- prologo -

DISCLAIMERS: I personaggi sono tratti dalla mitologia greca, io li utilizzo a mio piacimento solamente per diletto, creando storie decisamente fuori dal mito ^_-
DEDICA: Al di là del significato religioso, che ci può o meno appartenere a seconda del nostro credo personale, e del valore consumistico che lo sta rendendo sempre di più un evento unicamente commerciale e modaiolo, io considero il Natale una festa d'amore, inteso in tutte le sue molteplici sfumature, perciò vorrei rivolgere un pensiero a tutte le persone a cui tengo, augurando loro di trascorrere questo giorno nella più totale armonia e serenità (e non solo questo ovvio ^_-). Un abbraccio particolare a Lavinia, Carlo e Lorenzo.
DEDICA SPECIALE: Alla persona che mi riempie di questo magico sentimento, suscitandomelo e donandomelo in continuazione. Alla mia metà, nella speranza che questo sia uno degli ultimi Natali che trascorriamo divise. Buon Natale Sunshine.

Sonno e Morte














Narrar potrei di dolori e pianti o sorrisi e canti,
ma muta sorte ti aspetta, se guardiana sei perfetta,
strana fonte la mia, che tutto lava via,
conduce l'anima all'alternanza, della vita porta la dimenticanza,
Léte il nome mio, conosciuto come Oblio.
Eppur quest'oggi muterà, ed una storia racconterà
perchè di commozione ha tremato il mio cuore, nell'osservare così tanto amore.

Un’aggraziata e minuta figura femminile sostava silente e quieta al margine di una fonte d’acqua cristallina con una veste di impalpabile seta che le accarezzava morbidamente le forme armoniose.
La carnagione diafana riluceva quasi perlacea sotto il riverbero dei raggi solari che, timorosi, si poggiavano su di lei inondandola di luce per evidenziarne la delicata bellezza.
Lo sguardo triste dell’immota fanciulla si riempì improvvisamente di una malinconia ancor più struggente, tale da recare un brivido di immediato e sibilante freddo al debole vento sopraggiunto ad omaggiarla.
Le grandi ali della splendida creatura, rese iridescenti dal dorato astro che a lei si prostrava servizievole, fremettero un istante nell’aria ed una piccola mano nivea si sollevò lievemente e dolcemente, frantumando la calma placida della chiara acqua che, ad un semplice ed appena accennato tocco di quelle candide dita sottili, prese a formare cerchi concentrici sempre più grandi.
Le spirali piano piano si conciliarono, unendosi in sfumature di colore che lentamente si condensarono vivamente, mutando nelle immagini e nelle forme di un passato che avrebbe rivissuto tramite memorie lì depositate e per sempre taciute, secondo l’ordine naturale che governava quella magica, ed a volte crudele, fonte. (1)

Un giovane dall’aspetto imponente, accentuato dall’arroganza della postura e dallo sguardo torvo che riservava a chiunque fosse solito avvicinarlo, camminava avanti ed indietro con fare alterato.
I folti capelli scuri che gli carezzavano il collo si muovevano leggermente nell’aria che spirava nervosa, risentendo dell’umore instabile dell’entità preposta a dimora e regno dei defunti.
La corta tunica bianca che lo avvolgeva, esaltandone la tonalità bronzea del fisico muscoloso e ben proporzionato, seguiva diligente tutti le mosse rapide e scattanti di quel corpo forte e saldo, che ad un ulteriore allegro cinguettio di uno spavaldo usignolo, si bloccò vibrante di collera a stento trattenuta.
L’uccellino con uno stridio si alzò dal ramo su cui si era fermato a lodare la Natura, sua madre, e si allontanò rapidamente, consapevole di aver scelto il momento sbagliato per esibirsi nel suo soave canto.
Il silenzio, riconosciuto sovrano di quell’attimo, calò repentino, accompagnando con la sua comparsa l’agitazione che turbava il duro e quasi impenetrabile cuore di Erebo.
Ogni elemento si prostrò a loro, accettando la loro volontà superiore che dominava quella giornata lugubre, rischiarata solo per sporadici secondi, da fugaci apparizioni del dorato astro diurno.
Una muta bambina di pochi anni, dopo aver osservato incuriosita la scena con un sorriso sul piccolo volto pallido, si avvicinò con andatura indolente e quasi dondolante a colui che l’aveva creata con la sua consorte. (2)
L’uomo poggiò per un istante i glaciali occhi neri su quell’esserino alato dai capelli anguiformi trattenuti a stento da fasce insanguinate, ma non un moto di tenerezza né di affetto brillò nel freddo animo paterno, l’unico sentimento che scuoteva e risiedeva in lui era totalmente volto alla sua adorata sorella e compagna Notte.
Questo gli avevano concesso Tenebre e Caos quando lo avevano messo al mondo, di provare amore verso una sola persona, e la sua scelta, inevitabile o guidata dal fato che fosse stata, visto che non ne era ancora a conoscenza e poco gli importava, aveva riguardato colei che ora si trovava insieme alla loro genitrice, impegnata nel dare alla luce un’altra testimonianza visibile del loro rapporto appassionato.
“Padre, presto riavrete accanto a voi, la Signora Madre, vedrete.”
Un lampo di fierezza confinante nell’ira prese possesso delle nere iridi tempestose di Erebo, che si erse in tutta la sua statura, tentando di prevaricare l’insolente ed irrispettosa figlia.
Lo scontro imminente di volontà fu tuttavia arrestato dall’arrivo di una voce condotta da un musicale e festoso vento, che annunciava la nascita di due gemelli maschi.
Un accenno di sorriso prese forma sul viso austero del Dio, che si diresse impaziente verso il luogo del parto, seguito dallo sguardo risentito di Eris, come al solito abbandonata a se stessa.
Una volta giunto, scansata Tenebre che terminava di aiutare Notte a riprendersi e ad abbigliarsi, come di consueto, con la lunga veste nera cosparsa di stelle che lasciava però libere le ali, Erebo prese tra le braccia sua moglie, baciandola possessivamente, quasi a voler cancellare quegli attimi che li avevano visti divisi.
Nessuno dei due rivolse un cenno d’attenzione ai due esseri che vagivano inquieti, non una parola od un gesto di considerazione nei loro confronti venne effettuato, se non una rapida occhiata di controllo da parte di Tenebre, che con una meschina risata di soddisfazione, vaticinò il loro destino.
Hypnos e Thanatos erano finalmente nati.
Due creature che avrebbero assunto fondamentale importanza per tutti gli uomini e che tutti avrebbero amato, nel caso di Sonno, ed odiato, in quello di Morte.
Gemelli opposti, eppure uguali, dai poteri sconfinati, che avrebbero sfiorato con le dita le sorti dei mortali, lasciandole scorrere e ponendovi fine.


Fine prologo


Note:


(1) – Avendo trovato pochissimi dettagli riguardante l’aspetto di Lète, di cui si afferma solamente che fosse sovente rappresentata alata, l’ho completamente prefigurato secondo la mia fantasia, e questo vale anche per gli altri personaggi che seguiranno.

(2) - Secondo la trasposizione della ‘Teogonia’ di Esiodo dall’unione incestuosa della dea primigènia Notte e di suo fratello Èrebo (generati dall’unione di Tenebre e Caos) nacquero i gemelli Hypnos e Thanatos, Èris e molte altre personificazioni allegoriche. Mentre da Aria e Madre Terra sarebbe venuta alla luce Oblio. In altre leggende, come sempre accade nella mitologia greca svariate e controverse sono le versioni riguardanti le genealogie divine, si ritiene Lète figlia di Èris, al pari di molte astrazioni simboleggianti paure (Fame, Stenti, Dolore e così via…). Ammetto di aver unito entrambe per l’andamento della mia storia, con la naturale aggiunta di tutte le vicende narrate, inventate completamente da me.
Qui risulta quindi che Èrebo e Notte sono i genitori dei gemelli Hypnos e Thanatos e di Èris, che a sua volta è la madre di Lète.