
Disclaimer: I personaggi
sono interamente frutto della mia insana fantasia.
Dediche: A te sunshine.
Weeping Willow
Un delicato chiarore filtrato da uno spiraglio
della finestra lasciata socchiusa penetrò la sua incoscienza, portandolo
a sollevare debolmente le palpebre, prima di abbassarle nuovamente per impedire
al lampo di sofferenza che gli aveva attraversato la testa di esplodere in un
roboante tuono.
Adagio, dopo qualche istante, riaprì nuovamente gli occhi, puntandoli
sulla bianca, inconsistente e vana luna che si intravedeva dal vetro. Era una
sensazione strana quella che avvertiva e non ne comprendeva la motivazione,
ma gli sembrava quasi che quel pallido astro si fosse allontanato più
del solito, quasi si fosse estraniato da lui, tramutandosi in un qualcosa di
ancor più remoto, ed avesse preso posizione in un cerchio differente
dal suo.
Scosse cautamente la parte superiore del corpo, per impedire ad una nuova stilettata
di sofferenza di trafiggerlo e tentò di orientarsi. Si osservò
intorno abbracciando con lo sguardo ciò che lo circondava e si sentì
inondato da un insolito senso di disagio. Nulla gli era familiare, non le assi
di legno leggermente consunte dal tempo che fungevano da pareti, non l'alto
soffitto, non la piccola cassapanca rozzamente intagliata, non la sedia davanti
al basso tavolino a tre gambe con sopra un bacile grigio sbeccato ed un telo
di lino grezzo, non il ruvido lenzuolo che lo copriva, non la confusione fumosa
che giungeva attraverso la porta chiusa, non le risate sguaiate che ogni tanto
si sollevavano, né i suoni di passi strascicati e le grida attutite dal
suo isolamento.
Niente. Tutto gli era estraneo, persino le affusolate mani appena callose che
vedeva stese davanti a sé, la pelle lievemente ambrata del petto che
si scorgeva, ed i lunghi capelli del colore della notte che sembravano avvolgerlo.
Uno sconosciuto ansimo strozzato gli sfuggì dalle labbra quando si rese
conto di essere immerso in un terrificante nulla ed un serrato nodo si formò
nella sua gola, impedendogli di emettere i gemiti che gli premevano dentro,
in virtù di un respiro accelerato e spezzato che aveva preso a fuoriuscire
forsennatamente dalla sua bocca, divenuta improvvisamente arida. I suoi sensi
vigili erano gli unici a parlare perché la sua mente rimaneva vuota e
sorda ad ogni disperato appello di cognizione. Non un frammento di consapevolezza
gli si riversava addosso, non un sentore di appartenenza o di conoscenza si
faceva largo nel buio che sentiva dominare incontrastato e che aveva preso a
pulsare al pari della sofferenza che regnava e che diventava più forte
ad ogni attimo.
Fuggire, scappare da quella violenta ondata di gelida nausea che gli riempiva
le viscere, portandolo ad un turbato smarrimento ancor più completo,
era la sola azione che voleva compiere; andarsene, correre, dimenticare quell'assenza
di pensieri e riacquistare qualcosa, qualsiasi cosa.
Un muto singhiozzo gli si formò spontaneamente quando gli arti inferiori,
anziché ubbidire solerti e pronti, cedettero al suo unico tentativo di
mettersi in piedi. Era come se si fossero trasformati in un blocco di legno
da tanto era difficoltoso anche solo spostarli e dal dolore che comportava farlo.
Un freddo sudore incominciò a scivolargli lentamente sulla schiena quando,
dopo numerose prove, riuscì a mettersi seduto. Rimase fermo, stordito,
senza sapere cosa fare, vittima di oscure tenebre che si facevano spaventosamente
largo in lui, che non aveva i mezzi per contrastarle.
Una voce irata poco distante e dei passi vicini lo fecero sobbalzare, distogliendolo
dai timori senza forma che lo attanagliavano e focalizzando il suo sguardo sulla
porta che si stava aprendo.
Keetha evitò di ribattere al rimbrotto paterno, limitandosi ad assentire
silenziosamente con il capo, e si diresse non curante dei borbottii di Cynric
nella sua stanza, facendo attenzione a non versare la zuppa che stava trasportando
ed a non far cadere il tozzo di pane ed il pezzo di formaggio che aveva trafugato
di nascosto e che riposavano all'interno del telo pulito posto nella sua camicia.
Destreggiandosi abilmente riuscì ad intrufolarsi nell'uscio senza far
danni e con un sospiro di sollievo ed un accennato sorriso si accinse a posare
il cibo e la candela che aveva in mano sul mesto ripiano del tavolo, prima di
bloccarsi stupito. Un forte rossore gli imporporò le guance, unitamente
all'improvviso calore che iniziò a diffonderglisi dentro, nell'incontrare
due grandi occhi castani frangiati da folte ciglia scure che lo fissavano con
espressione pensosa e quasi assente.
Sbatté sorpreso le palpebre, avvertendo così una debole fitta
all'occhio destro che suo padre si era premurato di colpirgli in mattinata,
e si mosse a disagio, terminando l'operazione che si era prefissato, mentre
tentava, al contempo, di formulare una frase sensata.
Ora che l'altro era sveglio Keetha trovava la sua totale nudità ancora
più imbarazzante di quando l'aveva vista per la prima volta. Umettandosi
nervosamente le labbra, provò a non badare a quel corpo così esposto
e mise insieme un sorriso vagamente incerto. Quando quella mattina aveva scoperto,
con sua somma angoscia, che il salice piangente che lo aveva riparato benevolmente
per tanti anni con le sue fronde era stato divelto dal brutale temporale del
giorno precedente, il suo cuore aveva sussultato a tradimento e quasi non gli
aveva permesso di accorgersi della persona che si trovava accasciata al suolo.
Dopo un primo attimo di inibizione dovuto allo sbigottimento ed al malessere
che lo aveva invaso, si era precipitato al suo fianco per scoprire, con sollievo,
che era vivo, benché immerso in uno stato di incoscienza e completamente
nudo. Scostandogli la cortina di capelli che lo ricopriva aveva cercato di renderlo
nuovamente vigile, ma non essendoci riuscito, si era assunto il compito di trasportarlo
al villaggio, consapevole che se fosse andato a chiamare aiuto il padre avrebbe
scoperto il suo luogo privato, rendendogli impossibile poi recarvicisi.
Aveva impiegato almeno due ore per riuscire nel suo intento, nonostante solitamente
non gli occorressero che pochi minuti per arrivare nel suo rifugio personale
e segreto. A causa della sua esilità e del peso che trasportava, molto
maggiore a quello che aveva pensato inizialmente, aveva dovuto riposarsi costantemente
per riprendere fiato, anche solo dopo aver percorso pochi passi.
Il padre ed il fratello quando lo avevano visto erano andati dapprima su tutte
le furie per il ritardo che aveva accumulato, poi avevano notato straniti l'inusuale
fagotto trasportato da Keetha e lo avevano subissato di domande.
Keetha aveva fatto forza su se stesso ed aveva pacatamente raccontato la sua
storia mentre Cynric, sbuffando, gli chiedeva perché non lo avesse lasciato
nel bosco a cavarsela da solo. Il genitore aveva assentito silentemente, estremamente
corrucciato, ma aveva acconsentito a portarlo all'interno della taverna per
non dare modo di chiacchierare alle vecchie pettegole del villaggio.
Quando erano infine entrati e lo avevano sistemato nella stanzetta di Keetha,
era sorta una discussione piuttosto accesa sul destino dello straniero. Cynric
aveva ribadito che non erano fatti che li riguardavano, mentre Keetha aveva
provato a fare appello al loro buon cuore, dicendo che non potevano lasciarlo
senza assistenza. Le parole si erano succedute veloci e sempre più alte
fin quando Keetha non aveva gridato, ormai del tutto arrabbiato, che se la madre
fosse stata ancora in vita non lo avrebbe permesso. Lui stesso si era stupito
per primo dell'insolita spavalderia che aveva dimostrato in quell'occasione
e che gli era costata uno schiaffo ed un pugno da parte del padre, infuriato
per l'irrispettosità esibita dal figlio e per l'accenno alla defunta,
amata, moglie.
Tuttavia sembrava che avesse funzionato perché dopo qualche attimo Liam
si era convinto ed aveva sbraitato che se davvero voleva che 'l'ospite' rimanesse
avrebbe dovuto farlo dormire nella sua camera e si sarebbe dovuto occupare di
lui, in cambio però non avrebbe più potuto uscire la mattina ed
avrebbe dovuto assicurarsi che quando il forestiero si fosse rimesso pagasse
il suo mantenimento o con denaro sonante o lavorando a sua volta.
Keetha aveva sentito lo stomaco in subbuglio al pensiero di non potersi più
ritagliare delle ore da trascorrere in solitudine, ma aveva coraggiosamente
accettato, ritenendo più giusto aiutare qualcuno in difficoltà,
proprio come era sicuro che avrebbe fatto sua madre Margaret, e si era affaccendato
alacremente per tutto il giorno, allontanandosi quando poteva per dare un'occhiata
all'occupante del suo letto che sembrava non volersi destare dal suo sonno.
Ed ora eccolo di fronte, nuovamente, alla causa di tutto il suo impegno e delle
sue rinunce, benché questa volta fosse, finalmente, del tutto vigile.
"Chi sei?"
Keetha sobbalzò nell'avvertire la domanda pronunciata con timbro roco
e basso dallo sconosciuto, rendendosi conto solo in quel momento che aveva fatto
sicuramente la figura dello sciocco, rimanendo in piedi, in silenzio e con la
testa persa a rievocare quel che era successo quel giorno.
"Ehm... mi chiamo Keetha, molto piacere."
"K-e-e-t-h-a... Keetha tu mi conosci?"
Keetha, rimasto stupito dal suo modo di pronunciare il suo nome, quasi l'avesse
assaporato, sillabandolo lentamente, come se fosse in cerca di un qualcosa che
sembrava sfuggirgli, si rese conto solo in un secondo istante della sua richiesta.
"Come?"
"Chi sono? Dove sono?"
"Sei nella taverna-locanda del villaggio di Menw, ma che significa 'chi
sei'? Dovresti dirmelo tu, non credi?"
"Non lo so..."
La strana rigidità che assunsero le sue membra e lo scurirsi di quelle
iridi che non lo lasciavano un attimo, fecero comprendere a Keetha che non mentiva.
Ma come era possibile?
"... Non ricordo nulla..."
Nell'avvertire la sua replica si rese conto di aver parlato ad alta voce. L'uomo
che aveva dinnanzi si osservò per un istante le mani e poi distolse lo
sguardo fissando ostinatamente la parete.
"Non so nemmeno qual'è il mio aspetto... pensavo che tu potessi
rivelarmi chi ero e perché ho solo un immenso fiume colorato di nero
che scivola nella mia mente..."
"Un... cosa?"
"Vuoto. Ho solo vuoto dentro. Non so nulla, NIENTE!"
La rabbia contenuta nell'ultima parola gridata fece sobbalzare Keetha, che istintivamente
arretrò di un passo, catturando così nuovamente lo sguardo dello
sconosciuto.
"...Non volevo spaventarti... è solo che... mi sento così..."
Chiuse le mani a pugno, serrandole così forte da farsi diventare le nocche
bianche, e strinse al contempo la mascella, finendo per far assottigliare le
labbra dalla bella forma in una pallida piega amara.
Keetha si avvicinò di scatto e gli posò leggermente una mano sulla
spalla.
"Non preoccuparti... vedrai che si sistemerà tutto. Ho letto in
un libro della mamma della storia di un uomo che non rammentava più il
suo passato a causa di un colpo forte alla testa, e che solamente dopo un po'
di tempo ha ricordato tutto. Pensavo si trattasse unicamente di un'invenzione
ed invece..."
"Un libro?"
Keetha annuì, poi, con aria furtiva e lanciando uno sguardo verso l'uscio,
si diresse al baule che aprì; dopo aver scostato alcuni indumenti, prese
un oggetto di forma rettangolare che strinse per un attimo al petto prima di
allungarlo verso lo straniero che lo afferrò studiandolo. Lo sfogliò
con cura, toccandolo, ma dopo un breve momento in cui sembrò che un lampo
di riconoscimento o per lo meno di familiarità gli attraversasse gli
occhi, schiarendoli, scosse la testa rendendoglielo, in modo da farglielo riporre,
cosa che Keetha fece immediatamente.
"Beh... qui dice che l'uomo ci ha impiegato diversi giorni... non scoraggiarti!"
"Come sono finito qui? Questo lo sai?"
Keetha avvertì ancora una volta le sue guance colorarsi inspiegabilmente
di rosso e per farsi passare l'imbarazzo che lo assaliva quando l'altro lo fissava
così intensamente, si accomodò sulla sedia che spostò davanti
a lui.
"Questa mattina mi sono diretto nel bosco come sempre per... per fare una
passeggiata, e ti ho trovato disteso sotto un salice piangente... abbattuto
da un fulmine... privo di sensi e... totalmente nudo, così ti ho trasportato
qui."
Il forestiero sembrò accettare tranquillamente la sua spiegazione, ma
dopo un attimo inarcò un sopracciglio facendo scorrere lo sguardo primsa
sul suo corpo e poi lungo la figura sottile di Keetha.
"Come hai fatto? Devo essere molto più pesante di te, vista la differenza
fisica e la diversità delle nostre altezze..."
Keetha si sentì di nuovo avvampare, ma piegò le labbra in una
sorta di broncio.
"Beh se sei qui, si vede che ci sono riuscito!"
L'uomo lo contemplò poi annuì.
"Grazie."
"... ... ...Ah... ehm... di niente... l'avrebbe fatto chiunque..."
Biascicò stentatamente quelle parole sapendo che non corrispondevano
al vero, soprattutto non per suo fratello Cynric, ma troppo stupito dal suo
ringraziamento per badare realmente a quello che diceva. Da che aveva memoria
erano pochissime le volte in cui qualcuno aveva espresso un ringraziamento per
una sua azione e mai con una sincerità paragonabile a quella che traspariva
dal suo sguardo.
"Come posso ripagarti?"
"No! Non devi preoccuparti per ora di questo, e poi devi ancora riprenderti!"
"Effettivamente sembra che le mie gambe non abbiano molta voglia di collaborare..."
La smorfia di disappunto che gli attraverò i lineamenti indusse Keetha
ad alzarsi di scatto per prendere la cena che gli aveva portato.
"Che sbadato! E' normale che ti senti privo di forze! Sei stato sdraiato
lì per chissà quanto tempo sotto la pioggia... avrai anche fame!
Tieni, mangia!"
Keetha gli porse la ciotola ricolma di zuppa che gli aveva preparato e si tolse,
girandosi per un istante, l'involto contenente il pane ed il formaggio da sotto
la camicia per poi tenderglielo.
"Mmm... mi chiedo come tu sia finito lì e per giunta senza vestiti...
ma certo! Come ho fatto a non pensarci?"
Senza badare all'occhiata interrogativa che gli venne rivolta Keetha proseguì
animatamente, dandogli anche il cucchiaio che l'uomo si affrettò a riempire
ed a portarsi alle labbra.
"Ultimamente nei villaggi vicini ci sono state delle scorrerie da parte
di una banda di briganti che ha assalito diversi viaggiatori, sicuramente ti
avranno incontrato e derubato!"
L'altro ascoltò silenziosamente i discorsi di Keetha sui provvedimenti
da prendere e sugli avvertimenti che avrebbe dato al genitore ed agli avventori
della taverna e continuò a mangiare con gusto, terminando tutto.
Keetha sorrise nell'accorgersi dell'evidente appetito del suo ospite e prese
una decisione.
"Per ora puoi rimanere qui a riposare, una volta che ti sarai rimesso in
forze, se ancora non ti fossero tornati i ricordi potrai lavorare qui alla taverna,
in attesa che il tuo passato riemerga. Mio padre e mio fratello... beh sono
severi... ma non sono cattivi... però sarebbe meglio se gli altri non
sapessero del tuo stato... non... ecco, dovrei spiegargli del libro... ed è
meglio che non ne vengano a conoscenza."
Keetha avvertì il pungente e curioso sguardo dell'altro avvolgerlo, ma
fece finta di non notarlo e proseguì il suo ragionamento.
"Dunque, per prima cosa ti serve un nome, poi rifletteremo su una storia
plausibile... hai qualche idea?"
Al suo cenno di dissenso Keetha si fece pensieroso, ma ad un trattò sorrise,
con un'espressione densa di segreto compiacimento.
"Che ne dici di Willow?"
FINE SECONDO CAPITOLO
Nota: Nonostante io sia negata alquanto, ogni volta che scrivo qualcosa, non resisto alla tentazione di disegnare i personaggi... sebbene siano decisamente migliori nella mia testolina, le mie manine hanno comunque provato a raffigurarli, per cui, se vi interessa dare un'occhiata alle loro brutte controfigure, cliccate sui loro nomi qui di seguito, altrimenti limitatevi a leggervi ed a farvi un'idea vostra.
Keetha, Willow