
Disclaimer: L'io narrante è inventato da me, Ganimede appartiene alla mitologia classica
Può una risata piegare le ginocchia di un uomo e asservire la sua mente?
So per certo che è così, perché le Moire vollero questo, quando ti posarono dinnanzi al mio sguardo.
Fu come penetrare d'improvviso nel regno di Ipno sopra un carro in corsa, guidato da cavalli senza forma; ero trascinato e in balia di volontà non mie che mi toglievano il respiro, lasciandomi inerte e privo di forze. Eppure eri soltanto un mortale, allora: un giovane dalle membra sottili e lisce, bianche quanto il piumaggio di una colomba. Un fanciullo, non ancora uomo, che atteggiava le labbra morbide in curvature giocose, deliziando e irretendo gli stolti, miei pari. Un bambino che si approssimava all'ombra della virilità, osservandosi intorno con occhi grandi e curiosi, come quelli di un puledro appena nato. Un imberbe leggiadro che occultava la grazia degli uccelli in volo, soltanto flettendo le dita o inclinando appena la testa.
Perché quel giorno nefasto...
meraviglioso ... ci incontrammo?
Ridesti, forse per un capriccio, e fui tuo. Senza che tu lo sapessi, senza che tu lo volessi.
Diventai il passo che seguiva i tuoi, fui la mano che afferrava i desideri da te concepiti, la bocca che celebrava silente la tua soavità, sebbene non osassi rivelarmi.
Straziato presi a cantare a me stesso, al pari di un aedo morente, che non eri fatto per appartenere a luride dita che coltivavano la terra e indovinai.
Zeus stesso ti prese per sé, amabile Ganimede, bello tra i belli.
Volasti via sul dorso di un'aquila, preda compiacente di Coloro che ti trasformarono in un immortale coppiere, e io rimasi qui a guardarti scomparire, solo e sconosciuto.
Mai mi vedesti, mai mi cercasti, perché la mia esistenza non ti era stata neanche mostrata.
Se avessi detto qualcosa, se ti avessi rivelato ciò che dovevo, se l'ardimento mi fosse stato compagno, saresti stato mio?
È preferibile l'illusione di un qualcosa mai avvenuto e di cui non otterrò risposta o la certezza di un rifiuto portomi dalle tue labbra? Chi può risolvere questo mio dilemma, chi? Sarebbe stato più tollerabile non averti, se, per la durata d'un battito d'ali, le tue iridi lucenti si fossero aggrappate alle mie, per considerarmi? Chi mai potrà liberarmi da questi dubbi che mi inchiodano a terra? Non le crudeli Moire, non l'occupato Zeus, non la distratta Afrodite, ma chi?
Forse solo tu, Ganimede.
Non bramo più di poter baciare l'orlo della tua tunica o di sfiorare i tuoi ricci soffici. Non mi struggo più per un tuo sorriso o per perdermi in una tua espressione dedicata soltanto a me, ma, se dall'Olimpo ancora volgi i tuoi occhi su coloro che ti furono compagni per stirpe, ridi ancora, ridi spesso... e saprò di non aver taciuto invano.
FINE
