
- capitolo unico -
DISCLAIMERS: I personaggi mi appartengono e le situazioni descritte sono frutto della mia fantasia.
DEDICA: Al mio sole, perché mi regala sempre giornate prive di nubi.
La giusta via
Ogni volta che qualcuno parla della guerra mi viene istintivo fermarmi ad ascoltare, io ho ricordi troppo vaghi in merito.
Avevo cinque anni all'epoca del suo termine e le uniche cose che mi sono rimaste impresse sono lo stridio del suono della sirena, che ci portava a fare quel divertente gioco di nascondersi nel buio di un rifugio in cui permeava uno strano odore, che solamente ora so riconoscere come un misto indefinibile di terrore e sofferenza, e la vista degli aerei che attraversavano il cielo grigio, associato dalla mia mente di bambina ad una punizione di cui mia madre aveva paura, visto il tremore e le lacrime che la scuotevano quando ne appariva uno.
Eppure se la guerra ha inizialmente sfiorato superficialmente la mia fanciullezza, ha contaminato tutta la mia vita.
Noi figli di quegli anni neri da dimenticare, ci trovammo a crescere nel clima, a parole festante, della liberazione, ed a fatti terrificante per la cruda fame che ci aveva lasciato.
Non era semplice tirare avanti e potersi sfamare decentemente, ricordo ancora il pianto irrefrenabile di mia madre di fronte ai due aborti spontanei che il suo corpo denutrito aveva compiuto per auto preservarsi, e non credo potrò mai dimenticare le sue dita piene di minuscole punture d'ago, che tentavano di terminare nell'oscurità gli sporadici lavori di cucito che riusciva a racimolare per arrotondare il misero stipendio che portava a casa mio padre, e che non bastava neanche alle esigenze primarie della fanciulletta qual ero.
Sono innumerevoli le immagini che mi sfilano davanti al rallentatore, quasi al pari di una moviola di uno di quei film in bianco e nero, che solo da adulta sono riuscita a godermi all'interno di un cinema; ma oltre ai ricordi visivi mi sembra di riuscire ancora ad avvertire il calore salato della pelle di mia madre che, padrona unicamente di quell'orgoglio che non l'ha mai abbandonata, in pieno maggio mi accompagnava a scuola bardata con il cappotto per non mostrare quanto liso fosse il suo unico vestito più leggero, e sono certa di avere ancora nelle orecchie il suo duro silenzio, quando mi strattonò via dai miei capricci, nati davanti ad una mia coetanea che fieramente mi mostrava una bambola di porcellana, ben diversa dalla mia formata da vecchie pezze male assortite. Come potevo capire, bimba di sei anni, il lacerante senso di colpa e di rabbia che si celava nel suo sguardo, rivolto ostinatamente davanti, mentre le chiedevo perché tanti miei amichetti sapevano cosa fosse il gelato ed io no?
Mi rendo conto solamente ora che eravamo davvero fortunati. La malattia non ci ha mai toccato e le privazioni non hanno intaccato il nostro corpo che, al contrario, sembra aver sviluppato una resistenza alle avversità, che non ho riscontrato in coloro che si sono arricchiti durante quel periodo nefasto.
Mi appare strano voltare unicamente ora lo sguardo a quegli anni trascorsi, ma a quel tempo i miei unici pensieri riguardavano il mio presente, e lo prendevano in considerazione solo nei termini del "perché io non posso...? perché non ho...?".
Non so neanche io quando tutto questo iniziò, lentamente, a mutare, ma certamente l'impatto più notevole fu costituito dal rientro in patria di mia zia, nell'estate dei miei sedici anni.
Ero una giovane irrequieta, del tutto disinteressata ai ragazzi che mi facevano la corte e catturata unicamente dall'aspettativa di costruirmi un futuro differente dalla vita che mi si prospettava davanti. I miei genitori ritenevano che quel cambiamento si sarebbe apportato mediante il ricco matrimonio che speravano di combinarmi, ma io la pensavo diversamente, respirando, con qualche anno di anticipo, quel vento di indipendenza femminile che sarebbe soffiato poco dopo. La mia fortuna più grande fu rappresentata dalle alte mire che mia madre nutriva per me a causa del mio aspetto avvenente e che si racchiudeva in una massa ribelle di capelli neri ed occhi altrettanto scuri, in netto contrasto alla mia carnagione chiara ed alle mie labbra tiepidamente rosate, o più probabilmente coincise con le inaspettate notizie che l'arrivo di zia Viola portò.
Mio padre, prima ancora della mia nascita, aveva aiutato a scappare in America suo fratello Giovanni e sua moglie Viola, insieme alla sorella di quest'ultima, a causa del credo professato dalla famiglia di mia zia. Era stata un'avventura ai limiti dell'incredibile quella che gli aveva concesso la salvezza, ma ancor oggi, ad anni di distanza sono certa che i miei genitori serrerebbero le labbra, ingiungendomi di non parlarne. Hanno sempre avuto una strana reticenza nel ricordare di essere andati contro le leggi, rischiando loro stessi una persecuzione, pur di onorare i vincoli familiari, sebbene io trovi del tutto immotivate le loro rimostranze, ma forse io non posso realmente capire, avendolo vissuto solo di riflesso.
Zio Giovanni in America aveva fatto fortuna, diventando proprietario di una piccola impresa che gli aveva regalato un discreto agio e un sostanziale benessere economico, ma era stato stroncato prematuramente da una polmonite non curata, lasciando vedova la moglie ed orfana la figlia che aveva adottato, e che altro non era se non la nipote della moglie, essendo il frutto tra il legame di sua sorella Antonietta e di George Mcgrey, un americano morto in un incidente in compagnia della moglie.
Il suo testamento, scritto più per scommessa che per reale convincimento di una rapida dipartita, aveva decretato un cambiamento radicale per diverse persone, in primis per me: lo zio mi aveva donato un lascito generoso, in virtù del fatto di essere la sua unica nipote, sebbene conosciuta unicamente tramite rare lettere, ed in memoria del gesto coraggioso compiuto dai miei genitori nell'agevolargli la fuga, ed aveva reso erede sua figlia Giada dell'azienda che aveva messo in piedi.
Essendo Giada troppo piccola per decidere alcunché, avendo un paio d'anni meno di me, zia Viola si era assunta l'onere in prima persona, optando per una vendita totale ed un ritorno nella terra d'origine, invece dell'affidamento in gestione a terzi, che avrebbe potuto portarle al fallimento, visto che non sarebbe stata una novità per nessuno se qualche uomo dotato di pochi scrupoli si fosse profittato di una vedova di mezza età e di una fanciulla che aveva da poco varcato le soglie dell'adolescenza.
Così, insieme alla sostanziosa somma che avevano accumulato, ed al cospicuo gruzzolo rivolto a me, zia Viola e Giada si erano trasferite da noi, portando un nuovo raggio di sole nelle nostre esistenze. I miei genitori, di comune accordo, avevano sottratto quel che necessitava loro per risollevarsi dalla piccola fortuna che mi spettava, ed avevano oculatamente messo da parte il rimanente, in modo da concedermi una ricca dote in grado di attrarre un ottimo partito.
Era così iniziato per tutti noi un periodo più sereno, che apparentemente andava di pari passo con il boom economico che stava diffondendosi e che stava rapidamente trasformando la nostra terra da paese prettamente agricolo ad industrializzato.
Io, del tutto incurante a simili faccende che avvertivo come echi distanti e poco interessanti, mi ero attaccata in modo quasi esasperante a mia zia ed a Giada, che vedevo circondate da un'aura di fascino indicibile, derivato, senza dubbio, dagli anni che avevano trascorso in America e che me le faceva guardare con un'ottica di rispetto ed ammirazione, che, con mio sommo rammarico, mi rendo conto di non aver mai tributato a mia madre, che l'avrebbe indubbiamente meritato per tutti i sacrifici che ha fatto anche per me.
Giada era una creatura timida e riservata che muoveva stentatamente i passi su un suolo per lei sconosciuto, prendendo contatto con una lingua, che, pur nota, le risultava ugualmente ostica, e tentando di adattarsi ad un ambiente del tutto opposto a quello in cui era nata. Io le ero accanto il più possibile, gioendo segretamente di tutti gli episodi ed i momenti che la facevano avvicinare a me; se in principio tutto quello che mi aveva portato ad un contatto con lei erano state la curiosità, la novità ed il gusto della diversità, indotte dal suo passato e dalla sua religione, piano piano mi resi conto che c'era un suono discordante. Era un campanello stordente ed ammaliante che trillava veloce ed argentino quando osservavo le sue gote tingersi di un rossore imbarazzato o vedevo le sue labbra piene schiudersi in un timido sorriso e che, al contrario, componeva una melodia lenta e violentemente cupa quando le sue lunghe ciglia adombravano i suoi immensi occhi grigioverdi, celando e contenendo un'espressione triste od angosciata.
Trascorsero, mi sembra, tre, forse quattro anni, prima che prendessi realmente coscienza di cosa il mio cuore voleva comunicarmi con quelle armonie improvvise, anni in cui Giada era sbocciata come un'aggraziata magnolia dalle sfumature rosate, trasformandosi in un'autentica bellezza che tutti si voltavano a guardare nella piazza che la domenica attraversavamo per recarci alla messa, a cui aveva preso ad accompagnarmi. I suoi capelli che inizialmente, quando era arrivata, erano corti secondo un gusto tutto americano, le ricadevano ora in morbide onde castane sulle spalle, incorniciando alla perfezione il viso a forma di cuore dalla carnagione olivastra, in cui spiccavano le labbra sottili e ben delineate e gli occhi che cambiavano tonalità a seconda della luce e delle sue emozioni, ed il suo procedere lento, quasi timoroso, evidenziava la sua figuretta slanciata, nonostante la scarsa altezza, che ispirava un forte bisogno di protezione persino in me, poco più alta di lei.
Non mi rendevo realmente conto di quanto il mio gusto di spazzolarle la chioma poco prima di andare a dormire nella stessa stanza, fosse un modo per creare una maggiore intimità, e per sentirla ancor più vicina. Probabilmente le cause di tanta lentezza nell'accorgermi dei miei sentimenti travalicanti un puro e semplice affetto tra amiche o tra parenti, che per altro non avevano legami di sangue diretto, potrebbero riassumersi in una serie interminabile di fattori: il non aver raffronti, la paura inconscia di qualcosa che andava contro tutto quello che mi era sempre sempre insegnato, il timore di un rifiuto o di un disgusto da parte sua, il giudizio dei miei familiari, la diversità che si sarebbe palesata in me, ma di questo posso parlare solamente ora, ad anni di distanza e con un bagaglio di esperienza che mi segue e mi dà certezze.
In realtà ancora mi domando se senza quell'evento che mi permise di aprire gli occhi, avrei continuato ancora a lungo a trattenere le mie emozioni, oppure avrei trovato un'altra scintilla per far emergere il mio inconscio, ma ovviamente, supposizioni a parte, non mi è dato saperlo.
Ci svegliammo nel cuore della notte, con il rumore della spazzola che cadeva in terra ed i nostri letti che oscillavano leggermente, mentre le mura vibravano con un silenzioso fremito che, insieme al freddo intenso, ci fece scorrere un brivido lungo la pelle lasciata scoperta dalle camicie da notte e sotto i piedi nudi, posti a contatto con quel suolo che non smetteva ostinatamente di ballare. I nostri genitori vennero nella nostra stanza, rassicurandoci che si trattava solo di una scossa passeggera e che, non avendo nulla da temere, dovevamo rimetterci a dormire. Il pallore estremo di Giada mi convinse ad annuire ed a farli tornare tranquillamente nelle loro camere, mentre io, chiusa la porta alle loro spalle, mi infilai nel suo letto.
La sorpresa che trapelò nei suoi occhi, resi enormi dalla paura, mi privò di qualsiasi freno mi portò a far scorrere, di riflesso, le mie dita tra i suoi capelli, lisciando un boccolo sfuggito dalla treccia stretta in cui se li acconciava per riposare, mentre lei bisbigliava solamente "Sere... grazie."
Adoravo il modo in cui pronunciava il mio nome, soprattutto il suo sussurrare quel diminutivo con cui solo lei mi chiamava, aveva una voce così dolce che era impossibile non sorridere quando lo faceva. Il suo corpo tiepido e tremante, con quel vago sentore di latte che apparteneva solo a lei, catalizzò le mie mani, che incominciarono ad accarezzarla lievemente per farla calmare e tornare nei sogni, in modo da poterla ammirare come tante volte avevo fatto. Era di una bellazza incomparabile ed innocente quando i suoi occhi si chiudevano ed il suo respiro rallentava nel ritmo soave del sonno.
Ricordo, come se fosse ora, che l'alba mi sorprese a sfiorarla ancora, dopo una notte passata quasi totalmente desta per vegliare il suo riposo ed approfittare per toccarla delicatamente, vezzeggiandola e venerandola silenziosamente. Un'alba che si tinse della consapevolezza di quanto fuori dal comune fosse quello che si agitava dentro di me nei confronti di quella che avrei dovuto considerare solamente una sorella, e che si era insinuata in me più profondamente di qualunque illusione d'amore avessi precedentemente vagheggiato mentre leggevo qualche romanzo. Era un sentimento che non esplodeva in fuochi d'artificio brillanti, mutevoli e colorati, ma si accendeva di una luce calda e languida che mi invadeva completamente, portandomi un benessere ineguagliabile quando vedevo un suo sorriso nato unicamente per me, ascoltavo la sua voce tenue e tenera rivolta a me, od osservavo il suo viso illuminato dai raggi del sole. Ogni suo gesto, per quanto naturale od ingenuo fosse, mi catturava, emozionandomi più di un meraviglioso e variopinto tramonto, e la fragranza della sua pelle mi inebriava più dell'invitante profumo di una torta appena sfornata. I suoi occhi posati su un soggetto diverso dalla mia persona mi causavano un moto istintivo di disappunto e mi trovavo a cercare scuse che portassero la sua attenzione solo su di me; mi veniva persino istintivo offrirmi di aiutarla a fare il bucato, azione che mai avrei compiuto neanche sotto ingiunzione di mio padre prima del suo arrivo, solo per osservare il lievissimo fremito che le scorreva lungo le braccia quando veniva a contatto con l'acqua fredda e lo sguardo complice che mi rivolgeva perché la medisima cosa avveniva a me.
Stranamente non rimasi sconvolta né perplessa nell'accorgermi e prendere coscienza di amare Giada: era parte di me. Che importanza poteva avere se la gemma dell'affetto che nutrivo nei suoi confronti aveva sfaccettature più grandi e variegate di quelle di un semplice e tenero attaccamento? Voleva solo dire che brillava e valeva ancora di più.
Ovviamente le difficoltà, che il sentimento che tenevo racchiuso in me implicava, non erano scomparse al pari della notte spazzata via dall'astro diurno ma, anzi, divennero più dure da affrontare alla luce del giorno; tuttavia sembrò che la definitiva accettazione di quel che portavo dentro da tanto, mi permise di trovare una forza che custodivo segretamente e che mi condusse a vivere il tutto serenamente e prudentemente.
Da quel momento le mie mani non si staccarono più da Giada, trovando sempre una scusa ed una ragione per sfiorarla, per toccarla e farmi avvolgere dal suo odore, ed ogni notte, complice la paura che quel terremoto aveva istillato in lei, mi stendevo nel suo letto, circondandola con le mie braccia, in modo da farla premere contro di me e farla riposare, persino, con il viso sul mio seno. Le scariche elettriche che mi avvolgevano e si ripercuotevano lungo il mio corpo quando questo accadeva, non mi sorpresero più di tanto e comportarono unicamente il lento aumento di carezze che le rivolsi. Piano piano anche Giada iniziò a lasciarsi andare e prese a lambire la mia pelle con tocchi delicati come fiocchi di neve, ma infinitamente più inebrianti. Era un reciproco scambiarsi di tenerezze che fece crescere l'intimità presente tra noi e permise al pudore di spegnersi lentamente.
Tuttavia il giorno che vide il reale cambiamento del nostro rapporto e che decise, inconsapevolmente, del nostro futuro non fu un giorno qualsiasi, ma una data che è marchiata a fuoco in me: il 15 maggio del 1960. Il pomeriggio era stato occupato da una discussione piuttosto accesa tra me e mia madre, che mi rimproverava aspramente di non capire perché non acconsentivo al fidanzamento con un giovane ed aitante dottore benestante e di buona famiglia, Alberto Rosarmi, che mi corteggiava da tempo, e la cena era stata consumata nel più assoluto silenzio, volto ad assumere una connotazione accusatoria nei miei confronti. L'unico mio conforto erano le occhiate rassicuranti che di tanto in tanto Giada mi rivolgeva ed il pensiero che dopo poco sarei stata sola in camera con lei.
Quando ciò avvenne mi avvicinai abbracciandola stretta e posai la guancia sulla sua, prima di girare lentamente il volto, intrappolata dal frescore seducente della sua pelle liscia e dalla malia contenuta nei suoi occhi, e congiunsi le sue labbra calde alle mie, nel nostro primo, dolce, bacio.
A ripensarci ora mi rendo conto che fu impacciato, inesperto, e che non sapevamo nemmeno di possedere due lingue, ma fu perfetto ed indimenticabile proprio per questo. Un timido contatto pieno di sentimento, un attimo splendido ed unicamente nostro, che fu però spiato con orrore dai miei genitori, entrati per portarmi un biglietto che aveva da poco consegnato la nostra vicina di casa e che conteneva l'invito del "caro" Alberto per un appuntamento con tanto di opportuni chaperon.
Mio padre si avvicinò a me come una furia, afferrandomi per i capelli e colpendomi con violenza al viso, mentre chiamava a gran voce zia Viola per dirle di allontanare Giada.
Alla sua richiesta di spiegazioni per quella scena inaspettata e cruda che le si parò dinnanzi, mio padre ruggì che ero una svergognata che stava facendo cose indicibili e che l'indomani mi avrebbe fatta esorcizzare dal prete, perché, evidentemente, il maligno si era impossessato di me.
Non so quanto a lungo mi picchiò, ricordo solo la chiave nella toppa che si girava e la tensione che si rifrangeva contro i muri.
Rabbrividisco ancora al suono dei singhiozzi di mia madre e delle accuse insensate, intramezzate da suoni secchi che sapevo essere schiaffi, che mio padre le lanciava contro, come se l'intera "colpa" della vicenda potesse essere imputata a lei, lei che non aveva fatto nulla. Eppure persi la nozione del tempo che scorreva, rinchiusa a chiave nella mia stanza, dolorante per i colpi ricevuti da mio padre, e terrorizzata per quel che sarebbe avvenuto l'indomani. Non solo la vergogna sarebbe scesa sulla nostra casa, non solo avrei dovuto vedermela con quel sacerdote che mi aveva sempre inconsciamente intimorita con la sua aria solenne e distante e quegli occhi accusatori rivolti alla sua comunità di peccatori, ma sarei stata separata da Giada, forse per sempre. Credo di aver pianto silenziosamente dopo le prime grida e di essermi addormentata esausta perché il resto è vuoto ed angosciato buio, fino alla mano apposta davanti alle mie labbra ed alla leggera scossa di altre due mani, due mani che potrei riconoscere tra mille altre. Vidi Giada vestita con un abito dimesso e scuro e mia zia, mia zia che sembrava non riuscire a guardarmi negli occhi, e che mi tendeva qualcosa che riconobbi come un logoro portamonete.
Non capivo, ero stordita ed indolenzita ed avevo la sensazione di assistere ad un qualcosa che non poteva star accadendo realmente, ed oggi, se rivado indietro con la memoria, osservo tutto in una sorta di grigiore, sfumato pallidamente da altri colori.
Tutto si svolse troppo affrettatamente per essere stato immagazzinato appieno, le uniche cose che afferrai furono il fazzolettone ed il soprabito che mi venivano tesi, l'aiuto di Giada a vestirmi, l'abbraccio straziante tra mia zia e Giada e le sue parole che ci seguirono fin quando non voltammo l'angolo.
"Anche a me hanno condannato per qualcosa che alcuni non capivano, non voglio fare lo stesso con mia figlia... Non riesco a comprendere, forse nemmeno voglio provarci del tutto perché altrimenti penserei a quel che rinuncia, comportandosi così... ma mi ha detto che ti ama... non voglio ripetere lo stesso errore. Non voglio reprimere ciò che non capisco, non mi piace o non mi appartiene, quindi andate lontano figlie mie, prendete il primo treno per Milano e che Dio sia con voi. Se ci riuscite... scrivetemi bimbe mie... e che il Signore aiuti tutte noi e ci protegga sempre. Non permetterò ad un sacerdote di una fede non mia di farti qualcosa di strano, correte ora, avanti!"
Il respiro furioso che rimbombava nelle orecchie, il timore di essere riprese e separate, il foulard che copriva i miei lividi e che tentava di scivolare via insieme al vento che ci spingeva frenetiche verso la stazione, due borse pesanti, piene di speranza e delle prime cose raccattate dal cassettone che conteneva i nostri vestiti, ed i soldi che sentivo freddi contro il mio petto, dove li avevo nascosti in fretta: queste le cose che mi rimarranno sempre impresse dentro, queste e l'odore di chiuso e disperato che si respirava nel vagone di seconda classe che ci eravamo affrettate ad occupare, tentando di stare ben lontane dal finestrino. Non rammento altro, ed a pensarci è piuttosto strano visto che avrei dovuto assaporare ogni particolare, essendo il primo viaggio che compivo fuori dal mio paesino, ma l'unica cosa che mi importava realmente era la mano di Giada fredda e stretta contro la mia, le nostre dita intrecciate che tentavano di farsi coraggio a vicenda e di non farci pensare all'incertezza che si prospettava davanti a noi. Chissà se quelle emozioni che si agitavano dentro di noi erano state provate anche da zio Giovanni e zia Viola durante la lunga ed estenuante traversata dell'oceano che li avevano portati in America, forse tutti gli immigrati che avevano lasciato la propria casa per andare incontro ad un fato sconosciuto si erano sentiti così spersi e fiduciosi, sicuri di essere pronti a fare di tutto per assicurarsi con le unghie ed i denti il futuro che desideravano, gettandosi dietro per sempre il passato che gli era appartenuto fino a quel momento.
Arrivammo a Milano completamente esauste, ma lievemente tranquillizzate: inizialmente avevamo comprato un biglietto che ci portasse fino a Firenze, poi da lì, separatamente, avevamo acquistato quello che ci avrebbe condotte alla nostra meta originaria, in modo da essere meno rintracciabili se mio padre si fosse preso la briga di venirci a cercare. Era una sensazione esaltante avere in mano il proprio presente e poterne decidere il corso autonomamente, con la persona che era cara al nostro cuore.
Trovammo posto in una locanda pulita e poco costosa e, nonostante la notte ci vide sveglie e strette in un abbraccio colmo di dubbi in uno dei due lettini che avevamo richiesto, il giorno successivo scoprimmo in noi stesse una grinta che non avevamo mai supposto e ci demmo da fare. Nel giro di un mese trovammo una rispettabile sistemazione e due lavori ben remunerati che ci permettevano di vivere dignitosamente, togliendoci persino qualche capriccio, come quello del folto tappeto persiano bianco che sistemammo all'ingresso, per dare un tocco di classe alla nostra abitazione, o quello delle due lampade gemelle di importazione americana, di cui Giada si era istantaneamente innamorata, mantenendo pressoché intatto quel piccolo gruzzolo che ci aveva dato zia Viola e che avevamo deciso comunemente di mettere da parte per eventuali emergenze. Eravamo entrambe segretarie, benché Giada prendesse uno stipendio più alto del mio grazie alla sua perfetta conoscenza dell'inglese, ed agli occhi di tutti apparivamo come due gentili zitelle da compatire, perché pur belle, eravamo talmente superbe da rifiutare la corte di qualsiasi uomo.
Nessuno comprendeva, né lo fa tutt'ora, quanto questa sia la nostra felicità. Una gioia invisibile ai più che noi ci godiamo nell'essere diverse dagli altri, complete in un modo differente ed opposto a quello che la gente comune ritiene essere l'unica via possibile.
A volte, specialmente quando riceviamo notizie da zia Viola, che andando contro al volere dei miei genitori che ci considerano morte, prendendosi gioco delle infinite preoccupazioni che ci avevano guidato i primi giorni del nostro trasferimento e che ci facevano scrutare ansiosamente ogni angolo, nel timore di ritrovarceli davanti, mantiene sporadici contatti con noi, avverto il desiderio di tornare al mio paese. Voglia di perdermi nuovamente tra le viuzze strette del centro, respirando l'odore di grano appena tagliato che si sente nelle giornate di vento, di correre per quelle strade di breccia in cui cadevo sempre da bambina. Vorrei rivedere mia madre, nei suoi vestiti scuri e l'aria greve, assaggiando ancora il suo profumo di vaniglia e sapone, udire i brontolii di mio padre mentre si gusta il suo bicchiere di vino, lamentandosi dei giorni che corrono, ed abbracciare ancora una volta zia Viola, per potermi perdere tra quelle spalle minute e tanto forti, ascoltando la sua pacata saggezza.
Eppure mi rendo conto che non è più tempo, che ora la mia casa non è più tra quelle mura spesse ed umide, in cui ho scoperto l'amore per Giada, ma questo appartamentino luminoso, a due passi dai giardinetti: tre stanze ed un bagno per due donne che scacciano insieme la solitudine, amandosi reciprocamente.
Una casa che conosce risate di gioia e lacrime di nostalgia, ma che soprattutto è fatta di noi, dei nostri odori uniti, dei nostri abbracci senza fine, delle nostre discussioni che terminano in un bacio. Qui continueremo ad esistere, perché se per ognuno c'è una via, questa è quella giusta per noi.
FINE