- capitolo unico -

Disclaimer: i personaggi mi appartengono.
Nota1: Avevo un umore strano, malinconico e quasi nostalgico, complice la pioggia che sembrava voler lavare via ogni cosa e la notte senza stelle... è nata questa storia, in un'ora in cui tutto il mio io si è preso una vacanza dalla realtà e le mie dita hanno proseguito un corso che si sono create da sole...
Nota2: Presuppongo si percepisca nel racconto, ma se così non fosse, specifico che la vicenda è ambientata prima e durante la Guerra di secessione americana.
Dediche: Ad Eli: piccola so quanto male ti faranno queste righe, ma voglio che le consideri solamente un modo per scacciare la mestizia che mi aveva avvolto. Ed a Lucia: non so quanto potrai apprezzare quanto segue, ma volevo comunque esprimerti un ringraziamento per tutto ciò che ha comportato in me conoscerti, probabilmente non è questa la forma migliore, ma spero che almeno il gesto, e soprattutto l'intenzione, ti facciano piacere.

Echi di giorni lontani














Era un sereno giorno d'estate quello che aveva visto l'incrociarsi delle loro esistenze. La pigra e sonnolenta cittadina riposava assediata dal caldo: le strade erano semi deserte, le attività sembravano svolgersi al rallentatore ed i pochi animali legati fuori dal saloon sostavano a testa bassa, muovendo con aria infastidita la coda nel tentativo di allontanare le mosche.
AJ, altresì conosciuto come Alexander James Curtis, l'irrequieto e spavaldo figlio del banchiere, era sgattaiolato abilmente fuori dall'edificio di mattoni che la madre si ostinava a chiamare casa e che per lui era come una prigione.
Era una costruzione di due piani, con facciate bianche e raffinate tende alle finestre, che spiccava in mezzo alle altre casette come un cavallo purosangue in mezzo ad una mandria di ronzini, eppure i suoi genitori si ostinavano a lodarla imperterriti, senza capire che quel motivo di vanto, mera e malriuscita imitazione delle eleganti abitazioni della poco distante Richmond, altro non era se non causa di scherno da parte della gente 'perbene' che tutti si ostinavano a fargli frequentare.
Ogni volta rischiava quasi di soffocare dentro quelle stanze anguste e gremite di suppellettili; odiava ogni minuto che vi doveva trascorrere, soprattutto nelle occasioni in cui era costretto a restare immobile, assistendo ad uno dei ritrovi di cucito che la madre organizzava per il suo circolo esclusivo di amiche, diventando muto oggetto di ammirazione per la bellezza dei suoi capelli biondi e dei suoi occhi azzurri. Perché nessuno comprendeva quanto invece preferisse correre a piedi nudi lungo i sentieri che si aprivano tra le piantagioni di cotone o quanto la sensazione del vento sul volto lo rendesse felice? Essere il figlio primogenito di una persona tanto in vista come era il padre, lo aveva costretto sin da quando era a malapena in grado di camminare ad una consistente lista di divieti che la maggior parte dei suoi coetanei, invidiosi del pony personale che aveva e dei bei vestiti che sfoggiava, non potevano neanche immaginare. Avrebbe persino scambiato l'amatissimo animale, compagno di tante avventure, o tutti i noiosi balocchi di legno che possedeva, pur di avere la possibilità di poter giocare come tutti gli altri tra la terra ed il fango, o per tuffarsi liberamente nel fiume, nuotando fino a gridare con la testa rivolta al cielo per la felicità.
Sin da quando aveva compiuto i sei anni si era reso conto che l'unico modo per ottenere quello che voleva, visto che le lacrime, i bronci, i capricci e le ripicche non erano serviti a nulla, era di fare comunque quello che voleva, senza rispettare l'autorità dei genitori, ed ora, a quasi due anni di distanza, riusciva a sentirsi vivo solo quando svicolava dallo sguardo rapace dei domestici e dell'indolente madre e scappava dalla porta sul retro, gettandosi con tutta l'esuberanza che lo contraddistingueva nei suoi passatempi preferiti all'aria aperta.
Quella era stata una delle mattine più adatte, suo padre era al lavoro alla banca mentre sua madre era ancora rinchiusa nella sua stanza, al riparo da qualsiasi raggio solare avesse potuto intaccare la sua carnagione nivea di cui andava tanto fiera, e la servitù, sapendo di avere delle ore in cui nessuno avrebbe vigilato si era presa una meritata pausa.
Rapito dallo scorrere lento di alcune rare nubi che spezzavano il celeste altrimenti terso del cielo, aveva scavalcato una finestra ed aveva percorso rapidamente una stradina secondaria, con indosso i pantaloni più rovinati che aveva ed una camicia che aveva salvato dalle razzie materne e che gli stava oramai lievemente stretta, ma che adorava per il tessuto morbido che si adattava facilmente a qualsiasi movimento dovesse compiere, ritrovandosi sul retro del secondo, piccolo, emporio della città, che non aveva mai visitato perché non ritenuto degno di considerazione dai genitori, che si rifornivano in quello principale, gestito da un anziano ed arcigno parente del padre.
Sorridendo per l'eccitazione di compiere qualcosa di nuovamente proibito, si era diretto verso l'entrata, fermandosi però interdetto, quando aveva incontrato lo sguardo di un bambino dalla pelle scura che lo fissava serio e composto, dal gradino di legno che permetteva l'accesso. Gli si era avvicinato incuriosito ed era accaduto un qualcosa di improvviso ed inatteso, al pari di un violento temporale estivo, che aveva mutato le vite di entrambi: si erano trovati.
Nahiossi, più comunemente appellato Shane, era il frutto di un'unione proibita, uno scarto che nessuno voleva, e che lo zio aveva accolto unicamente per paura di finire all'inferno, rinnegando la promessa fatta l'anno precedente sul letto di morte alla sorella. Era un meticcio, uno spregevole mezzosangue, nato, secondo tutti coloro che lo additavano quando osava mostrarsi all'interno del negozio per pulire il pavimento, sbrigando uno dei molteplici compiti e faccende che gli venivano assegnati, unicamente per colpa della madre che non si era liberata del seme del guerriero cheyenne che l'aveva brutalmente violata. Eppure lui, nonostante tutte le ingiurie e le percosse che spesso ciò gli causava, portava avanti orgogliosamente la sua eredità indiana, indifferente agli insulti, alle botte ed ai giudizi di chiunque, consapevole che se la madre lo aveva chiamato per metà con una viva testimonianza dell'ascendenza che gli scorreva dentro e che prendeva forma nei suoi lineamenti immobili, nella piega risoluta degli insondabili occhi neri e nel colore leggermente ambrato della sua pelle, c'era un perché. Il perché dato da un amore forte ed impossibile che si era consumato in brevi giorni, ardendo come e più del sole, e che si era spento come una candela per colpa dell'acqua, quando alcuni gradassi della città, guidati dall'odio che li riempiva più del sostanzioso pasto domenicale, avevano fatto impiccare il padre di Nahiossi, che portava il suo stesso nome, nonostante le urla strazianti della donna che portava in grembo il suo desiderato bastardo.
Il denutrito Shane, che dormiva su uno sporco pagliericcio in un angolo dello stanzino dietro il negozio, a cui la sera faceva la guardia, e l'insofferente, scalpitante Alexander, si erano incontrati. Attirati dal loro essere diversi dagli altri, dal loro rifuggire il comune pensare, fusi da un indissolubile legame senza voce.
Fuoco e vento intrecciati in un vortice indomabile ed ingovernabile che non trovava fine, né concedeva spazio agli altri.
Quando la loro amicizia era divenuta palese ed apertamente mostrata con tutta l'ingenuità e l'intatta purezza che i bambini conservano, comparendo perennemente insieme nei luoghi più impensati, come la scuola che AJ si era intestardito a far frequentare a Nahiossi, era stato ormai impossibile separarli.
Nonostante l'inusuale connubio, sulla cui durata nessuno avrebbe scommesso nemmeno mezzo sacco di farina andata a male, fosse stato osteggiato da tutti, in particolar modo dai genitori di AJ, che non vedevano di buon occhio la messa in relazione di loro figlio con il cencioso sangue misto, e fossero state adoperate tutte le armi del caso, come rimproveri, minacce, castighi, punizioni e persino lezioni corporali, impartite con particolare accanimento al mezzo indiano, non c'era stato nulla capace di allontanarli, ed ogni tentativo in proposito li aveva uniti maggiormente, rinsaldando la loro spontanea e non dichiarata voglia di stare insieme, come un'erbaccia strappata ancora ed ancora, ma sempre pronta a spuntare nuovamente per invadere l'arido terreno dei pregiudizi altrui.
L'attaccamento reciproco era stato talmente immediato e totale, fertilizzato da uno spirito identico che anelava unicamente alla libertà dalla visione degli altri, che aveva permesso ai due ragazzi di attraversare la fine della fanciullezza, l'adolescenza e la giovinezza l'uno accanto all'altro. Innumerevoli le volte in cui dove appariva uno, l'altro mostrava la propria ombra; senza possibilità di essere contate quelle in cui uno dei due, o persino entrambi, trovavano il modo di raggiungere l'altro, scappando dal tedio di una giornata, andando a pescare od a rilassarsi con semplici piaceri innocui, pronti a spalleggiarsi ed a coprirsi a vicenda, aiutandosi e supportandosi in ogni situazione.
Due bambini mutati in due giovani che si vegliavano reciprocamente, suscitando la paura negli altri.
Il non capire il come ed il perché intimoriva gli abitanti della cittadina, portandoli ad aggredire quelle figure contrapposte, che mostravano identici passi percorsi lungo la via.
Non importava nemmeno più che AJ fosse il figlio del banchiere, persino il padre aveva rinunciato a porvi rimedio e fingeva che il figlio non esistesse, concedendogli così quell'aria che tante volte gli era mancata e che ora lo conduceva verso Nahiossi. Si erano ritrovati un'intera comunità contro che tentava di piegarli ai loro dettami senza però riuscirci.
Quante volte avevano provato a cucirgli addosso anche poche parole che spiegassero il loro legame? Eppure ogni volta c'era una piega che non si adattava, un punto che saltava, una cucitura che non reggeva, rendendo vano il tutto.
Loro erano semplicemente loro.
AJ e Shane. Alexander James Curtis e Shane Nahiossi.
Più che amici, più che fratelli, più che compagni di disavventure, unicamente loro.
Neanche i due diretti interessati trovavano un termine che li definisse correttamente, ma non se ne curavano, che bisogno c'era?
La loro esistenza procedeva, allietata dall'avere qualcuno che capiva l'altro istintivamente, come un qualcosa di primordiale e prepotente che si agitava nel loro petto e li portava sempre dalla stessa parte, e quando la pioggia di sangue aveva iniziato a diffondersi su tutto il paese, permettendo ad una follia collettiva di impadronirsi di ogni mente e cuore in grado di ascoltare, la loro decisione era stata unanime ed i loro spiriti si erano nuovamente accorpati in uno, portandoli a voltare le spalle alle credenze della gente della loro città ed a scegliere l'unica via per loro plausibile e giusta: l'esercito nordista.

"Ehi Nahiossi, lo senti il vento sulla pelle? Piega il cotone e libera la voglia di correre...
Andiamo, dai, ho voglia del suono della tua armonica..."

L'esercito nordista ed una dura lotta dalla parte degli Stati dell'Unione. Estenuanti giorni in sella ai cavalli che AJ aveva acquistato per entrambi molto tempo prima e che li seguivano fedelmente nelle loro marce forzate.
Non c'era stato più tempo per la spensierata noia, non più un vento che soffiava leggero attraverso i covoni, in cui erano soliti nascondersi per scappare da scuola o dai compiti quotidiani, ma solo un vento pesante, bagnato e sporcato dal sangue che ad ogni scontro si versava e che smuoveva forsennatamente stendardi e bandiere dietro cui si celava unicamente il cieco odio.
La guerra... la guerra non era come avevano pensato quando ne parlavano vagamente al riparo di alberi e corsi di acqua pulita. Non c'era onore nell'uccidere altri uomini solo perché la pensavano diversamente, anche se non riuscivano ad ammettere che qualcuno potesse provare il desiderio di privare qualcun altro della libertà, costringendolo a vivere, se così si poteva chiamare l'esistenza che conducevano, in condizioni ancor peggiori di quella degli animali.
La guerra li aveva privati della loro innocenza, li aveva corrotti, manipolandoli e mettendogli in mano fucili e pistole da puntare contro conoscenti e sconosciuti senza volto, che andavano trucidati solo per il colore della divisa indossata.
La guerra li aveva abituati a suoni ripetitivi e terribili, i sinistri e gelidi lamenti del dolore e della morte, decretati da strumenti freddi e letali: spade, coltelli, artiglieria e cannoni. Rumori assordanti ed acri come la polvere che invadeva loro la gola, inaridendola e portandola a scordare quella pulita e pura che avevano respirato fino a pochi mesi prima.
La guerra li aveva cambiati, li aveva induriti, li aveva costretti a crescere rapidamente, dimenticando tante cose ed insegnandogliene altre che mai avrebbero voluto scoprire, ma li aveva lasciati comunque uniti ed irremovibili ad andare avanti insieme, guardandosi vicendevolmente la schiena. In mezzo ai campi di battaglia, con l'odore della sofferenza che aleggiava sulle loro spalle come neri corvi malauguranti, la silenziosa e feroce arguzia di Shane e l'instancabile e cinica razionalità di AJ aveva permesso ad entrambi di proteggere se stessi e l'altro, riportando solo occasionali e superficiali ferite, quasi che la fortuna mutevole avesse deciso per qualche tempo di assecondare la loro ferrea volontà di sopravvivere.
Ad ogni nuovo attacco subito o sferrato, in azioni il più possibile rapide e dannose, i due si sentivano lacerare dentro, nel vedere il terreno intriso di corpi gettati l'uno sull'altro, consapevoli che la volta successiva sarebbero potuti esserci loro o persone con cui erano cresciuti, in mezzo a quegli occhi chiusi per sempre da ciò che tentavano di allontanare a tutti i costi, ma continuavano a procedere, non potendo fare altro. Nella loro Divisione, nonostante nei primi tempi tutti avessero cercato di separarli per meglio ottimizzarli, ormai erano considerati sempre come uno, perché quando c'era un ordine da eseguire, indifferenti a tutte le proteste od i rimbrotti che questo poteva causare, lo svolgevano insieme, soprattutto se si trattava di scovare eventuali tracce nemiche, grazie all'insolita abilità che Shane sembrava aver ereditato inconsapevolmente dai suoi antenati e che aveva trasmesso ad AJ sin dai primi anni della loro amicizia. Questa facoltà era stata ampliata dalla conoscenza personale dei luoghi e del territorio, visto che per la loro provenienza dalla Virginia li avevano resi partecipi a tutte le incursioni che potessero portare uno svantaggio a Richmond, la rinomata capitale sudista, costringendo le loro anime ad elevare preghiere che sapevano non aver valore, specialmente ora che ritrovavano nella Vallata dello Shenandoah, a poche miglia dalla loro città.
Il loro spirito si contorceva e si ribellava all'idea di doversi ritrovare di fronte ad individui con cui avevano parlato e da cui avevano imparato ciò che li aveva fatti divenire uomini e doverli uccidere, ma sembrava che l'unica cosa di cui il loro istinto ed i loro sensi dovessero occuparsi fosse bucare il caldo opprimente, che quella strana primavera di sangue aveva condotto, in modo da evitare distrazioni che li avrebbero potuti far soccombere.
Quello che non si sarebbero mai aspettati fu il bloccarsi entrambi davanti allo zio di Shane, impassibile con il fucile spianato verso di loro a poche iarde di lontananza, ed il colpo di cannone improvviso e funesto che avvolse tutto il campo con un fumo bruciante, pungente ed aspro, dal sapore di polvere da sparo e di lacrime che non si erano fatte in tempo a versare.

"Caroline? Ma neanche per sogno la sposo! L'hai sentito quel nauseante profumo di lillà con cui si fa il bagno?
Mi sembrerebbe di abbracciare un maledetto campo fiorito! Ma che hai da ridere Nahiossi?"

Gli odori... gli odori erano un qualcosa di terribile. Sangue permeava l'aria, terra e cenere si univano creando una mistura soffocante che nulla sembrava poter sconfiggere. Nulla... eppure, inaspettatamente nelle narici di AJ, quel giorno assolato, ci fu un vago sentore di cannella. La cannella che avvolgeva sempre il corpo di Nahiossi, a causa del sacchettino di pelle che portava legato con un cordoncino di cuoio intorno al collo, e che aveva potuto saggiare personalmente il giorno in cui si erano toccati per scherzo al fiume, finendo per vivere un qualcosa che di scherzo o di gioco non possedeva proprio nulla e che poteva confondersi con quanto accadeva nel saloon più malfamato, ma maggiormente frequentato della città in cui erano nati. Un qualcosa di talmente intimo e caldo che li aveva uniti ancor di più, consolidando tutte le esperienze che li avevano precedentemente visti l'uno accanto all'altro: due corpi giovani e vogliosi di novità che mai avevano sperimentato, che nella trasparenza dell'acqua che si rifrangeva, accompagnandoli con il seducente gorgoglio del suo movimento, si erano fusi in uno, con l'impeto dell'ardore che il loro legame suggeriva e con la toccante, reciproca, inesperienza che aveva reso il tutto ancor più intenso ed unico. Un nuovo tassello si era aggiunto alle infinite sfaccettature del loro rapporto, un aspetto che avevano provveduto piacevolmente a portare avanti al pari di tutto ciò che li rendeva congiunti, in ogni momento che gli era stato concesso. Solo il cielo, e talvolta nemmeno quello, era stato testimone del fuoco che avevano condiviso e che li portava a mischiarsi in lunghi abbracci di membra mescolate e respiri frammentati.

"Anche quando saremo vecchi guarderemo le stelle insieme, masticando un filo d'erba, vero Nahiossi?
Al diavolo mogli e bimbetti urlanti, verremo qui sulla riva e daremo ascolto solo al vento!"

Eppure quella volta fu diverso. AJ, riacquistando difficilmente coscienza, in mezzo a quel silenzio di urla strazianti, avvertì la sensazione di quel corpo che tanto ben conosceva, quanto e forse più del proprio, in una posa del tutto dissimile a tutte quelle che li aveva visti immersi in dolci attimi rubati al tempo. Sentì fitte lancinanti di dolore percorrerlo e vide quello che lo uccise. Il viso immobile del suo Nahiossi: fermo e senza respiro. Un suono roboante più forte di una mandria di cavalli al galoppo si infranse nelle sue orecchie, mentre dalla sua gola martoriata usciva il più potente grido muto che avesse mai pronunciato. Immagini e ricordi ruppero i fragili argini della sua coscienza e lo portarono a vagare irrimediabilmente in un passato ormai andato per sempre, fin quando la voce del vivace ed intelligente bambino che Nahiossi era stato, lo chiamò per raggiungerlo, portandoli nuovamente sullo stesso livello. Quel piano che tutti si erano ostinati a tentare di recidere, ma che loro si erano ritagliati con forza, senza mai cedere, e che ora li vedeva nuovamente a percorrere gli stessi passi.

"Nahiossi? Ma tu sei davvero sicuro che anche se non ho sangue indiano nelle vene quando morirò starò insieme a te ed agli altri guerrieri del tuo Popolo?
Bene... allora i nostri spiriti correranno sempre insieme per il cielo, come fanno ora su questo suolo..."


FINE



(*) Il nome Nahiossi è cheyenne ed ha il significato di "Tre dita".