliose e splendide come lei. Alla persona che, più di ogni altra abbia mai conosciuto, merita e regala amore. Spero solo di riuscire a farti capire quanto tu sia importante per me, sunshine, perché per me conta solo questo e il tuo straordinario sorriso. Non negarmelo mai amore... ormai mi ci sono totalmente assuefatta ^_-
Il sorriso del cuore
Sono seduta nella penombra di questa stanza da non so, ormai, quanto tempo. Il lieve intorpidimento di cui i miei arti risentono, testimonia la lunghezza delle mie elucubrazioni mentali. Quando mi sono ritirata qui per pensare e ricordare, accomodandomi su questa poltrona di pelle rossa leggermente logorata e consunta dagli anni, il sole era alto nel cielo, mentre ora le ombre che entrano dalla lunga persiana porta-finestra si stanno facendo sempre più lunghe. Distendo a poco a poco i muscoli, rigidi per la postura tenuta, e carezzo con fare assente Neve, che mi ripaga alzando la testolina dal suo sonno e fissandomi per un istante con i suoi occhioni languidi, prima di scodinzolare lievemente e tornare a dormire quieta sulle mie ginocchia.
Non riesco a spiegarmi cosa mi trattenga qui, considerando quanto male mi fa la vista di questi oggetti conosciuti a memoria, probabilmente la mia è semplice voglia di crogiolarmi in queste fantasie ancora per un po’, in modo da ritardare il più possibile il momento in cui la realtà busserà nuovamente alla porta con tutto il suo carico di dolore, angoscia e tristezza, ancora maggiori di quelli che provo qui, ora.
La pendola del vecchio orologio della camera accanto mi comunica, con il suo suono stridulo che non ho mai sopportato, per lo meno a quanto mi sia dato ricordare, che sono le diciassette. Le giornate si sono proprio accorciate... e tutto sembra condurmi all'oscurità che si vorrebbe impadronire della mia vita.
Mi guardo intorno per la millesima volta da oggi, posando ripetutamente ed instancabilmente i miei occhi su ogni singolo ninnolo e mobile presenti. Ognuno porta con se infinite immagini e ricordi più o meno definiti e sbiaditi. Neve avverte un suono all'esterno e scende dalle mie gambe abbaiando e stiracchiandosi per qualche momento. Mi alzo a mia volta e mi avvicino alla credenza in noce, sfiorando con un dito la polvere accumulata sul vetro di due sportelli, sbirciando poi all'interno come sempre, nel rituale ormai consolidato da anni. Da piccola credevo ingenuamente che la nonna avesse posto i suoi ricordi più cari proprio qui, ma forse proprio quell'innocenza mista a spensieratezza mi aveva permesso di indovinare, perché quelli che a tutti apparivano e sembrano, tutt'ora, semplici oggetti spaiati e rimasugli di tempi migliori, per la mia nonna rappresentavano il suo passato, un passato al quale, dopotutto, era ancora attaccata, persino nei suoi ultimi giorni.
Sospiro e, pensando che tra poco dovrò vendere o regalare tutto quanto, mi viene l'istinto di piangere. Vorrei avere la capacità di poterlo fare realmente, ma sono ben conscia che al contrario non riuscirei a versare nemmeno una lacrima e che tutto si risolverebbe unicamente con la mia più completa frustrazione. E' sempre stato così per me.
Purtroppo nell'appartamentino in cui vivo da circa tre anni non potrò portare quasi niente, ad eccezione di pochissime cose, e mi rendo conto che separarmi da uno qualsiasi di questi soprammobili, merletti o servizi da tè, mi causerà un piccolo dolore. Attaccarsi così a dei semplici oggetti è sciocco e patetico, la nonna me lo diceva sempre, ma lei era la prima a farlo.
La guardo sorridermi dalla foto di cui è sempre stata orgogliosa, e che la ritrae giovane, bella e lievemente sensuale, con una spalla lasciata scoperta dalla maglia troppo grande per lei. Ai suoi tempi quella posa era stata occasione di un piccolo scandalo, ma devo ammettere che io per prima sono stata fiera della mia nonna, perché aveva dimostrato che sapeva quello che voleva e che non si lasciava mai influenzare dalle opinioni altrui... per lo meno nella maggior parte delle occasioni.
Mi riconcentro sulla cernita migliore da fare, ma al momento non riesco a giungere ad una conclusione soddisfacente. La nonna mi direbbe di prendere solo quello che reputo più importante, ma come si fa a decidere il valore di un ricordo da tenere? I ricordi non sono fatti dagli oggetti, li custodiamo all'interno di noi, è indubbio, ma la memoria umana è talmente debole e labile che, a volte, avere un piccolo supporto materiale serve. Prendo una sedia salendoci sopra e mi alzo sulle punte dei piedi, tentando di raggiungere il livello più alto della credenza, ed afferro con un sorriso triste la scatola che vi trovo. Mi siedo per terra, con la scatola di cartone scolorito tra le mani, incurante dello strato di polvere che ricopre il tappeto di ciniglia color crema e che, in un attimo, si posa sui miei jeans chiari e strappati in alcune zone che la nonna avrebbe definito 'strategiche'. In un solo istante riaffiora in me tutta la meraviglia, l'eccitazione e la gioia, del giorno in cui, per la prima volta, mi venne svelato il suo contenuto. Mi sembrava di essere stata messa a parte di un segreto solo per noi, di poter vedere un piccolo tesoro. Avevo da poco compiuto dodici anni ed in quel giorno presi una decisione che pensavo avrei rispettato ed onorato per tutta la vita. La risata malinconica, velata di ironia, eppur ugualmente dolce, della nonna quando glielo dissi, mi offese a quel tempo. Chissà, forse sarebbe felice di sapere ora che aveva avuto ragione, ma più probabilmente sarebbe semplicemente amareggiata, ed al contempo soddisfatta, di sua nipote...
Passo delicatamente le dita sul coperchio e, dopo un attimo di esitazione lo tolgo, iniziando a rimirare, come quel giorno, le foto contenute in questo vecchio contenitore per scarpe.
"Nonna... ma perché tieni delle foto in una scatola simile? Se vuoi ti compro un bell’album!"
"No Felicia... il nonno non sarebbe contento di sapere che le tengo ancora... tu però puoi vederle... ma non dirglielo; non voglio inasprirlo, d'accordo?"
Annuii inconsapevole almeno fin quando, con occhi lontani e immersi in visioni remote, lei mi mostrò, tramite immagini sfumate e confinanti in un sogno purtroppo perduto, la sua gioventù.
Mia nonna era sempre stata bellissima, con lunghi e mossi capelli neri, limpidi e grandi occhi scuri sormontati da sopracciglia perfettamente arcuate, viso dai lineamenti delicati, labbra a forma di cuore ed un sorriso dolcissimo che si trasformava, in determinate occasioni, in uno strano miscuglio di apparente candore ed arguta malizia. Figlia secondogenita di una famiglia piuttosto facoltosa, era vissuta coccolata nella bambagia fino ai sedici anni, quando aveva conosciuto un ragazzo, di famiglia altrettanto benestante, che si era innamorato di lei a prima vista. Si erano fidanzati quasi immediatamente con la reciproca approvazione dei genitori, che, sin da subito, avevano caldeggiato una possibile unione tra loro. Era stato un anno fatto di incontri con 'chaperon', di passeggiate, ovviamente sorvegliate, di lunghe chiacchierate dal vivo e di interminabili resoconti, medianti lettere farcite di schermaglie amorose. Dodici meravigliosi mesi in cui i due avevano capito non solo di provare un sentimento d'amore l'uno per l'altro, ma di essere totalmente affini e perfetti insieme. Tanti i gusti simili, medesimi i modi di ragionare e di vedere la realtà delle cose, uguali i caratteri e le reazioni davanti ad un qualsiasi evento. Poco dopo un anno dal loro fidanzamento la famiglia di mia nonna subì, però, un rovesciamento finanziario che li vide costretti a trasferirsi. Federico chiese a mia nonna di sposarlo per poterle restare accanto ma lei, dopo alcuni giorni di titubanza, rifiutò, preferendo lasciarlo e seguire i genitori nella capitale.
Rammento che la guardai sbalordita chiedendole la ragione di quella sua scelta, ai miei occhi incomprensibile, nonostante la perplessità che mi aveva colto quando avevo osservato le fotografie di quel giovane mingherlino dai capelli scuri e gli occhi neri, assolutamente, a mio dire, banale ed insignificante.
"Quando ami una persona, ma la ami con tutta te stessa... la sola cosa che desideri è che sia felice. So che può sembrare un discorso puramente utopistico, ma ti auguro di non ritrovarti mai nella situazione di dover scegliere se stargli accanto e rovinarla o lasciarla e renderla libera e serena... perché ti assicuro che faresti la mia scelta."
"Ma perché??? Perché? Se ti aveva chiesto di sposarlo significa che ti amava, no?"
Mia nonna annuì con gli occhi ricolmi di quella che riuscii ad interpretare, solo in seguito, come dolcezza e rimpianto.
"Si... ma i suoi genitori mi fecero capire che... sposandolo, senza poterlo aiutare economicamente con la dote che dovevo portargli e che ormai non potevo più assicurargli, avrei compromesso la sua carriera ed il suo futuro sociale, politico e finanziario. Mi dissero che, anche se non subito, avrebbe finito per accumulare del risentimento per me e, con il passare del tempo, mi avrebbe odiato. Mi spaventarono a morte... perché tutto avrei voluto al mondo tranne che il mio Federico provasse del rancore o dei sentimenti negativi per me..."
Non capivo. Non riuscivo assolutamente a concepire una cosa del genere e lo feci presente a mia nonna. Non solo non riuscivo ad accettare la scelta di mia nonna, ma, piuttosto, non comprendevo il perché Federico si fosse arreso così, non avesse lottato per farsi sposare. D'accordo i tempi erano altri, ma non era quello il motivo, a mio avviso, per cui non c'erano state né la favola né il lieto fine. Semplicemente, il 'principe' della storia non aveva inseguito la sua bella perché troppo preso a compiangersi nel dolore della perdita e nella convinzione di essere stato ingannato dalla sua Eve, e così l'aveva lasciata andare, persuaso che non l'amasse più. Lo biasimai a lungo, crucciandomi più del dovuto probabilmente, ma la nonna scosse semplicemente la testa riponendo le fotografie nella scatola, che nascose di nuovo agli occhi di mio nonno. Il resto della storia già mi era noto d'altronde, sapevo che aveva conosciuto mio nonno Stefano in un rifugio durante un bombardamento, e che era stata colpita dal colore dei suoi occhi blu, intravisti alla debole luce della fiamma di un accendino. Si era sposata a ventiquattro anni, ormai orfana e con un lavoro che riusciva a mantenerla a stento.
Una storia come tante altre ma che mi toccava profondamente perché riguardava lei. La sua non era stata una vita facile insieme a mio nonno. Non si erano conosciuti abbastanza prima e si erano ritrovati legati ed inconsapevoli di essere troppo diversi per stare insieme. Ma erano arrivati i figli, mia madre e mio zio, e quindi era stata impensabile anche solo l'ipotesi di dividersi. E mia nonna aveva sopportato per tutti quegli anni un matrimonio senza amore, passione ed affinità, in silenzio. Tutte cose che avrebbe potuto, anzi avrebbe sicuramente avuto, invece, accanto al suo Federico.
No. Per me non si sarebbe ripetuta la storia. Quando mi fossi innamorata avrei combattuto con tutta me stessa per far avverare il mio amore ed avrei dato tutto quanto affinché la mia anima gemella mi stesse sempre accanto.
Rise dolcemente mia nonna, ma con una tristezza infinita, poi non disse altro ed andò a preparare la cena per me e mio nonno.
Mi riscuoto da queste memorie ormai lontane che mi conducono, sempre ed inevitabilmente, a pormi domande senza risposta sul fato, la libertà ed il libero arbitrio che ci appartengono, e faccio per richiudere tutto, quando un foglio di carta ripiegato accuratamente mi scivola tra le dita. Porta il segno di un antico nastro adesivo, che doveva tenerlo attaccato al coperchio e che sembra essersi dissolto a causa degli anni. Prima di aprirlo lo fisso a lungo, indecisa, poi lo scorro attentamente, leggendolo piano.
Sorridere.
Al mondo e alla gente.
Da sempre lo fai.
Perché così ti hanno insegnato e perché così credevi fosse giusto.
Ma un giorno ti accorgi che non è più così.
Che la tua è solo un’abitudine.
E che i tuoi pensieri e le tue emozioni sono intrappolati ormai dietro ad un qualcosa che tutti si aspettano da te.
Perché così è stato e così deve essere… per loro.
E’ inutile tentare di spiegare che non te la senti più.
Non comprendono.
... Smarrisci la forza di farti capire.
Ma tanto non servirebbe.
Nessuno ascolta mai quello che provi a dire perché tutti guardano solo una parte di te.
Ma la colpa è tua.
Ed il buio ti entra dentro avanzando lentamente, distruggendo, poco a poco, i colori.
Prima ti fa vedere le cose solamente un po’ meno brillanti, poi arriva il grigio... infine il nero più cupo, ed a quel punto ti domandi com’è successo, come sia potuto accadere proprio a te... ma il sorriso rimane.
Fisso, immobile, sempre presente.
Perché questo si aspettano da te... ed a che vale deluderli visto che tanto vedono solo questo di te?
Ma ogni giorno si atrofizza maggiormente.
Perde sempre più senso perché le ragioni se ne vanno, ti abbandonano, lasciandoti solo e demotivato.
Diventa sempre più smorzato, vuoto... falso.
E pensi con cupa rassegnazione che sarà sempre così perché non hai vie d’uscita.
Ma un giorno, quando ormai ti sei arreso, intravedi un piccolo raggio di sole farsi largo nella tua oscurità.
Il sorriso di qualcuno che non avevi mai calcolato, che non pensavi, che non vedevi nemmeno.
Una persona lontana ma vicina, che non ti appartiene e mai sarà tua.
Ma che ti rida la speranza.
Perché se ancora esistono simili raggi di sole forse uno, prima o poi, sarà tutto per te.
Ti illuminerà sconfiggendo le tue tenebre, regalandoti poi solo luce, calore e amore.
Quell’amore che ti è stato negato e per il quale, capisci solo ora, che ti stavi spegnendo.
Andrà oltre la tua apparenza.
Ti riconoscerà, ti accetterà e ti vorrà per quello che sei.
Ma quello che sei veramente.
E non ci sarà più bisogno di insignificanti sorrisi perché riuscirà a farne nascere di spontanei, veri e puri.
Come quelli che hai lasciato indietro, durante tempi remoti, ma di cui non ti importerà più.
Perché non sarai più solo e l’oscurità non ti avvolgerà più.
La sua luce ti guiderà fuori dal precipizio in cui stavi cadendo e non ti ci farà tornare mai più.
Fisso le parole vergate dalla scrittura allungata ed aggraziata di mia nonna e rabbrividisco un istante. I suoi pensieri più profondi e sinceri, le sue convinzioni più intense, probabilmente scritte di getto, mi sono state svelate così, per caso, quando ormai lei non può dirmi altro, né chiarirmi il perché di questa lettera posta qui. Per un momento mi sento invadere dalla rabbia e dall'amarezza.
Non si fidava abbastanza di me da celare a tal punto i suoi sentimenti, dietro alla maschera di dolce perfezione che indossava per me e per tutti?
Poi l'ipocrisia di quello che mi sta attraversando la mente ed il cuore mi colpisce in pieno, portandomi a riporre tutto come era originariamente ed a soffocare contemporaneamente ciò che provo. Ma chi sono io per criticarla quando facevo la medesima cosa ogni giorno? Quando anche io le nascondevo le mie emozioni più intime e dolorose per non ferirla, per non dover avere il suo giudizio, forse addirittura il suo biasimo o la sua riprovazione?
Sul mio viso appare ora un'ombra di quello stesso identico sorriso che mi aveva rivolto lei dieci anni prima. In molti guardandoci dicevano che non ci somigliavamo affatto, io alta, lei minuta ed elegantemente fragile, io capelli chiari ed indomabili, lei così scuri e serici, occhi chiari io, scuri e profondi lei, lineamenti più marcati i miei, rispetto ai suoi, forma del viso diversa... eppure nella carnagione pallida, quasi lunare, di entrambe, si ritrovava un filo che ci identificava e si svelava poi nel medesimo sorriso, appena appena malizioso.
La sua eredità... quel sorriso, quei pochi oggetti, gli insegnamenti preziosi e soprattutto i ricordi, per me inestimabili.
Presa con me Neve e le poche cose che le serviranno per insediarsi più facilmente in quella che da oggi diventerà la sua casa, chiudo a chiave e mi stringo nel giaccone pesante, lasciando che il respiro si condensi nell'aria pungente, sottoforma di piccole volute imprecisate. Mentre guido verso il mio appartamento e le luci dei fari delle altre auto si rispecchiano, come tanti fantasmi dell'oscurità, sul parabrezza, mi risuona in testa una melodia malinconica che ascoltavo sempre da piccola insieme a mia nonna, ma di cui non riesco, ormai da tempo, a ricordare il titolo. Ha scandito tanti momenti della mia vita. La prima delusione, la prima difficoltà non superata, il primo obiettivo mancato e non raggiunto. Ed ora sembra volermi segnalare una nuova sofferenza, non so ancora bene quale, se la morte di mia nonna oppure l'avverarsi ed il ripetersi di una storia senza fine.
Appena rientrata, Neve inizia ad annusare, piuttosto diffidente, il suo nuovo appartamento e questo suo tampinare curioso in giro, mi strappa un sorriso divertito mentre poso le chiavi e le buste, togliendo il giaccone. Guardo la segreteria telefonica che lampeggia a causa di un messaggio ricevuto e premo l'avvio per ascoltarlo. Il mio cuore manca un battito solo nel sentire il suo semplice 'ciao'.
<Ciao! Feliiiiiiii!!! Possibile che tu sia sparita??? E' da tre giorni che non ci sentiamo... ho provato a chiamarti sul cellulare e non eri mai raggiungibile... Problemi? Te lo hanno rubato??? E perché a casa non rispondi mai? Non farmi preoccupare o prendo il primo treno dopodomani, chiaro??? Chiamami...>
Sorrido alla segreteria, accarezzandola per un attimo come se potesse trasmettermi la sensazione della sua pelle. Adoro la sua voce, la sua voce calda, dolce e solare, specchio esteriore della sua anima tanto speciale, che riesce anche con un semplice sussurro a riscaldarmi interamente.
Sono un'idiota. Una completa, grandissima, totale, idiota.
Mi siedo sulla moquette giocando distrattamente con Neve, che sente a sua volta la mancanza di mia nonna, ed il mio pensiero vola diretto ad Elissa.
La mia migliore amica. La mia unica, vera amica, probabilmente. Non sa niente di quello che è successo, so già che altrimenti si sarebbe precipitata qui da me, ma è l'ultima cosa che voglio adesso. Ha troppi problemi da risolvere, non voglio doverle pesare anche io, caricandola con i miei, e poi al momento sono troppo fragile emotivamente, finirei senz'altro per confessarle tutto. Confessarle quell'amore che mi sono ritrovata improvvisamente dentro al cuore senza sapere come e perché. No. Questo non è vero il perché lo conosco benissimo. Perché non ho mai incontrato qualcuno che mi facesse emozionare come lei, semplicemente guardandomi, sorridendomi o parlandomi.
Non avevo mai pensato esistesse qualcuno da riuscire a capire totalmente e che mi comprendesse con un singolo sguardo od attraverso un telefono. Non me, incomprensibile persino per coloro che fanno parte della mia famiglia. Non ritenevo plausibile che ci fosse qualcuno con cui condividere tutta me stessa, con la quale aprirmi del tutto e senza remore, a cui affidarmi senza paure. Una persona che è la tua reale anima gemella. E non quella descritta da libri o da film romantici, ma la persona in cui ritrovi totalmente te stessa, che ti è talmente affine da sembrare un'altra te, che ti sostiene, che ti fa ritrovare il sorriso perso, che ti è accanto nei momenti di gioia ed in quelli di dolore. Ma non lo fa come tutti,
perché a lei bastano semplicemente una parola od uno sguardo per riportarti con i piedi per terra e ridarti la serenità e la felicità di vivere, persino nei momenti più bui. E non perché sai che hai qualcuno accanto su cui contare, non solo per questo almeno, ma soprattutto perché hai la consapevolezza che lei c'è da qualche parte, e che potrai sempre vederla per ritrovare la tua stabilità interiore.
Elissa è tutto questo e tanto di più per me. E' il mio piccolo raggio di sole, il mio angioletto personale, la serenità e la gioia della mia anima. Ma questo resterà dentro di me. Non voglio dover rovinare quello che rappresenta per me il nostro rapporto attuale. E non lo faccio per vigliaccheria, magari un po’ di paura c'è, indubbiamente, ma soprattutto non lo faccio perché si ripresenta davanti a me ciò che mia nonna mi disse dinnanzi a quelle fotografie: l'importante è la felicità della persona amata. Ed io so perfettamente che se Elissa fosse a conoscenza dei miei sentimenti per lei, non lo sarebbe, perché si sentirebbe in colpa per l'impossibilità di ricambiarmi. Lei ama già qualcun altro, qualcun altro che non la merita, è vero, ma è così ed io non posso di certo allontanarla dal suo amore. Nonostante questo amore non le porti altro che dolore e ne causi quindi a me. Si, soffro da morire, piango di sofferenza dentro di me in un modo che mi strazia l’anima e che mi fa star male fisicamente, perché riesco ad esternarlo solo così.
Non riesco a versare le lacrime che mi pungono gli occhi, ma che mai cadono su queste guance pallide che odio. Odio me stessa perché non riesco ad aiutarla come dovrei, perché non trovo il modo di stare vicino a colei che amo e che si perde dietro ad un qualcuno che la calcola nel modo sbagliato, nel modo che lei non vorrebbe né meriterebbe.
Perché lei è degna solo di essere amata completamente e da qualcuno di speciale. Nemmeno io sono alla sua altezza ed è questo un altro motivo per cui non le dirò mai ciò che provo, anche se spesso, troppo spesso ultimamente, i miei denti mordono le mie labbra, martoriandole, per impedire di dirle quello che il mio cuore urla a piena voce, che è il mio tesoro, che vorrei starle accanto ogni attimo, che vorrei solo sentirla tra le mie braccia, stringerla a me, proteggerla da qualunque cosa e da chiunque. E' più forte di me, ma vorrei che i suoi splendidi occhi non dovessero mai versare lacrime, se non di felicità, e che il suo cuore non dovesse mai stringersi, se non per la gioia assoluta, ma so anche che questo non rientra purtroppo nelle mie facoltà, e che l’unica cosa che posso fare per lei è starle accanto come quell’amica che vede in me.
Ricordo ancora il dolore sordo, soffocante che è esploso in me... quanto? Due, tre... quattro mesi fa? Quando il velo scuro sotto cui nascondevo, o meglio mascheravo, ciò che provavo per lei, mi è stato portato via con una semplice, banale ed innocente frase di non ricordo nemmeno chi.
“La ami... è palese! Quel nodo che ti prende allo stomaco e la sensazione bruciante che ti incendia le vene quando la vedi parlare, uscire, stare con qualcuno che non sei tu... è solo gelosia”
Non erano rivolte a me quelle parole tanto ordinarie e riduttive ma squarciarono le mie certezze. E con le mie sicurezze sparirono anche le stranezze che avevo notato in me da quando conoscevo Elissa. I sentimenti strani ed altalenanti che provavo per lei non erano semplicemente quelli di un’amica, per quanto speciale potesse essere, ma erano quelli di un cuore innamorato.
La sofferenza che mi si riversò addosso non fu perché lei era una ragazza come me, strano a dirsi per la maggior parte delle persone perbeniste e false moraliste, forse, ma fu semplicemente perché era un amore destinato a non aver compimento. Era un amore che avrei vissuto in silenzio e da lontano. Era un amore che si avvicinava un po’ a quello di mia nonna per Federico.
Anche se le nostre scelte sono state diverse, la motivazione che ci hanno indotto a farle è la medesima. Per questo da quell'istante mi sono sentita ancora più vicina a lei di quanto fossi mai stata prima, ma lei ora non c’è più ed io mi ritrovo a riflettere in completa solitudine, più che mai.
Porto Neve a fare un giretto prima di andare a dormire e, camminando per questa strada vuota e fiocamente illuminata da tre lampioni dalla foggia antica, ripenso a quello che ho letto oggi, alle parole ed ai sentimenti più nascosti di mia nonna, affidati a quel semplice pezzo di carta, di come siano simili ai miei, me ne accorgo solo ora. Sorrido al buio, tornando indietro con la mente a quando mia nonna mi accusava bonariamente di vivere in un mondo di sogno. Questo perché ho sempre avuto la strana abitudine di mettere per iscritto quello che provo, perché credo sia bello ed importante per se stessi avere la possibilità di rileggere i propri stati d’animo a distanza di giorni, mesi ed anni. Magari la memoria li falserebbe mentre trovarli su carta, almeno per qualche istante, ce li farà rivivere allo stesso modo. Mia nonna scuoteva la testa sorridendo di me, ma forse anche di se stessa, che faceva la medesima cosa, anche se io non ne ero consapevole e pensavo si riferisse solamente a me.
Magari aveva ragione, è solo un modo per illudersi quello di catturare le emozioni di un istante, ma io sono fatta così. Non che questa sia una giustificazione, ma non mi interessa particolarmente, l’unica persona per la quale cambierei è la mia Elissa, ma non so quanto sarebbe giusto neanche questo, perché dopo non guarderebbe, sorriderebbe e parlerebbe più alla vera me stessa.
Comunque sia è inutile che faccia simili riflessioni, non avrò di certo problemi in questo senso visto che lei continuerà ad essere solo la mia migliore amica, non che per me questo sia poco, anzi è fondamentale. Se non potessi avere neanche questo, probabilmente ne morirei. E non è un detto senza senso, morirei dentro, inaridirei ed appassirei piano piano, senza poterle stare vicino in qualche modo.
Ma ora è tardi e domani pomeriggio è fissato il funerale di mia nonna, e sono cosciente che avrò bisogno di tutto l’autocontrollo che riuscirò a racimolare per non scoppiare in lacrime davanti a tutti. Non che io mi curi di questo, affatto, anzi sono convinta che chi esprime appieno e totalmente le proprie emozioni, senza celarle per paura, sia la persona più forte di questa terra, semplicemente sono consapevole che se iniziassi finalmente a piangere non mi fermerei più, e domani proprio non me lo posso permettere.
Sono reduce da un periodo piuttosto snervante, mi sento sola benché non lo sia veramente, e non riesco a controllare la rabbia soffocante ed il dolore insopportabile creato da Elissa che mi parla del suo amore e di come lo stia vivendo in modo sofferto, tuttavia non è il momento di pensare a questo, ho la necessità di essere il più calma e tranquilla possibile.
Se almeno i miei genitori fossero qui...
Ma ormai sono senza di loro da tanto, quindi è tutta mia la responsabilità della cerimonia. Mia e di uno zio che non si è mai preoccupato della madre e che da anni risiede lontano da qui. Quando gli ho telefonato e gli ho comunicato che mia nonna era stata portata in ospedale perché aveva avuto un attacco di cuore, l’unica risposta che mi ha saputo dare è stata di fargli sapere quando la situazione si fosse aggravata.
Non se, quando.
Sono stata invasa da una rabbia cieca, lo ammetto, e sono risultata fredda e sarcastica come e più del mio solito, ma mi aveva troppo ferita il suo atteggiamento. Forse questo è dovuto al fatto che quando tengo ad una persona divento ferocemente protettiva e non sopporto che nessuno, NESSUNO, le faccia del male, intenzionale o meno che sia il turbamento che gli arreca. Ed il solo ripensare agli occhi di mia nonna quando gli ho riferito che mio zio non poteva allontanarsi da Milano, a causa di impegni di lavoro inderogabili, mi procura di nuovo una stilettata al cuore. Perché i suoi occhi tristi e venati di una malinconia, a parer mio, incolmabile, mi hanno resa consapevole di quanto la sua vita sia trascorsa e non le abbia lasciato niente di allegro e bello da rammentare, ma solo dolori immensamente profondi e cicatrici crudelmente insanabili.
Mia madre morta ancora nel fiore degli anni in un incidente, insieme a mio padre. Mio nonno che l’ha lasciata sola, senza essere riuscito, neppure per una volta, a sostenerla e farla sentire stimata ed amata in più di quaranta anni di matrimonio. Mio zio, il figlio prediletto, specchio del mio bisnonno, padre adorato di mia nonna, che appena raggiunta l’indipendenza si è staccato completamente da tutto e tutti senza ricordarsi di avere una famiglia d’origine, se non per freddi, vuoti e sterili auguri impacciati per le festività più importanti e, talvolta, neanche quelli. Un’ unica nipote che non ha avuto la gioia di ritrovarsi sposata né laureata, visto che sto ancora studiando.
Certo alcuni fatti sono stati ineluttabili, altri sarebbero potuti andare diversamente, ma non serve a nulla stare a recriminare su cose che sono passate e non possono essere cambiate anche se noi lo vogliamo con tutto il cuore. Posso solo pregare che occasioni od eventi simili non si ripresentino più o che, se accadessero, avrei la forza per agire diversamente ed in modo migliore.
Il suono del campanello mi risveglia dal sonno agitato in cui sono caduta poche ore fa.
Dopo aver trascorso la notte in riflessioni, spesso sconclusionate e senza un filo logico, sono crollata esausta verso le quattro di questa mattina, qualche istante dopo che Neve riuscisse finalmente a saltare sul letto accanto a me, conquistando la postazione a cui aveva ambito da subito.
Mi alzo stiracchiandomi leggermente, rabbrividendo per il contatto tra i miei piedi ed il nudo pavimento della camera da letto. Raccattata una felpa da infilarmi sopra la canottierina ed i pantaloni del pigiama, con cui sono solita dormire, mi dirigo indolentemente alla porta chiedendo, con voce sonnacchiosa ed espressione imbronciata, chi è. Non faccio quasi in tempo ad aprire che mi ritrovo abbarbicata addosso una figuretta dai lunghi, ricci e setosi, capelli castani.
“Feliiiiiiii!!! Stai bene??? Perché diamine non mi hai chiamata??? Si può sapere??? Mi hai fatta preoccupare, accidenti a te!”
La dolce voce grondante di rimprovero che mi investe, mi riempie di gioia e calore senza fine. La mia Elissa, la mia Elissa è venuta da me. Come sempre il mio angelo è accorso in mio soccorso nonostante cercassi di non coinvolgerla nuovamente nei miei problemi.
Si scosta e mi guarda corrucciata battendo, ritmicamente e con aria impaziente, un piedino a terra con le braccia incrociate ed i capelli che si muovono liberi sulle spalle.
“Esigo spiegazioni, ora!”
Quando usa quel tono non riesco a resisterle quindi, come ogni volta, le sorrido, cercando di non mostrarle tutto l’amore che provo per lei e limitandomi ad esternare la felicità donatami dalla sua improvvisata.
“Ma come? Non dovevi venire domani? Ti avrei chiamata stasera..."
Mi guarda seria, perdendo la sua espressione finto-offesa, che aveva assunto per farmi sentire in colpa, avendo percepito sicuramente, come sempre, un'inflessione insolita nella mia voce.
“Feli... che succede?”
Mi passo le mani tra i capelli e le faccio segno di entrare ed accomodarsi, chiudendo la porta alle sue spalle mentre cerco di articolare un discorso coerente senza mettermi a piangere.
Tutto ciò che riesco a dire senza che la voce mi tremi è: “Oggi c’è il funerale... non posso starti molto appresso, scusa...”
Vedo la confusione attraversarle lo sguardo, poi il suo viso espressivo assume un’aria sorpresa e sconvolta e di nuovo sento le sue braccia cingermi il collo mentre si stringe forte a me.
“Tesoro perché non me lo hai detto? Sarei venuta prima! Perché diamine non parli mai, dico io! Va beh... ti rimprovero dopo, ora lasciati abbracciare.”
Mi mordo le labbra, serrando forte gli occhi per impedire che le lacrime pungenti, che sento premere per sgorgare, fuoriescano, mentre per qualche istante mi godo del tutto il suo affetto e la sua tenerezza senza fine.
Dopo alcuni, per me troppo brevi, attimi mi scosto ed accenno un mezzo sorriso.
“Sto bene Eli, davvero, anzi... è ora che inizi a prepararmi, devo fare una marea di cose prima di oggi pomeriggio... mi aspetti qualche attimo che mi lavo e mi vesto?”
“...” Non mi risponde e si limita a guardarmi, scrutandomi affondo.
Ha uno sguardo così intenso che a volte mi domando se legga tutto della mia anima, persino i sentimenti che le nascondo ormai da mesi. Mi sorride, ma io so che è consapevole che le mie sono solo vuote parole, però mi rendo ugualmente conto che questa volta non insisterà per farmi parlare ed aspetterà un momento più opportuno per farmi sfogare tutto il mio dolore, come solo lei, fra tutti, riesce a fare.
Dopo essermi fatta una rapida doccia bollente ed essermi infilata un paio di pantaloni neri dalla linea morbida, senza alcuna pretesa, ed un maglione dolcevita dello stesso colore, ritorno nel minuscolo salottino-soggiorno della mia casa.
“Non dovevi rifarmi il letto! Non ce n’era bisogno Eli... comunque grazie.”
Lei scuote graziosamente la testa, facendo ondeggiare involontariamente quei capelli che adoro, e sorride.
"Non dirlo neanche per scherzo e poi hai ben altro per la testa per pensare a questo ora... inoltre un certo ospite si stava rotolando nelle lenzuola a tua insaputa... brava! Ti fai l'amante e neanche me lo dici, cattiva!!!"
Io ridacchio leggermente e, presa in braccio Neve, gliela presento ufficialmente "Ebbene si, questa è la mia compagna, abbiamo deciso di vivere insieme da ieri sera."
Solo lei riesce a riportare la serenità ed il sorriso in me, anche in questi attimi in cui tutto quello che vorrei è chiudere gli occhi e perdermi in un oblio senza fine. Vedo il suo sguardo illuminarsi di una dolcezza sconfinata, ama immensamente gli animali e riesce ad instaurare con loro un feeling naturale, come ho visto fare a poche persone. D'altronde che la sua sensibilità sia infinita non è un mistero per nessuno, così come il fatto che il suo cuore sia capace di amare in un modo assoluto ed appassionato, senza limiti né restrizioni.
Sono ricaduta in quello che è il mio vizio maggiore negli ultimi tempi, perdermi nella sua contemplazione. Starei a guardare i suoi occhi e tutte le inflessioni mutevoli che assumono per ore intere, come non mi stancherei di osservare il suo sorriso e le espressioni che si rincorrono sul suo meraviglioso volto.
Mi fissa per un attimo interrogativa mentre cerca di sfuggire alla lingua di Neve che ha deciso di lavarle tutto il viso mentre io mi domando: si può invidiare un cane? Scuoto la testa, sorridendo mestamente, poi ci sediamo e le inizio a raccontare degli ultimi giorni, subendomi aspri rimbrotti sul fatto che io non l'abbia chiamata.
I suoi occhi sono dolci quando afferma con totale candore che avrebbe voluto starmi accanto. Lei non sa cosa possano significare per me le sue parole, le parole della persona che porto nell'anima e che è la mia anima.
Ci prendiamo un tè tiepido dopodichè usciamo, ha deciso che questa notte si fermerà da me. Quando me l'ha detto per un attimo ho temuto che il mio cuore non riuscisse a riprendere il suo battito. L'avrò tutta per me per un intero giorno, starà al mio fianco e so che la sua presenza mi darà quel coraggio che avevo paura di perdere oggi, quando saluterò per sempre le spoglie mortali di mia nonna, perché sono cosciente che lei, in un modo o nell'altro, continuerà comunque a far parte di me, così come i miei genitori.
Mentre ci dirigiamo verso la stazione, dove ho appuntamento con mio zio, cerca di fare del tutto per farmi distrarre e devo ammettere che ci riesce pienamente, non che io gliene dia pieno riscontro, visto che sono più silenziosa del solito, ma d'altronde questa non è esattamente una novità né per me né per lei. Sono abbastanza... abbastanza? Molto introversa, ma lei lo sa e lo accetta. Come accetta incondizionatamente il bisogno di parlare che mi assale a volte. Come posso non amare questa mia metà perfetta che capisce ed asseconda tutti i miei sbalzi d'umore e comportamento senza lamentarsi mai? Non posso infatti.
I saluti con mio zio sono piuttosto rigidi e freddi, non che mi aspettassi diversamente, ed insieme ci avviamo alla camera mortuaria dell'ospedale da dove partirà il corteo funebre fino alla cappella del cimitero, in cui sarà celebrata la cerimonia per l'ultimo, solenne, ma semplice addio. Mia nonna avrebbe voluto così. Un momento di raccoglimento intimo con le sole persone che la conoscevano e che le erano affezionate, senza bisogno di fare le cose in grande stile, uno stile che d'altronde non le sarebbe appartenuto affatto.
Un particolare però l'ho voluto a tutti i costi. Un semplice cuscino formato interamente da bianche e profumate camelie, il suo fiore. Le chiesi perché amasse proprio quello, una volta, e lei sorridendo nostalgica affermò che Federico la chiamava sempre la sua camelia, per via della sua pelle bianca e vellutata, che aveva potuto saggiare solamente con l'unione delle loro dita intrecciate.
Quello era stato il primo regalo dell'amore della vita di mia nonna, un mazzo di camelie, e quello accompagnerà il suo ultimo viaggio su questa terra. Non può e non deve essere altrimenti.
La celebrazione in chiesa non cattura la mia attenzione come dovrebbe, il mio sguardo rimane fisso per tutto il tempo sulla bara di legno, anche se i miei occhi in realtà si perdendo in episodi del passato. Il sorriso di mia nonna quando le dicevo di volerle bene, il suo abbraccio affettuoso e le sue carezze gentili quando mi coccolava, le sue parole ferme e pacate quando mi esprimeva la sua opinione, la sua comprensione ed il suo appoggio continui e molto, molto altro... perché l'amore, quello vero, che assume tante forme e tanti aspetti non si può descrivere in tutte le sue sfaccettature.
Mi risveglia all'improvviso la mano di Elissa sul braccio ed i suoi meravigliosi occhi castani, dolcemente preoccupati, che si posano nei miei, esortandomi ad uscire. Le poche persone che hanno deciso di intervenire al funerale di mia nonna formano presto un silenzioso e mesto seguito in direzione della piccola cappella della nostra famiglia, dove riposano già mio nonno ed i miei genitori e dove presto verrà deposta anche lei.
Assisto a tutto avvolta in una sorta di cappa d'ombra che offusca i miei sensi, l'unico contatto che sto avendo con la realtà è la mano di Elissa a cui mi sto aggrappando con tutta me stessa. Mi rendo conto che non dovrei appoggiarmi così a lei, che potrebbe avere dei dubbi sul motivo che mi porta a stringere così spasmodicamente le sue dita con le mie, ma al momento non me ne curo affatto.
Quando il sacerdote dona a mia nonna la sua ultima benedizione che l'accompagnerà nel suo viaggio senza fine, non posso far altro che aumentare maggiormente il contatto con il mio dolce angelo ed intreccio del tutto le nostre mani. Sento i suoi occhi su di me e quando, per un attimo, li incrocio scorgo della perplessità nei suoi più intimi recessi. Le rivolgo un accenno di sorriso molto tirato e sfuggo il suo sguardo portandolo a vagare sulle persone riunite qui, nell'ultimo omaggio a mia nonna. Osservo le sue vicine di casa, strette in un piccolo gruppo dall'abbigliamento e le espressioni austere, un nugolo di parenti di gradi lontani, intervenuti solo per tacitare eventuali malelingue e sensi di colpa imposti dalla formalità, e poi noto un viso, a prima vista sconosciuto, che però reca con se un'ombra di strana ed impalpabile familiarità. Dove ho già visto quel volto e quegli occhi scuri e malinconici? Lo fisso con maggiore curiosità e mi accorgo che in mano ha un mazzo di camelie bianche. Rabbrividisco e vedo, come in sogno, Elissa avvicinarsi maggiormente a me e stringermi delicatamente a se in un abbraccio consolatorio volto a testimoniarmi la sua presenza.
Per una volta non sono solo il suo intenso calore e la sua dolcezza a darmi questa sensazione di irrealtà.
Seguo ancora più distrattamente le fasi finali di questa funzione ed i miei occhi tornano a posarsi continuamente su quella figura ignorata dagli altri e a me non del tutto ignota. Quando infine tutti si stanno allontanando, con fare più o meno sollevato, pronti a riprendere la solita routine quotidiana, lasciando alle spalle tutto quello che concerne la morte, quasi per allontanarne inconsciamente e vanificarne la realtà incorporea ma incombente e minacciosa, mio zio mi si pone di fronte, salutandomi freddamente e dicendomi di chiamarlo in caso di bisogno, augurandomi al contempo di non averne. Annuisco silenziosamente trattenendo, con un'accentuazione sulla nostra stretta, Elissa, sul punto di scatenarsi in mia difesa contro quell'uomo che osa trattarmi con tutta questa sufficienza e falsa ed ipocrita benevolenza. So benissimo che sarebbe capace di gettarsi in un'appassionata e feroce polemica contro il suo dubbio modo di essermi vicino e di comportarsi. D'altronde è come me, soprattutto in questo, non ammette che qualcuno faccia del male o non si comporti adeguatamente con le persone che porta nel cuore. Evito quindi che si lasci trascinare in quella che senz'altro risulterebbe una diatriba senza fine e le comunico con uno sguardo il mio intento di andarmene. Lei comprende, come sempre, e si acquieta lanciando comunque un'occhiata raggelante a mio zio, che nemmeno se ne accorge.
Prima di avviarmi realmente all'uscita entro nuovamente per un attimo nella cappella, accarezzando la fredda pietra di marmo che reca impresso il ciclo vitale di mia nonna sotto una sua foto. E' un'istantanea recente che le ho scattato io quest'estate. Era particolarmente bella e luminosa quel giorno, in sintonia con il caldo temperato di quel ventuno giugno, in cui celebrava i suoi settantaquattro anni.
Mi giro, pronta ad uscire e nuovamente incontro quegli occhi scuri che per qualche momento avevo dimenticato. Sono invasi dalla malinconia e mi fissano intensamente prima di accennarmi un sorriso, al pari delle sue labbra che si schiudono lievemente. Lo fisso incerta ed allo stesso tempo determinata a non farmi sfuggire l'occasione, quindi parlo con quella che mia nonna avrebbe senz'altro definito come grave mancanza di educazione.
"Mi scusi... ma... lei è Federico, vero?"
Le mie guance si colorano leggermente di rosso nel rendermi conto che in tanti anni mai una volta ho chiesto il suo nome completo a mia nonna.
L'uomo di fronte a me mi guarda stupito ed altamente sconcertato, poi sorride con una dolcezza infinita.
"Si, sono io, molto lieto Federico Martini"
Mi tende la mano che io stringo senza neanche riflettere, in un gesto automatico che mi risulta però spontaneo. Ha una stretta decisa, nonostante l'aspetto fragile e minuto che comunica nel complesso la sua figura.
"Felicia Rotani sono la nipote di Eve... "
"Avevo immaginato..."
Per un attimo mi osserva esitante ed io capisco che vorrebbe sapere come faccio a conoscerlo, se mia nonna parlava di lui ed in quali termini.
Leggo la sua ansia di sapere nelle iridi scure e nasce un sorriso sulle mie labbra.
"Mia nonna mi aveva parlato di lei quando mi aveva mostrato una sua foto..."
Un lampo di emozione attraversa fugacemente il suo sguardo, lasciandovi poi una luce calda e dolce.
"Davvero Felicia? Mi permette di chiamarla Felicia, vero?"
Per un attimo questo suo modo compito e distinto di parlare mi dona l'impressione di tempi antichi e distanti, in cui la gentilezza e la cortesia erano di uso quotidiano, al contrario di adesso. Annuisco e faccio per parlare nuovamente quando la testolina di Elissa spunta all'interno della cappella, incentrando la mia attenzione.
"Feli, andiamo? Si sta facendo tardi!"
Mi mordicchio le labbra, non voglio perdere di certo l'occasione di stare più tempo possibile con Elissa, per una volta che ci vediamo con calma e tranquillità senza altre persone di mezzo, ma allo stesso tempo vorrei poter conoscere meglio l'amore della vita di mia nonna, una persona che è sempre stata presente nel suo cuore senza abbandonarla mai neppure un istante. Gli occhi di entrambi sono puntati su di me ma, improvvisamente, Federico poggia i fiori, da lui ancora tenuti in mano, in un vaso ed afferra il cellulare, che noto solo ora vibrargli in tasca silenziosamente.
Sento la sua voce intrisa di delusione quando risponde con un semplice "Si, certamente, ora arrivo."
Appena chiude la conversazione mi guarda con un velo di leggera mestizia. "Vorrei potermi trattenere ancora con lei, ma purtroppo mio nipote mi sta aspettando e dobbiamo ripartire."
Anche io avverto per un istante una fitta di rammarico e, probabilmente indotta proprio da questo, impulsivamente estraggo un block notes dalla borsa a tracolla e ci scrivo il mio numero di telefono, porgendoglielo. Mi rivolge uno sguardo sorpreso che si riempie presto di gratitudine mentre lo afferra, ripiegandolo con cura e mettendolo al sicuro nel portafoglio.
"Mi chiami quando vuole, sarà un vero piacere poter parlare un po' con lei."
Noto che Elissa inarca leggermente un sopracciglio, sicuramente stupita dalla dolcezza con cui ho parlato, riservata a quello che per lei, ed a dire il vero anche per me, è un estraneo. Generalmente la rivolgo solamente alle pochissime persone che annovero amiche e di cui mi fido realmente. Non amo troppo rivelare e palesare le mie emozioni, in nessuna occasione, e soprattutto mai con coloro con cui non ho rapporti intimi.
Congedateci da Federico, che ci ha cortesemente accompagnate al cancello, come un virtuoso paladino d'altri tempi, io ed Elissa ci avviamo lentamente verso il mio appartamento, fermandoci a prendere da mangiare in rosticceria dopo le insistenti sollecitazioni del mio angelo, ostinatamente convinta che almeno lì troverò qualcosa in grado di stuzzicare il mio appetito, decisamente inesistente.
Compro svogliatamente alcune crocchette di patate, solamente per non sentire i suoi rimproveri, che celano solo ansia affettuosa nei miei riguardi, e poi mi diverto ad acquistare tutto ciò su cui i suoi occhi affamati si posano con evidente bramosia. Non ne mangerà che un decimo, ne sono consapevole, ma adoro vedere i suoi occhi sgranati spiccare nel visino, dolcemente buffo, mentre nota tutte le mie compere.
"Ma... Feli! Hai fatto rifornimento per un mese?"
La sua voce teneramente ironica mi avvolge, comunicandomi come sempre un inspiegabile calore che si irradia in tutto il mio essere.
"Mmm può darsi..."
Si rilassa, constatando il lieve sorriso che spunta sugli angoli delle mie labbra, ed io lo faccio a mia volta, riprendendo a camminare con lei al mio fianco. Come sempre trascorriamo una serata magica, almeno per me, fatta di serena complicità e totale cameratismo.
Tra noi non servono parole per comprenderci, un sorriso, un gesto accennato, fa capire immediatamente all'altra le intenzioni che li hanno dettati. Sono lunghi attimi di pura pace che contribuiscono a richiamare in me un po' di serenità dopo tutto il carico di sofferenza, ansietà, angoscia e ricordi che mi sono ritrovata sulle spalle in questi ultimi giorni. D'altronde presumo sia inevitabile dato che solo la vista del suo adorabile visetto mi fa battere il cuore di gioia e tranquillità.
Per rilassarci maggiormente e conciliarci più facilmente il sonno, che sembra tardare nonostante la stanchezza, guardiamo uno dei nostri film preferiti, 'Orgoglio e Pregiudizio' con Lawrence Olivier, perdendoci in visioni sognanti di noi trasferite in quell'epoca di pizzi, rose e svenevoli formalità. Sicuramente Elissa avrebbe avuto un enorme successo in quel clima che esaltava la fragilità esteriore femminile, dato il suo aspetto delicato ed al contempo deliziosamente dolce e malizioso, anche se il pensiero di lei alle prese con corsetti, corpetti imbottiti e metri e metri di tessuto a fasciarne il corpo, mi fanno scoppiare in una risata divertita, dovuta alla sua estrema vitalità, difficilmente ingabbiabile in rigidi vestiti pomposi. Continuiamo a bisbigliare sciocchezze creando immagini e storie assurde, esplodendo in risatine improvvise e spensierate anche mentre siamo sdraiate sul letto, in attesa che l'oblio prenda possesso dei nostri occhi esausti.
Starle così vicina, stesa accanto a lei, mi fa stare contemporaneamente bene e male; il suo calmo respiro, il profumo delicato della sua pelle, il calore emanato dalla sua figuretta distesa, mi evocano strane fantasie che tento di respingere velocemente dalla mia mente; allo stesso tempo però la sua presenza mi dona un tepore al cuore che mi infonde un senso di benessere e contentezza, sperimentato solo con lei.
Mi addormento solo all'alba, dopo aver trascorso la notte a bearmi dello spettacolo del suo corpo rilassato e dei suoi lineamenti distesi dal sonno.
Non sapendo quando mi sarebbe ricapitata un'occasione del genere ho preferito coglierla pienamente. Cosa sono poche ore di amena incoscienza, se confrontate al piacere dato dal vedere la persona amata riposare tranquillamente al proprio fianco?
Mi sveglia però bruscamente il trillo odioso del cellulare e riconosco immediatamente la suoneria che Elissa utilizza esclusivamente per Arianna, il midi di una canzone che è la colonna sonora della loro storia. Sorvolando sul malumore che istantaneamente mi coglie, portandomi ad assumere un'aria accigliata, che può venir scambiata, fortunatamente, per nervosismo da risveglio inaspettato, rimango immobile mentre Elissa, scusandosi accoratamente per non averlo spento la sera precedente, si alza e risponde con voce allegra augurando il buongiorno alla propria ragazza.
Muta espressione nell'arco di un attimo e tutta la gaiezza che risplendeva sul suo visino, scema subitaneamente per lasciare il posto ad un'aria ferita che mi fa stringere il cuore. La sento balbettare qualcosa prima che, pallida in volto, si diriga in salotto alla ricerca di una presupposta privacy. Questo mi fa male, mi abbatte come uno schiaffo datomi con cattiveria. Mi rendo conto appieno che è giusto, sono la prima ad inneggiare ad una propria intimità, soprattutto se si tratta di faccende così personali, però il fatto che Elissa abbia cambiato umore nel giro di un momento, rattristandosi, mi ha ferita e mi ha fatta sentire inutile per l'ennesima volta, visto che non posso fare nulla per lei.
Sono impotente, come sempre, e tutto quello che vorrei fare è stringerla tra le braccia, proteggendola dall'infelicità e dalle brutture di questo mondo. E' pura illusione, ne sono cosciente, ma quando tieni con tutta te stessa a qualcuno, e questo indipendentemente dagli svariati aspetti che l'amore assume, l'unica cosa che vuoi è la gioia ed il benessere per questa persona, anche a discapito dei propri.
L'amore è la più alta forma di egoismo ed altruismo esistente. E' un circolo vizioso, si vuole il bene e la felicità dell'altro per stare bene a propria volta e quindi si ricerca a tutti i costi e se questo implicasse un nostro malessere non fa nulla, l'importante è realizzare il meglio per l'altro per poter tornare a sorridere, di conseguenza, anche noi.
Passano diversi minuti in cui continuo a torturarmi con pensieri che non mi portano da nessuna parte, se non a biasimare sempre di più me stessa per la mia totale inettitudine, e poi, improvvisamente, Elissa rientra con l'ombra di un pallido sorriso sul volto, tenue riflesso di quello con cui aveva risposto al telefono poco fa. Mi nega il contatto diretto con il suo sguardo ma, quando per un attimo i miei occhi hanno incontrato i suoi, hanno potuto leggervi dentro una sofferenza senza confini ed è stato ricevere una nuova pugnalata.
"Tesoro... non voglio immischiarmi, solo... tutto a posto? Hai un faccino che fa piangere."
Può sembrare un'esagerazione voluta la mia, ma in realtà non lo è del tutto, avrei davvero voglia di sfogarmi lasciando cadere le lacrime che porto dentro, nel constatare tutto il dolore che sta provando ora la mia piccola e dolce Elissa. Piccola... in realtà siamo coetanee, ci dividono a malapena un paio di mesi, ma mi piace definirla così, è come se evidenziasse tutta la tenerezza che suscita con i suoi occhioni immensi da cucciolo affettuoso.
"Sì... sì... solo che Arianna... beh si è irritata perché mi sono fermata da te e tra una cosa e l'altra mi sono scordata di avvertirla. Ho sbagliato... ho provato a spiegarle, ma giustamente ho commesso un errore io, anche se non condivido la sua posizione sul fatto che dovevo rientrare dopo il funerale..."
Ora, odio il vittimismo, per carità, e forse sono anche di parte nell'accusarla, ma mi viene proprio di tacciarla di insensibilità allo stato puro! D'accordo che per lei mia nonna era solo un'anziana fragile e con problemi di cuore ma, almeno per un attimo, non può sforzarsi di immedesimarsi in me e comprendere che era tutta la mia famiglia? Forse è ingiusto anche solo soffermare il pensiero in questa direzione, ma è facile per lei alzare la voce ed accusare Elissa solo per essermi stata vicina, quando lei ha accanto a se sia i genitori che il fratello gemello e le due sorelle! Posso comprendere perfettamente che si sia risentita che la sua ragazza non l'abbia chiamata e si sia fermata a dormire da me, senza dirglielo, probabilmente lo avrei fatto anche io, ma da qui a fare un processo alle intenzioni, come sembra essere stato, almeno da quanto si evince dal racconto dai toni sicuramente smorzati che mi sta riportando a fatica Elissa, decisamente ce ne passa.
Se adesso assecondassi i miei impulsi direi ad Elissa di liquidarla in malo modo definitivamente, ma come sempre, il ruolo di innamorata gelosa passa in secondo piano e le parole che fuoriescono dalle mie labbra sono quelle pacate e moderate della sua migliore amica.
A volte mi domando chi mi dia la forza di non lasciarmi andare mai a gesti od azioni inconsulte, ma poi mi ritornano alla mente gli occhi di mia nonna e la sua espressione serenamente mesta del giorno in cui mi parlò, per la prima volta, di Federico ed allora comprendo, rammentando a me stessa che è solamente l'amore ed il suo assumere in se forme molteplici che me lo permettono.
"Allora sei proprio convinta che possa andare tranquilla?"
Nonostante l'abbia rassicurata per almeno un milione di volte, gli occhi di Elissa sono ancora colmi di incertezza e dubbi e questo non può che riempirmi di un tepore confortante, che prenderà il posto lasciato vuoto dalla sua prossima partenza. Il mio tesoro oltre ad essere una persona realmente altruista e generosa, ha un cuore talmente grande e tenero che reca conforto e sollievo anche senza fare nulla di particolarmente eclatante. E mi vuole bene davvero. Sono perfettamente conscia che se adesso le chiedessi di restare con me lei lo farebbe senza la minima esitazione, sebbene entrambi consapevoli che ciò porterebbe ad un prossimo futuro di tensioni e litigi con la sua ragazza. Eppure sarebbe disposta a sacrificarsi senza pensarci due volte pur di farmi stare meglio. Davvero non ho mai conosciuto qualcuno così speciale e capace di donare affetto e dolcezza in modo così totalizzante, sincero e disinteressato. La mando via quasi obbligandola, solamente perché non voglio che lei debba subirsi ulteriori rimproveri da quell'esclusivista di Arianna. Non voglio pronunciarmi in maniera differente o più dettagliata nei suoi confronti perché non sarebbe, probabilmente, obiettivo, nonostante la mia opinione su di lei non sia mutata affatto rispetto a prima che io ammettessi a me stessa, o meglio riconoscessi, i sentimenti d'amore e non di semplice amicizia, che nutro per Elissa.
E ora sono di nuovo qui, in un salotto diverso è vero, ma ugualmente sola, con l'unica compagnia di Neve che dorme sul tappeto di ciniglia avana ed il medesimo avvilimento di cui ero preda due giorni fa.
Già, sono passate a malapena quarantotto ore da quando sedevo sulla poltrona di mia nonna intenta a rimuginare e perdermi in ricordi trascorsi, ed ora mi ritrovo a farlo nuovamente, con un peso maggiore ed una solitudine ancora più intensa e difficile da sopportare a causa della ventata di spensieratezza, gioia ed allegria, che almeno per poche, troppo brevi ore, Elissa ha portato in questa casa con la sua sola presenza.
I giorni successivi si alternano senza grandi differenze, il mio umore altalenante oscilla da attimi di struggente e rabbiosa tristezza a vuota ed apatica mestizia, che non mi permettono di dare una svolta o semplicemente andare avanti con la mia esistenza, di riprendere a studiare ed uscire quel minimo che facevo prima. Mi sono sempre distinta dai miei coetanei, non trovando piacevoli i sabato sera passati fuori da casa od il rientrare tardi la sera, dopo intere ore trascorse ad abbandonarsi alla musica ed al ballo. Gli adulti parlavano di maturità maggiore rispetto a quella dei miei anni, ma per me era solamente non sentirmi a mio agio in mezzo ai ragazzi della mia età, il vedermi diversa e talvolta anche incompresa, finendo per essere additata come strana e 'fuori moda'. Nei periodi peggiori mi ritenevo una marziana, interessata com'ero solo a leggere libri che mi permettevano di evadere dalla mia realtà, andando ad installarmi, come una visitatrice inopportuna, negli universi descritti e vagheggiati dagli autori, od a disegnare, mia grande passione, mai sbocciata del tutto a causa della mancanza di autentico talento. E quindi ore ed ore a pensare e riflettere sul perché non provassi neanche la più piccola attrazione verso i divertimenti dei miei compagni di scuola, come le sere in discoteca od al pub, le fughe da scuola per andare a fare un giro in automobile, le feste più disparate o le passeggiate nel corso principale cittadino, volte esclusivamente a farsi notare ed attaccare bottone con altri ragazzi. Con il passare del tempo la situazione ovviamente non è cambiata, ho unicamente imparato ad accettare, senza pormi troppe domande, che io sia così.
Ma ora non mi interessa neanche andare al cinema a vedere il film che attendevo impazientemente da mesi. Mi alzo la mattina desiderando solo di tornare a letto, dove i sogni e le fantasie rendono più sopportabile il vuoto in cui mi sento perdere ogni istante di più, senza un'apparente motivazione e lo farei, se non fosse che ormai è più di una settimana che non sento Elissa. Ho provato diverse volte a mandarle un messaggio, ma non mi ha mai risposto ed ieri ho anche tentato di telefonarle, ma il suo cellulare era spento. Capisco che gli sms che le ho inviato potrebbero anche non esserle arrivati, visto che, spesso e volentieri, mi ritrovo davvero convinta che la tecnologia mi sia ostica e mi si ribelli, ma non vedo perché non mi abbia ancora richiamata dopo aver ricevuto l'avviso della mia telefonata. Dopo aver portato Neve nel piccolo parco antistante il mio appartamento, mi decido a chiamarla a casa, preoccupata ed in preda a mille paranoie mentali.
"Tesoro!!! Finalmente! Ero in pensiero!!! Tutto bene?"
"Ah... ciao..."
La sua accoglienza fredda mi paralizza e mi fa mancare un battito, stordendomi per un attimo. Mi sento ardere le guance come se avessi commesso chissà quale crimine, invece di aver semplicemente telefonato alla mia migliore amica per sapere come stava e perché non si è più fatta viva, ad eccezione dello squillo quando era arrivata a casa, il giorno che era partita da qui.
"... Disturbo per caso?"
"... Ma no... figurati..."
La risatina forzata che segue queste parole mi fa salire un nodo in gola, portandomi a reagire bruscamente, come faccio ogni volta che non intendo restare ferita ed attacco per prima, in modo da evitare di dare vantaggio all'altro. Ma non mi era mai successo con lei...
"... Se lo dici tu... comunque volevo solo sapere se ti erano arrivati i miei messaggi."
"Si."
Suono breve, laconico, lievemente secco che mi colpisce più di una doccia gelida inaspettata.
"Elissa... ma che è successo?"
E' raro che la chiami con il suo nome intero, preferisco trovarle nomignoli o soprannomi affettuosi, e quando lo faccio è perché ho qualcosa di serio da comunicarle o lei lo deve fare con me.
"Nulla... senti ora devo andare, ti richiamo uno di questi giorni, ok?"
Ad ogni istante che passa mi sento avvolgere da uno stato simil incosciente, in cui le mie reazioni avvengono rallentate e meccaniche, mi sembra quasi di poter vedere dall'esterno il mio volto pallido, i miei occhi lucidi e la mia mano che tormenta nervosamente il filo del telefono.
"Certo... una cosa sola... che ne dici se uno di questi giorni vengo a trovarti? Così mi distrag... "
"No!!!"
Il suo rifiuto lapidario e definitivo non mi ha neanche permesso di terminare la frase. Incisivo e peggiore di una condanna emessa, senza rifletterci e senza forse conoscere il dolore che portava con se.
"Pe-perché?"
La mia voce balbetta leggermente, ma me ne rendo conto solamente a posteriori ed in verità, lo scoprirmi così palesemente, ora, non mi interessa quanto conoscere il perché di questo suo strano comportamento.
"Ci sarebbero dei problemi, ti spiegherò poi, ok? Ciao Felicia."
Mi tremano le gambe, e quando provo a dirigermi verso una sedia, dopo aver posato automaticamente il ricevitore, delle fitte acute mi colpiscono i muscoli degli arti inferiori, quasi la circolazione si fosse, per un attimo, rifiutata di funzionare correttamente. Non so se il dolore che provo ora all'altezza dello stomaco e che mi ha stretto la gola in una morsa d'angoscia pura, nel tentativo di frenare le lacrime che premono insistentemente agli angoli degli occhi per sgorgare copiosamente, sia dovuto principalmente al fatto che anche lei abbia pronunciato interamente il mio nome, azione che non compie mai, oppure alle parole che lo hanno proceduto.
Avrebbe dei problemi a causa mia. Credo che questa sia l'affermazione che mai e poi mai si vorrebbe udir pronunciare dalla persona che si ama. Tutto, ma non questo, perché il solo ipotizzare che Elissa stia male per qualcosa che ho fatto io o che può essere, direttamente o meno, messa in relazione con me, mi annienta. Mi toglie completamente le forze come un colpo ricevuto fisicamente o l'impatto con l'acqua quando si compie un tuffo errato, mi sembra che tutto sia uscito da me, ogni pensiero, ogni emozione che non sia un dolore sordo e pulsante che si espande rapidamente ad ogni fibra del mio essere. E' come se fossi andata in black out e non riuscissi a formulare neanche un pensiero coerente. Indubbiamente so a chi devono essere imputate le motivazioni di certe parole di Elissa, non è difficile capirlo, visto che l'unica persona che riesce a farla mutare così radicalmente è solamente lei, ma se devo essere onesta con me stessa la colpa di questo è interamente mia... perché se fossi stata semplicemente una sua amica, una sorella, come lei crede, o credeva, a questo punto non lo so, che io fossi, quasi certamente questo non sarebbe accaduto e ora la starei sentendo tranquillamente e pacificamente come sempre, magari ridendo insieme per la prima sciocchezza venutaci in mente. Arianna è consapevole che io amo Elissa. Non che io sia mai andata a riferirglielo, né lei abbia mai intrapreso un discorso in merito, anche perché non abbiamo quasi rapporto io e lei, ma ho notato fin troppo bene le occhiate gelose che mi lancia quando capita di uscire tutti insieme. Lo sguardo attento e severo che segue ogni mio gesto, ogni mio sorriso, ogni mia parola rivolta alla sua ragazza. E non è unicamente possessività o naturale gelosia, assomiglia più ad una consapevolezza segreta e forse inconscia. Non so come l'abbia capito, visto che cerco di essere sempre molto guardinga per non lasciar trasparire quello che provo, ma lo sa. Ed ora ho paura, un denso e violento timore che mi artiglia ed opprime il cuore, che tutto cambi ed in peggio. Che Elissa non sia più mia, nemmeno come amica. E non riesco a sopportarlo, perché la mia vita senza il suo sorriso d'angelo ed i suoi occhi di sole, sarebbe insignificante, anonima ed addirittura squallida.
Continuo a commiserarmi in amare e sconfortate riflessioni per non so quanto tempo, ho smesso addirittura di controllare se le ore stesse stiano scorrendo ancora o meno, quando il telefono squilla. Con un sorriso sollevato e leggermente ebete, indubbiamente, mi precipito a sollevare la cornetta, pateticamente certa di sentire la sua voce ritirare le parole di poco fa e sostituirle con un invito ad andare da lei. Ed effettivamente un invito ricevo, ma non quello che attendevo, visto che la voce al di là del ricevitore non è quella che riesce a mettermi i brividi, semplicemente salutandomi, ma una esitante e bassa, che a fatica, a causa della poca familiarità, riconosco essere di Federico.
Non che la sua telefonata mi sorprenda o non mi faccia piacere, visto che l'attendevo ormai da diversi giorni, od almeno speravo di riceverla, ma sinceramente, al momento, le mie priorità erano altre.
Pacatamente ed in un modo garbato e gentile mi informa che il nipote, che l'aveva accompagnato l'altra volta, si deve recare per lavoro a Siracusa e non si conosce la data di ritorno, perciò non potrà venire qui tanto presto. La notizia mi abbatte ancora di più, facendo precipitare il mio stato d'animo decisamente sotto la media del mio malumore usuale, ma si risolleva improvvisamente nell'avvertire la sua proposta, ovvero andare ospite da lui qualche giorno, in modo da conoscerci meglio, parlare un po' ed avere l'occasione, per me, di visitare nuovamente e comodamente i luoghi che hanno visto crescere mia nonna, guardandola trasformarsi prima in una ragazza innamorata e poi in una donna risoluta e determinata.Tentenno leggermente e Federico se ne accorge immediatamente, rassicurandomi sul fatto che comprenderebbe appieno un mio rifiuto, visto che non lo conosco neanche, ma non riesco a fare a meno di cogliere la sua delusione, che si rispecchia in quella che mi aveva assalito poco fa, apprendendo che non può tornare qui per chissà quanto tempo.
Guardo un'istantanea di quest'estate scattata da Benedetta, un'appartenente al 'mio gruppo', e che ritrae Elissa che mi abbraccia ridendo gioiosamente. E' attaccata insieme ad altri ricordi, per me importanti, allo specchio dell'ingresso e sembra quasi prendersi gioco di me in questo momento. La fisso per qualche istante ed inaspettatamente è proprio questo che mi fa decidere.
"D'accordo... arrivo giovedì se per lei va bene!"
Quella frase, accolta con una gioia sincera che mi ha scaldato dentro, si è poi tramutata in realtà la mattina di giovedì. Dopo aver lasciato Neve all'unica veterinaria di cui mi fido, presso cui starà in pensione per tutto il periodo che sarò lontana, ed aver intrapreso un viaggio abbastanza sfibrante a causa degli svariati ritardi subiti, sono arrivata nella cittadina natale di Federico e di mia nonna. Era da tanto che desideravo rivederla per poterla visitare con comodo, ed essermelo finalmente concesso mi ha fornito quella causa di distrazione di cui necessitavo.
Alla stazione ho trovato Federico ad accogliermi, emozionato e radioso. Il sorriso timidamente gentile che mi ha rivolto e la felicità che sembrava rendergli più vivo lo sguardo, mi hanno risollevato il morale, facendo quietare, per qualche istante, tutti i pensieri negativi ed i sentimenti opprimenti che ultimamente mi porto dietro costantemente. Le strane reazioni di Elissa attraversano continuamente la mia mente come lampi che rischiarano il buio, ma, contrariamente agli analoghi fenomeni naturali, in me conducono solamente il nero di un'angoscia che non sa darsi pace. La sua voce distante e vagamente infastidita risuona perennemente in me come un disco difettoso ed incantato a causa di una puntina mal funzionante ed il ricordo delle poche e secche parole che ha pronunciato, mi precipitano in un inferno di congetture, l'una più oscura e sconclusionata dell'altra.
Federico si rende presto conto del turbamento che mi avvolge e con la delicatezza estrema che, sono certa, ha toccato e conquistato il cuore di mia nonna, mi incoraggia a lasciare da parte per qualche giorno le riflessioni poco positive che mi seguono, così da ritemprarmi e poterle meglio affrontare quanto ritornerò a casa. Mi sento inondare stranamente e scioccamente, forse, dalla gratitudine e da un improvviso, quanto inaspettato, moto d'affetto per quest'uomo così sensibile ed apparentemente mite, che mi ha risparmiato tutti gli usuali e vuoti convenevoli su come il tempo lenisca il dolore. Non ha indagato, non ha chiesto nulla, ha solo offerto tacitamente una mano su cui poggiare la mia, senza invadenza né arroganza. Mi viene spontaneo rivolgergli quindi un sorriso vero, autentico, quello che può scorgere solitamente solo Elissa e vengo ripagata, con mio enorme stupore, dai suoi occhi che si inumidiscono.
"C'è qualcosa che non va signor Federico?"
"In te c'è troppo di Eve, Felicia, perché io non mi regali istanti in cui la memoria prenda il sopravvento e sfumi i contorni del presente per immergersi prepotentemente nel passato."
Mi sento imbarazzata, non so quale sia la risposta più esatta ed il comportamento più adeguato da tenere con lui, in modo da non ferirlo inavvertitamente o renderlo triste, perché davvero tutto vorrei fuorché questo, tuttavia mi sento contemporaneamente sicura di non farlo in nessun modo, vista la muta comprensione che mi è sembrato istantaneamente legarci e che gli fa prendere le mie mani tra le sue, mentre si limita a sorridermi dolcemente. E' come se avessi trovato qualcuno che avevo perduto da tempo.
Bizzarro a dirsi ma è come se effettivamente anni fa abbia sposato mia nonna e sia stato da sempre un membro importante e fondamentale della mia famiglia. Non avrei mai reputato possibile un evento del genere. E' una sensazione strana e quasi indefinibile che mi fa star bene e male allo stesso tempo, senza una precisa spiegazione logica.
Quando arriviamo in vista della sua casa rimango basita di fronte alla villa maestosa ed imponente che si para davanti ai miei occhi. Lo sbalordimento che mi coglie nel notarne la ricchezza e le rifiniture deve essere talmente palese che Federico, accorgendosene, ride divertito, spiegandomi che il rifiuto della sua amata contribuì a renderlo devoto unicamente al lavoro e che questo, fortunatamente, ha dato i suoi frutti.
Il parco che circonda l'abitazione è curatissimo e dona istantaneamente un senso di pace che mi porta a sorridere, mentre l'interno della casa è un estasi di pura bellezza, un armonico connubio tra linee e decorazioni antiche e tecnologie moderne che mi affascina totalmente, come sempre accade quando trovo una tal pregiata sintesi di opposti. La camera che mi viene assegnata, nella tenue tonalità dell'avana, è la quintessenza dell'eleganza e della raffinatezza, con tutti i particolari che concordano tra loro per creare un'oasi di pace e serenità.
"Grazie è tutto semplicemente perfetto!"
Ammetto che le parole mi vengono meno nel notare un mazzo di camelie bianche, che troneggia in un vaso dall'aria antica e dalla fattura preziosa, posto sul comò, e che non riesco a trovare frasi che possano esprimere la riconoscenza che provo per le attenzioni che quest'uomo così speciale mi sta riservando in qualità di nipote del suo antico e mai dimenticato amore.
"Di nulla, non ho fatto niente!"
La cortese accoglienza e la calda ospitalità di Federico sono davvero squisite, mi fanno sentire quasi di famiglia ed è una sensazione che si ripresenta e mi conforta ed immalinconisce, di nuovo contemporaneamente, ricordandomi ciò che è stato e che purtroppo non sarà più.
L'unica altra emozione che potrebbe far svanire tutto questo stato di malessere è quella che mi dona il mio amore per Elissa, ma al momento non è il caso di rivangarla, in quanto questo viaggio appena iniziato sarà dedicato esclusivamente a me stessa ed alle memorie della mia adorata nonna.
Nei giorni che seguono, veloci e densi di tranquillità, divido il mio tempo tra stimolanti confronti con Federico, che ogni volta dimostra una vivacità intellettuale davvero fuori dal comune, e prolungate escursioni per le stradine di questo paesino ammantato di ricordi non miei.
Ogni mattina mi sveglio all'alba ed esco silenziosamente passeggiando a lungo in queste vie centenarie, circondata dalla nebbia costante, che appare quasi dotata di un'entità propria. E' un'atmosfera quasi surreale il camminare piano nella tranquillità priva di sonorità, venendo travolta da mille immagini di un passato solamente raccontato o visto in poche fotografie in bianco e nero. In ogni angolo mi sembra di scorgere il visino giocoso ed infantile di mia nonna che mi ammicca prima di correre via per inseguire una ruzzola di legno. Ad ogni bivio incontro l'Eve adolescente che si muove adagio ed elegantemente, seguita dallo sguardo ammirato dei giovani del paese, che aspettano invano un suo cenno di considerazione. Un gesto che avrebbe rivolto unicamente a Federico, ed ecco che nella piazza principale, intorno alla fontana che, ora come allora, non si stanca di osservare silente i passanti, vedo la mia sedicenne nonna arrossire e sorridere timidamente a Federico, accettando il delicato e cortese invito della sua mano per sedergli accanto sulla panchina in ferro battuto, adesso purtroppo lievemente scrostata dal tempo.
E' un viaggio in ricordi non miei che mi riempie di mestizia, ma mi pacifica al contempo con me stessa. E' quasi come se acquistassi improvvisamente radici che mi sono sempre appartenute, ma che non avvertivo propriamente mie. Federico ha ampliato gli scorci che mi aveva donato mia nonna e mi ha regalato nuovi frammenti di lei da conservare. E' una percezione strana eppur magica l'avvertire l'amore che ancora vive nella sua voce, colorandola di una velata nostalgia che mi commuove nel profondo, facendomi comprendere ancor maggiormente quanto la scelta di non seguirla fosse stata dettata unicamente da insicurezza giovanile. I se sono tanti purtroppo, se l'avesse fermata, se l'avesse convinta dei suoi sentimenti, se mia nonna avesse avuto più fiducia in lui, se, se, se... ma non servono a niente se non a cullarsi in soffocanti rimpianti ormai, inevitabilmente inutili.
Le rare volte in cui non ci siamo persi in discorsi infiniti ed appassionanti di tempi remoti, eppure stranamente vicini, densi di emozioni solo nostre, sono state occupate dalla presenza di Mattia, suo nipote, che, per l'incommensurabile gioia di Federico, non è potuto più partire a causa di un imprevisto. E' un ragazzo all'apparenza schivo e timido, ma molto cordiale ed educato, con un senso notevole dell'humour, che rende piacevole ogni momento trascorso in sua compagnia, e che se prende confidenza con qualcuno lo circonda del suo affetto e delle sue premure. Ha solamente qualche anno più di me e, contrariamente alla madre, pittrice talentuosa completamente votata all'arte ed alla creazione di opere astratte, che gestisce ed espone nella sua piccola galleria, è attivamente impegnato nell'azienda di famiglia, in cui ha conosciuto la sua compagna, un'inglesina energica ed esuberante che l'ha conquistato con il disarmante entusiasmo con cui affronta la vita e che, al momento, è tornata per qualche mese in patria al fine di sbrigare alcune formalità, per poi trasferirsi definitivamente qui in Italia, accanto a lui. Ho visto una sua istantanea in cui ride innocentemente e, sebbene graziosa, non può essere definita propriamente bella, ma il sentimento con cui Mattia parla di lei mi fa rendere conto di quanto sia stupenda per lui. Spesso, sebbene faccia di tutto per non pensarci, mi invade traditore il pensiero di Elissa, soprattutto quando avverto la felicità di Mattia che riceve un messaggio od una telefonata inaspettata dalla sua compagna e mi sento riassalire dalla tristezza più totale nel constatare il silenzio che regna ormai da giorni da parte di Elissa. Quando il pensiero sfiora la situazione che si è inspiegabilmente venuta a creare tra me e lei, mi attanaglia un vortice di angoscia e tristezza che mi provoca un freddo intenso, come se fossi circondata da un involucro di gelo che manda brividi intensi lungo la schiena e non vuole più lasciare andare chi ne è vittima. Credo che in questi istanti il mio sguardo si adombri, perché ho notato che ogni volta in cui ricado in queste cupe riflessioni, si forma un istante di silenzio da parte di Federico, che poi mi tocca lievemente su una mano, quasi volesse destarmi e distrarmi o più semplicemente mostrarmi la sua presenza.
In cinque giorni è come se avessi trovato un membro importante della mia famiglia, ogni secondo di più avverto questa sensazione crescere forte in me, da lui proviene un calore ed un senso di sicurezza e protettività che mi rammentano vivamente quelli che emanava mia nonna, sebbene l'aura di amore e dolcezza che le appartenevano non potranno mai essere eguagliate, tanto meno sostituite.
Proprio per questo vorrei prolungare questa visita all'infinito, ma sono pienamente cosciente di dover rientrare nella mia routine quotidiana. E' giunto il momento di riprendere attivamente in mano i miei impegni ed i miei doveri, non posso sfuggire ancora per molto ai problemi ed a ciò che mi aspetta quando ritornerò. Rifugiandomi in questa ovattata serenità che mi ha donato Federico, cullandomi e guidandomi in questo periodo di appaganti rievocazioni di un passato purtroppo ormai trascorso, e che fa parte unicamente di lui, benché ne sia stata una felice spettatrice, mi sono ricaricata e riposata abbastanza, perciò la sera del mio sesto giorno di permanenza nella sua abitazione, gli comunico la mia intenzione di ritornare a casa nella giornata seguente. Il suo dispiacere è tangibile, ma lo è anche la sua affettuosa comprensione, e devo ammettere che il suo commiato alla stazione mi emoziona profondamente.
"Felicia, mi hai regalato dei momenti magici... Ti ringrazio infinitamente per questi attimi che mi hai dedicato... la tua visita non solo è stata la più piacevole che abbia avuto da anni, ma mi ha quasi ringiovanito. Sei una ragazza speciale come la mia Eve... spero mi scuserai se l'appello così... ma nel mio cuore è così che è sempre stata e sempre rimarrà..."
Un sorriso mi affiora sulle labbra e gli stringo leggermente le mani con le mie.
"Ne sarebbe stata onorata ed immensamente felice."
"Torna a trovarmi quando ti è possibile, vorrei considerassi questo posto un po' come una seconda casa."
Il suo spirito da cavalier cortese emerge costantemente, ma la tenerezza che vibra nella sua voce testimonia la sua sincerità e questo non può far altro che rendermi ancora più grata nei suoi confronti.
Quando l'altoparlante annuncia l'imminente partenza del treno che mi ricondurrà nella mia città, poggio lievemente le mie labbra sulla guancia appena rugosa di Federico che arrossisce, sorpreso dal mio gesto. Gli sorrido di rimando e lo saluto salendo sul treno, promettendogli di chiamarlo quando sarò arrivata e mi sarò sistemata.
Appena le rotaie iniziano a scorrere velocemente sotto il vagone che mi ospita, mi perdo a guardare il paesaggio che scompare e riappare riflesso nel vetro, a seconda delle lunghe gallerie che attraversiamo. Mi ritrovo assorta in fantasticherie che riguardano il primo incontro tra me ed Elissa, al suo dolce sorriso che mi ha immediatamente colpito dalla prima volta che l'ho visto, dal senso di complicità spontanea nata subito tra noi e quasi non avverto il cellulare che suona. Lo prendo senza guardare chi sia e, mentre rispondo automaticamente 'Pronto', una morsa di ansia mi stringe il petto perché mi rendo conto che la suoneria che ha squillato è quella della canzone preferita da me ed Elissa che è associata al suo numero telefonico. Infatti la sua voce mi saluta, densa di quella che identifico come titubanza.
"Ciao Feli..."
"Ciao Eli, come stai?"
Tento di mantenere il mio tono saldo e di non imprimervi il misto di inquietudine e sollievo che si sta agitando in me.
"Ehm... bene, sì... e tu?"
"Anche io, grazie."
Questo stato di formalità ed accennato distacco mi sta uccidendo e per non lasciarmi andare al pianto, che sta tentano nuovamente di sopraffarmi, serro gli occhi, mordendomi appena il labbro inferiore in un disperato tentativo di mantenere il controllo.
"Ti ho cercata a casa, ma non rispondevi... sei in giro?"
Anche lei si sta forzando, in quale direzione in verità non lo so, ma la sua tensione è chiaramente percepibile, almeno per me che la conosco.
"Ero fuori città, sto tornando proprio adesso, tra un paio d'ore dovrei essere rientrata... "
"Ah... capisco... "
La sua voce ora suona quasi stonata, come se non si fosse aspettata un simile comportamento da parte mia. Probabilmente nemmeno sarebbe stato ipotizzabile fino a qualche settimana fa che io partissi senza dirle nulla, ma ugualmente sarebbe stato impossibile che lei sparisse per giorni interi e mi liquidasse velocemente come l'ultima volta in cui l'ho chiamata. Che tutto sia destinato a cambiare tra noi? Che il tempo e la quotidianità possano usurare e far svanire un legame che percepivo come indissolubile? Che debba perderla persino come amica dopo aver rinunciato, da tempo, nel mio cuore, ad averla come mia compagna? Che mi aspetti un periodo di totale solitudine in seguito alla morte di mia nonna? Che mi rimanga solamente Federico, per quanto poi possa considerarlo un mio familiare?
"Che mi racconti?"
Tento di spezzare questo silenzio pesante che si è creato tra noi, ma ammetto con me stessa che è un modo alquanto banale e superficiale per noi due.
"Niente di che... dovresti essere tu a dirmi qualcosa visto che sei stata fuori. Comunque ne riparliamo quando torni, ok? Mi sta morendo il cellulare..."
"... Ok, fatti sentire tu allora."
La calma che pervade la mia replica è quanto di più falso abbia mai espresso visti il nervosismo e la rabbia che mi stanno tormentando.
"Sì... ciao."
"Ciao."
Sono stata brusca e lapidaria, ma al momento non avrei potuto essere altrimenti, sono stanca, agitata, con il morale a terra e preda di pensieri negativi che mi stanno prospettando visioni, tutt'altro che allettanti, riguardanti il mio prossimo futuro.
Tutta la distensione e la pace, caratterizzanti questi pochi giorni, sono state spazzate via istantaneamente dall'impalpabile turbinio provocato da esigue frasi di ordinaria consuetudine, che mi hanno privato del più piccolo residuo di energia che conservavo dentro di me. Mi appoggio ancor più pesantemente contro lo scomodo sedile, permettendo alla spossatezza di impadronirsi totalmente di me fino a condurmi in un sonno irrequieto e tutt'altro che riposante.
Dopo tre ore, completamente sottosopra e preda di un sovvertimento interiore notevole, scendo dall'autobus che collega la stazione ferroviaria alla via del mio appartamentino, e mi incammino per i pochi metri che dividono la fermata dall'ingresso. Salgo le scale ormai senza più forze, come se improvvisamente tutto l'affaticamento accumulato dalla malattia di mia nonna in poi, mi si fosse riversato addosso, e per un istante mi persuado di avere le allucinazioni nel vedere Elissa appoggiata alla porta del mio appartamento con il piccolo borsone viola, che le avevo regalato in occasione del suo passato compleanno, ai suoi piedi.
"Elissa!? Che ci fai qui?"
Non riesco propriamente a celare lo stupore che mi invade, ma mi viene naturale abbracciarla leggermente nel constatare il suo pallore, il tremulo sorriso incerto e le occhiaie dipinte sotto i suoi bellissimi occhi, velati di esitazione.
"Posso restare qui per un po'? Io e Arianna ci siamo lasciate..."
La avvolgo più strettamente nel mio abbraccio per un momento, poi, mentre mormoro una non ben definita replica affermativa, cerco le chiavi nello zainetto a tracolla ed apro, trascinandola delicatamente per un polso nel salottino, per infine tornare fuori a raccogliere i bagagli di entrambe.
E' come se una sorta di torpore fosse sceso sui miei sensi, congelando tutte le mie precedenti sensazioni in favore della preoccupazione che scorre prepotente in me, sapendo quanta sofferenza sicuramente sta avviluppando la mia Elissa.
In un attimo soltanto ho portato il suo borsone ed il mio trolley nella mia stanza e sono tornata da lei, dopo aver messo in infusione il tè che adora e che magari ci riscalderà lievemente dal freddo esterno, benché non mi esalti come bevanda in sé, ma ormai è quasi un rituale berlo insieme.
La trovo quasi raggomitolata sul divano, con la parte inferiore del viso semi-nascosta dal largo collo del maglione panna che indossa e le mani congiunte abbandonate in mezzo alle gambe che ha portato al petto, dopo aver tolto le scarpe, riverse ora sul pavimento accanto al divano.
"Lo sai che puoi restare tutto il tempo che vuoi, mh?"
Non so cosa dirle, avrei solo voglia di tenerla stretta forte a me in attesa che tutto il dolore fluisca da lei a me. Vorrei poter ridarle il sorriso in un attimo e prendermi io il suo stato di malessere, ma non credo me lo permetterebbe mai, vista la sua tendenza a non voler caricare gli altri dei suoi problemi. Un altro punto in comune con me, uno dei tanti che continuamente osservo. Vorrei cancellare tutto quello che sta tenendo racchiuso in se, vorrei tante cose, ma non riuscirò a realizzarne neanche una.
"Si... grazie Feli... mi sei mancata..."
Il suo sussurro è così flebile che riesco a malapena ad udirlo, ma quando lo decifro del tutto, il mio cuore aumenta i battiti ed un nodo di commozione mi serra forte la gola. Non posso fare a meno di avvicinarmi a lei ed attirarla forte contro di me, sedendomi accanto a lei sul divano. Il suo corpo sottile, quasi fragile ed appena tremante, si lascia completamente cullare dal mio che lo avvolge quasi protettivamente. Vorrei davvero poterla preservare da tutto...
"Feli... sto bene... meglio di quanto pensi, ora è tutto ok, davvero... piuttosto dove sei stata di bello?"
Non capisco la motivazione di questa domanda, ma forse ha semplicemente bisogno di distrarsi per trovare la forza e la voglia di narrarmi tutto ciò che le è accaduto con Arianna e che l'ha condotta qui da me quindi, accettando tacitamente, inizio a raccontarle dei giorni trascorsi nella cittadina nativa di mia nonna, di tutte le gentilezze che mi hanno rivolto Federico e Mattia e di tutti i meravigliosi momenti che mi hanno donato. Lei ascolta tutto silenziosamente, appoggiando la testa sulla mia spalla, annuendo ogni tanto come invito per farmi proseguire, mentre il suo sguardo mi segue attentamente. Parlo a lungo, andando a toccare con le parole tutti i ricordi che mi ha fatto vivere Federico, parlo come da tanto tempo non facevo ed ogni tanto le mie dita si attardano a lisciare dolcemente un suo ricciolo, in movimenti appena accennati che fanno rilassare maggiormente ambedue. Elissa si lascia trascinare come me dalla loro storia e presto ritrova un barlume della sua vivacità, iniziando a giocare con la fantasia, nel ricostruire episodi, forse accaduti e mai raccontati ad alcuno, ma conservati solo nella memoria di Federico e nel cuore suo e di mia nonna, almeno fino a che le è stato possibile. Quella che mostra ora è solo una pallida imitazione dell'allegria e della solarità che generalmente la contraddistinguono, ma per il momento mi accontento e con una seppur minima serenità in più, mi ricordo di avvertire Federico e lo chiamo rassicurandolo sul mio rientro e sul buon andamento del viaggio.
Dopo aver appena assaggiato qualcosa di rimediato ed improvvisato, in un pasto decisamente frugale ma più che sufficiente per tutte e due, vista la mancanza di appetito, ci dirigiamo nella mia stanza, mettendoci comodamente in pigiama e continuando a parlare di tutto e di niente al contempo, ma senza che nessuna delle due accenni seppur minimamente al reale motivo per cui Elissa è qui. Da parte mia ho tutta l'intenzione di rispettare il suo silenzio e di darle tutto il tempo di cui necessita per trovare la voglia di spiegarmi, mentre per quel che riguarda lei credo che non sia ancora pronta a razionalizzare abbastanza gli eventi in modo da disporli in un discorso coerente e comprensibile, anche se io capirei persino una massa di pensieri sconclusionata e nata di getto.
Ci addormentiamo sul far del giorno e ci svegliamo tardi, uscendo, unicamente e piuttosto svogliatamente, per fare la spesa e per riprendere Neve, che quando mi vede mi sommerge di feste e dolci leccate sulle mani. Dal pranzo agli attimi che seguono iniziamo una serie di piccoli gesti e semplici quotidianità che con il passare dei giorni diventano abitudinari e divertenti. Nonostante sia capitato moltissime volte di trascorrere dei periodi di coabitazione, se così può essere chiamata, in quest'occasione mi appare tutto diverso, come attraverso sfumature di colore che si solidificano prendendo consistenza e trasformandosi in colori definiti e brillanti. E' un insieme di sensazioni e nuove scoperte che mi rendono al pari di una bambina davanti a dei regali inattesi. L'unica nube oscura che ogni tanto vela il sereno che si è formato sopra il tetto del mio appartamentino, è il ricordo del dolore che sono certa l'attanagli, e che ancora non riesce a riversare esternamente; il solo pensiero mi tormenta e mi toglie ogni gioia provocata da un suo sorriso. Riuscirò a vederle tornare nuovamente l'allegria ed il sano ottimismo che la pervadevano e che la rendono così speciale agli occhi di chiunque? Me lo auguro perché senza questi suoi lati una parte di me perderebbe la gioia che solo loro le donano.
Dopo più di una settimana in cui le ore si sono avvicendate piacevoli e tutte uguali, caratterizzate dalla nostra complicità e dal nostro affiatamento, rimasti come sempre immutati, una telefonata scuote la consuetudine pomeridiana che prevede la visione di due cartoni animati alla tv, in virtù del fatto che il nostro animo da bambine è sempre vivo fortunatamente, la passeggiatina nel quartiere con Neve e l'acquisto della cena, consumata rigorosamente davanti al nostro telefilm preferito.
"Felicia, buon pomeriggio, sono Federico, ti disturbo?"
"Federico! Salve! Che piacere inaspettato!"
E davvero è una sorpresa inattesa e positiva sentirlo così presto. Mi avverte di essere in città insieme a Mattia per visitare un fornitore dell'azienda e mi chiede di andare da qualche parte per un caffé se non ho altri programmi. Ovviamente accetto immediatamente, dopo aver consultato un istante Elissa ed aver messo al corrente Federico della partecipazione di una mia amica, ma li invito qui da me.
Nel giro di quindici minuti io ed Elissa ci trasformiamo in due velociste degne di una gara nazionale, per tentare di donare, nuovamente, un'apparenza di ordine e compostezza sia all'appartamento che a noi stesse e nemmeno una mezz'ora dopo suona il campanello. Un sorriso spontaneo nasce in me nel rivederli così dopo poco tempo, eppure mi sembra contemporaneamente che sia passato quasi un anno, visti i sottili cambiamenti che la convivenza con la persona che amo ha prodotto in me. Non credo che esternamente ciò sia visibile ma lo sento radicato in me. E' come se avessi ritrovato una pace interiore persa da molto, sebbene non possa dire di essere completamente serena e soddisfatta a causa del continuo mutismo di Elissa sulla situazione attuale.
L'abbraccio forte di Mattia mi distoglie dalle mie meditazioni e, come sempre, mi sorprendo di quanto sia affettuosamente espansivo il nipote di Federico con coloro che prende in simpatia, al contrario dello zio, che è sempre molto composto e contenuto anche nelle manifestazioni dei sentimenti che prova.
Dopo averli fatti accomodare nel salottino-soggiorno li presento vicendevolmente con Elissa che noto essere insolitamente ritrosa. Generalmente, all'opposto di me, è sempre solare, aperta ed estroversa con tutti quanti, persino con chi non conosce, ma poi ripenso alla sofferenza che sicuramente la sta invadendo. Forse un qualche gesto di uno di loro gli ha riportato alla mente qualcosa di Arianna e spero che ciò non abbia compromesso troppo l'equilibrio che penso stia cercando di riottenere faticosamente.
Trascorriamo un pomeriggio molto interessante e decisamente rilassante per tutti, ad eccezione della mia Eli che, più procedono le ore, più sembra diventare taciturna ed evasiva. Cerco di non badarci troppo, o la mia preoccupazione non mi farebbe più colloquiare con Federico e Mattia, e mi riprometto di interrogarla una volta per tutte appena si saranno accomiati. Quando questo avviene, vengo nuovamente sbalordita da una frase pronunciata con un tono molto paterno e gentile da Federico, che, prima di asserirla, fissa alternativamente me e Mattia per un istante.
"Sono contento per entrambi, avete trovato rispettivamente la persona giusta per voi stessi e... Felicia...? Hai il medesimo sguardo di Eve quando mi guardava... sono molto felice di averlo potuto riavere per qualche istante, anche se non destinato a me..."
Con queste parole sibilline e decisamente inattese, mi saluta con un lieve bacio sulla mano e si dirige all'esterno, accompagnato dallo sguardo interrogativo di Mattia che, posatomi un bacio sulla guancia con la promessa di chiamarmi quando arrivano, lo raggiunge. Appena l'uscio alle loro spalle si chiude sul mio sconcerto di aver ricevuto la piena comprensione ed accettazione di una persona che mi sta diventando sempre più cara, noto di sfuggita gli occhi di Elissa pieni di risentimento ed ira essere incollati al mio viso.
"Ritengo che sia proprio giunto il momento di parlare..."
Quest'affermazione decisa contribuisce ad aumentare la mia già ampia perplessità. Per oltre una settimana ha voluto evitare in tutti i modi il discorso ed ora è lei ad iniziarlo? Che qualche particolare di questo incontro abbia fatto svanire le sue ultime remore? Annuisco e mi dirigo ancora leggermente scioccata al divano, dove mi siedo in attesa che Elissa prenda posto di fronte a me. I suoi occhi tormentati mi riconducono bruscamente al presente e, forte, si fa ancora largo in me la morsa di preoccupazione che non mi ha mai abbandonata in questo periodo.
"Ti interessa Mattia?"
Cado letteralmente dalle nuvole e lo farei anche dalla mia posizione se non fossi totalmente e stabilmente accomodata.
"Che cosa?"
La mia voce è talmente ricolma di incredulità che non lascia adito a dubbi sulla negatività della questione, quindi la vedo distendere lievemente la sua postura, prima che decida di continuare e riprenda a parlare.
"Arianna mi ha messo davanti ad una scelta: la tua amicizia od un rapporto con lei... per questo non ti ho cercata più. Quando l'ultima volta mi sono fermata da te... quella notte... beh lei se l'è presa più di quanto pensassi. Già da tempo si era convinta che tu provassi qualcosa che andava al di là della semplice amicizia per me e voleva che smettessimo di frequentarci, ma quell'occasione ha fatto scattare in lei qualcosa ed è diventata irragionevolmente irremovibile."
Le mie guance, da pallide che erano diventate, si sono nuovamente colorate e più intensamente di quanto lo fossero originariamente, ma Elissa sembra non rendersene conto, presa com'è dalla sua narrazione tutta d'un fiato, eseguita, per altro, in modo monocorde.
"Non sapevo più come comportarmi, davvero... semplicemente ero... sottosopra. Il nostro rapporto era da tanto che non andava nel giusto modo e sebbene io abbia tirato avanti per tanto perché l'ho amata davvero con tutta me stessa... non ero più certa che fosse la strada per me. O meglio... magari il cammino era anche quello corretto... forse era solo la persona che mi stava a fianco ad essere sbagliata, o per lo meno lo era diventata. Era sempre più... opprimente... mi sentivo in gabbia, dico davvero Feli... so che tu mille volte mi hai consigliato di valutare bene le cose, ma... probabilmente non ne avevo la forza... o forse, più vigliaccamente, avevo paura di restare sola. Ma sola non lo sono mai stata davvero... perché c'eri tu... questo l'ho realizzato quando siamo state senza sentirci per causa mia... e del suo egoismo. Ma sai? Forse non era solamente egoismo il suo... era piena coscienza di quanto mi stessi allontanando io da lei... ed avvicinando sempre di più a te Felicia..."
Prosegue con gli occhi persi in chissà quali immagini, ed io non sono pienamente cosciente della parte razionale di me stessa. Avrei voglia di andare da lei ed abbracciarla intensamente, confessandole che Arianna aveva ragione e che sono stata meschina ad averglielo taciuto fino ad ora, ponendola in condizione di soffrire così tanto anche per colpa mia, ma improvvisamente ricomincia, puntando le sue meravigliose profondità castane dritte nelle mie e bloccando questo mio impulso.
"Non so esattamente cosa provo Feli... Sono giorni interi che tento di capirlo. Sono consapevole di essere attratta fisicamente da te... che ti trovi bella d'altronde non è un mistero, per quanto tu ti sia sempre rifiutato di crederlo... ma a parte questo... sono attirata da te, da come sei e... non è unicamente amicizia... seppur grande come quella che c'è sempre stata tra te e me... ma non so ancora dargli un nome. L'unica cosa di cui sono certa è che quando ho pensato che tu e Mattia poteste avere una relazione, che andava al di là di semplice conoscenza superficiale... sono stata assalita dalla gelosia. Del tutto immotivata... lo ammetto, visto che so benissimo che non è il tuo tipo e che se ci fosse stato qualcosa me lo avresti detto... però... è stato così. Avevo voglia di sbatterlo fuori di qui e... quando ti ha abbracciato inizialmente... non so come ho fatto a non urlargli che non ne aveva nessun diritto... Capisci quanto sia totalmente confusa? Non so... non so davvero come fare per capire meglio... o forse ho solo paura di farlo davvero..."
L'ultima parte della frase l'ha letteralmente bisbigliata ed io sono riuscita a resistere alla tentazione sempre più impellente di interromperla per chiederle maggiori dettagli su una qualsiasi delle parole pronunciate, ma non sono sicura di saper bene come ho fatto. Il cuore mi batte forte e mi sembra di non aver ispirato aria sufficiente perché è come se annaspassi, e senza neanche che lo voglia realmente, o forse no, sento la mia voce parlare autonomamente, del tutto scollegata dalla mente e forse in diretto contatto con la mia parte irrazionale, in cui sono custoditi i miei sentimenti da troppo celati, non ne ho idea e forse nemmeno mi interessa davvero.
"Aveva ragione Arianna, Eli... Mi piaci, ma è riduttivo questo... perché ormai ti amo da talmente tanto che non sono certa neanche io quando sia realmente iniziato..."
Mi interrompo per poter meglio osservare la sua reazione alla mia maldestra dichiarazione, e la vedo allargare gli occhi dallo stupore e socchiudere le labbra in un ansito di sorpresa, che le sfugge e risuona come il miagolio di un gattino. E' così tenera ed appare così indifesa ed invitante che automaticamente il mio corpo si avvicina al suo, in cerca di un contatto. Sono calamitata dal suo calore, dalla sua bellezza interiore ed esteriore, talmente presa da lei e da ciò che provo che non mi trattengo ulteriormente.
La bacio.
Impulsivamente ho poggiato le mie labbra sulle sue, avvertendo con un semplice tocco tutta la loro morbidezza e la loro setosità.
I miei sensi sono in subbuglio, il profumo leggero di violetta di Elissa mi avvolge, il sapore del suo burro-cacao alla menta si unisce alla sensazione di saggiare la compattezza del velluto più fine, le mie orecchie sono attente a percepire l'unione dei respiri, del mio cuore che batte frenetico e della voce della mia mente che impreca malamente e violentemente, come mai prima d'ora, contro la mia condotta avventata e la mia mancanza di freni. Il mio comportamento non è giustificabile, non ho scusanti, nemmeno se le sue parole hanno spalancato quella porta di cui avevo gettato la chiave tanto tempo fa. Quella della speranza di poter instaurare con lei un rapporto più intenso e profondo della nostra stupenda amicizia, che mi permettesse di essere completa e, finalmente, totalmente me stessa con la persona che amo.
Sto per tirarmi indietro, del tutto atterrita dal mio gesto sconsiderato, quando avverto i dolci petali che formano il disegno perfettamente armonico e seducente delle sue labbra, schiudersi maggiormente, come un tenero bucaneve sotto le coltri del gelo alla ricerca di un tiepido raggio di un freddo sole. Ed è... semplicemente magico, una fusione non solo delle nostre labbra e delle nostre lingue che si toccano, fuggono e si rifanno avanti, timorose eppure calamitate dalla presenza dell'altra, ma di un qualcosa di inesprimibile. Assomiglia quasi ad una nenia suonata con le note di un delicato flauto che si spande nell'aria per formare una melodia antica e che scalda l'anima. E' sentimento, che ti cattura con fili argentati intessuti di emozione e calore. E del medesimo splendore, quasi accecante, di questo metallo è pieno il nostro sguardo quando si unisce, terminato il nostro primo bacio. Se le nostre guance arrossiscono di imbarazzo e stupore, i nostri cuori sembrano uniformarsi ed intraprendere un viaggio che li porterà a compiere una comune scelta.
Ciò che lentamente segue sono unicamente... fragili silenzi spezzati solamente da tremuli respiri appena accennati.
Battiti del cuore veloci ed irregolari che aumentano inesorabilmente, quieta musica compagna della trepidazione che piano piano sale.
Occhi incerti ed insicuri che si incontrano specchiandosi e perdendosi gli uni negli altri.
Braccia timorose che salgono adagio, cercando un contatto lieve e dolce.
Parole brevi, spiegazioni a metà, sussurrate nella semi oscurità.
Labbra che si piegano leggermente a formare deboli ma radiosi sorrisi, simboli della gioia che lentamente dilaga nell'animo, riscaldandolo e riportandolo alla vita.
E poi... la fusione di due cuori gemelli depositari di sentimenti portati finalmente alla luce.
Paure acquietate, felicità acquisita... amore trovato...
Un raggio di sole mi sveglia, entrando dalle imposte non perfettamente serrate, ed il mio sguardo, ancora sonnolento, si volge sulla figuretta stretta a me ed ancora immersa nel sonno. Un sorriso nasce spontaneamente sulle mie labbra e richiudo gli occhi, perdendomi nel calore che l'abbraccio di Elissa mi comunica. Sto così bene ora che il mio pensiero si dirige a mia nonna, quasi per trasmetterle tutta la felicità e la gioia provata ora.
Il mio raggio di sole personale. Nonna io l'ho trovato. Forse non è esatto, non è un raggio di sole; assomiglia piuttosto ad un debole e delicato raggio lunare. In futuro magari avrà, come me, delle nubi attorno a se che lo offuscheranno e tenteranno di oscurarlo del tutto, ma io so che non ci riusciranno, non completamente e che questo piccolo, battagliero, orgoglioso raggio, brillerà in tutta la sua luce, solo per me. Perché mi è bastato rispecchiarmi per un attimo nel suo riflesso per capirlo.
Per tornare alla vita, per tornare al vero.
Ora è nuovamente colore, sono di nuovo pronta a lottare e lo farò al suo fianco, vegliandolo costantemente. Perché non si deve spegnere e non devono nasconderlo.
Ce la farò nonna, sarò felice accanto a lei finché mi sarà concesso, assaporando al pieno ogni attimo, vivendo intensamente con il sorriso sulle labbra. Un sorriso nato dall'amore che provo e che mi manda avanti. Lo farò anche per te. Guardami da lassù, so che presto anche tu avrai il mio medesimo sorriso quando Federico ti raggiungerà. E poi... fra alcuni anni saremo di nuovo insieme e tutti e quattro avremo lo stesso sorriso nel cuore, nel volto e negli occhi.
Il sorriso dell'amore.
FINE