
Weeping Willow
Gli ultimi raggi del sole incendiavano il cielo,
colorandolo di sfumature rosso oro, nell'ultimo usuale spettacolo che l'astro
diurno offriva come congedo prima di ritirarsi a riposare, in attesa del sopraggiungere
del momento propizio per un suo nuovo risveglio. Un soffio delicato ma insinuante
del vento settembrino serpeggiò nell'aria, facendo volteggiare leggermente
alcune foglie, quasi a voler anticipare il suo prossimo dominio con l'ascesa
dell'oscurità e del pallido regno lunare.
Keetha, tentando di non farsi notare sbirciò guardingo da un angolo del
vetro impolverato, desiderando di poter essere all'esterno e poter così
godere di un respiro che consistesse in qualcosa di diverso dall'odore di birra,
legno invecchiato e corpi sudati, stipati nel luogo angusto in cui si rifugiavano
dopo un'estenuante giornata di lavoro. Si fermò ad ammirare l'ultimo
brillio di luce che perdurava, prima di riprendere mestamente a servire. Non
voleva subire un ulteriore rimprovero da parte dell'iroso genitore, né
tanto meno sentirsi ancora sbeffeggiare dalla voce sardonica del fratello maggiore,
quel giorno era accaduto fin troppe volte.
Sembrava che più si sforzasse di essere un figlio ubbidiente e solerte
nello svolgere le sue mansioni, più commettesse errori tali da far incorrere
un aspro rimbrotto paterno. Non riusciva a capire perchè non facesse
mai nulla di giusto che meritasse un solo gesto di approvazione. Era ben consapevole
di non poter ricevere le lodi che spettavano a Cynric, ma sarebbe stato felice
anche per un semplice borbottio bonario da parte di suo padre, sebbene da che
aveva memoria non ricordava che fosse mai accaduto.
Reprimendo un sospiro che tentava di sfuggirgli dalle labbra, scostò
dalla guancia una ciocca di capelli che gli era sfuggita dal piccolo codino
composto in cui li tratteneva. Anche quello era un motivo di disapprovazione,
sembrava che il suo genitore non sopportasse la vista dei suoi capelli della
medesima sfumatura intensa, bruno-rossastra, che assumevano alcune foglie in
autunno, così diversi da quelli neri come il carbone che possedevano
lui e Cynric. Pensando di fargli cosa gradita, poco più che bambino,
li aveva tagliati cortissimi mediante un coltello da caccia che qualcuno aveva
dimenticato sul bancone. Rammentava ancora la sensazione del primo pugno che
si era abbattuto sul suo viso insieme all'imprecazione arrabbiata del suo genitore
e da quel giorno li aveva lasciati crescere, senza ben sapere se preferiva un
nuovo colpo, a cui tanto era ormai abituato poiché gli veniva elargito
anche per altri motivi, o le occhiate ostili che attiravano quando una qualsiasi
luce, fosse anche il semplice riflesso del fuoco nel piccolo camino di pietra,
li metteva in evidenza.
Il sospiro che aveva tentato di celare e reprimere emerse con impeto, allorché
i suoi occhi, verdi come il muschio che talvolta adornava il tronco degli alberi
del bosco, si spostarono su un uomo che richiamava rumorosamente la sua attenzione.
Si avvicinò silenziosamente al malandato tavolo composto da alcune vecchie
assi lignee assemblate, conscio che ogni parola o azione che lo avesse fatto
indulgere più del necessario a prendere l'ordinazione poteva attirare
commenti poco lusinghieri e piacevoli sul suo aspetto. Era quasi come se ognuno
dei minatori stanchi, che ogni sera al termine delle ore trascorse ad estrarre
carbone si riversavano a spendere parte del proprio guadagno alla taverna, insieme
ai pochi avventori abituali ed a qualche forestiero in cerca di sollievo per
la gola e lo stomaco, trovasse divertente rimarcare la sua esilità fisica
e le sue sembianze apparentemente femminee, condizione causatagli dal suo esser
poco più che adolescente e dal suo possedere una carnagione nivea e delle
fattezze delicate più adatte ai lineamenti di una donna che non di un
uomo.
"Ehi, Keetha, portami un altro boccale di birra!"
Le spalle di Keetha si distesero lievemente, perdendo la rigidità istintivamente
assunta nell'avvicinarsi a Fergus. Quell'uomo dalla corporatura imponente e
dalla folta barba ingrigita dall'età e dalla polvere proveniente dalla
miniera, che gli scuriva il viso rendendolo simile ad una pelle di orso conciata
ma solcata da numerose rughe, era uno dei suoi aguzzini più ostinati.
Ringraziando mentalmente la sua buona stella che lo aveva risparmiato si girò
per andare a prendere quanto chiesto, quando la voce del minatore lo fermò.
"Ah... bellezza.... non ti scordare anche un'altra fetta di formaggio,
e che sia spessa!"
La risata sguaiata che seguì quella sua affermazione accompagnata da
un occhiolino ben poco amichevole e quasi lascivo, risuonò alta e sgradevole,
facendogli mordere forte l'interno della guancia, per non lasciar trapelare
nulla, e saettare istantaneamente lo sguardo verso il bancone in cui si trovava
il padre, nell'ardente speranza che nella confusione non avesse udito lo scherno
di Fergus. Incontrando i suoi occhi scuri rimpiccioliti, da quella che riconobbe
immediatamente come furia, si affrettò a dirigersi a prendere quanto
richiesto dal cliente.
Il genitore non interveniva mai in sua difesa, anzi appena si trovavano in disparte
gli assestava un pesante schiaffo, quasi a volerlo punire per non assomigliare
affatto a Cynric, alto quanto lui ma robusto il doppio. Ormai aveva compreso
che il padre lo incolpava perchè era la copia vivente della sua defunta
madre; lo riteneva responsabile di aver condotto la sua sposa alla fredda tomba
che aveva scavato sul retro della taverna che anticamente, e talvolta anche
ora, fungeva da locanda.
La sua nascita prematura ed il fatto che fosse la sua immagine speculare avevano
convinto Liam che il suo ultimogenito avesse strappato la vita a Corinna. Keetha
ne era venuto a conoscenza in una fredda notte d'inverno, in cui il padre dopo
aver bevuto molto lo aveva scambiato per lei, parlandogli affranto e carezzandogli
dolcemente una gota.
Il suo tono malinconico, la supplica di tornare da lui, lo avevano scosso nel
profondo, rendendolo partecipe del dolore che il genitore provava per l'assenza
di sua madre. Non aveva più osato porgli domande su di lei, cosciente
che sarebbe servito unicamente a farsi rispondere bruscamente ed in malo modo,
provocando un turbamento nel padre, ma allora gli era nato spontaneo il desiderio
di diventare migliore e far contento il genitore per poter accedere a quell'affetto
che ora sapeva essere nascosto nell'animo burbero di suo padre.
Spesso si era trovato a riflettere che se non fosse nato sua madre sarebbe stata
ancora viva e le esistenze del padre e di Cynric avrebbero avuto un corso differente
e sicuramente migliore, ma suo zio Seymour, il fratello di sua madre che aveva
incontrato nell'unica occasione in cui era venuto a trovarlo dalla lontana Inghilterra
in cui dimorava, gli aveva rivelato una verità che tutti gli avevano
taciuto e che lo aveva colmato di pace e felicità, condensati però
dall'opprimente e struggente rimpianto di non aver mai conosciuto colei che
lo aveva messo al mondo.
Seymour gli aveva confidato di aver tenuto una corrispondenza cartacea con la
gemella, per via del profondo legame che li univa, e di come lei gli avesse
scritto a proposito di Keetha. Gli aveva parlato della gioia immensa che lei
aveva provato nell'accorgersi di aspettarlo.
Suo zio gli aveva narrato dell'amore sconfinato che la sua mamma aveva provato
per lui nonostante non fosse ancora nato. Aveva così scoperto che lei
aveva deciso di averlo a tutti i costi nonostante il parere contrario della
levatrice del villaggio, che l'aveva ammonita, dopo la nascita difficoltosa
di Cynric, di non tentare di avere altri figli perchè a causa del suo
corpo minuto e fragile sarebbe potuta morire.
Corinna, a detta di Seymour, era stata una creatura con il dono di affascinare
tutti quanti per la sua naturale dolcezza e per la mitezza del suo carattere,
ma anche per la sua ferrea volontà che la portava a condurre a termine
tutto quel che voleva con estrema decisione. Ed aveva desiderato Keetha con
tutta se stessa; aveva persino scelto personalmente il suo nome, persuasa, a
ragione, che sarebbe stato un maschietto.
Tramite le parole si suo zio per la prima volta Keetha aveva conosciuto sua
madre e ne era rimasto conquistato, al pari di chiunque l'avesse incontrata.
Al termine della sua breve visita Seymour, che gli si era particolarmente affezionato
per via della sua somiglianza con Corinna, gli aveva proposto di seguirlo in
Inghilterra per essere adottato da lui e sua moglie Margaret, in modo da divenire
per loro un altro figlio al pari degli altri tre con cui erano stati benedetti.
Keetha, nonostante per un attimo avesse accarezzato nel suo cuore la favorevole
ipotesi di accettare, si era imposto fermamente di rifiutare. Pur essendo seriamente
tentato dalla prospettiva di abitare in una bella casa con un uomo tanto gentile
che gli avrebbe donato costantemente ricordi della sua genitrice e che lo avrebbe
riempito di premure ed affettuosità, aveva deciso di restare accanto
al padre per ripagarlo, seppur in minima parte, della perdita della sua Corinna.
Nonostante fosse consapevole di non poter sopperire in alcun modo al vuoto lasciato
da lei, voleva per lo meno aiutare il padre in tutti i modi possibili.
Lo zio lo aveva lasciato dispiaciuto, ma con la promessa di raggiungerlo se
avesse cambiato idea, nonostante lui sapesse che non lo avrebbe fatto. Aveva
compreso di avere ereditato un ulteriore aspetto della madre, non solo quello
esteriore ma anche quello di andare fino in fondo alla proprie risoluzioni.
E questo avrebbe fatto.
Distogliendo lo sguardo dal padre, si ripeté per l'ennesima volta che
poteva sopportare tutto per vedere almeno un'occhiata di stima su quel volto
duro e severo. Dopo aver consegnato tutto quel che voleva a Fergus continuò
imperterrito nel suo lavoro, ignorando qualsiasi commento o battutina a suo
indirizzo e limitandosi a servire quanto ordinato.
L'ora di chiudere giunse fin troppo rapidamente, ma non comportò lo schiaffo
che Keetha aveva già preavvertito bruciare per tutta la sera, poiché
il padre, come accadeva ormai sempre più frequentemente, si mise a bere
del sidro, ritirandosi in un angolo della grande stanza sul retro della taverna
che fungeva da cucina.
"Sei stato fortunato stasera... fin troppo!"
Il sibilo di Cynric gli sfiorò l'orecchio facendogli scorrere un brivido
lungo la schiena, ma Keetha non rispose, coricandosi nel suo stretto giaciglio
in attesa del prossimo sorgere del sole che gli avrebbe portato qualche ora
di tranquillità da trascorrere in solitudine.
Visto che la mattina non c'era quasi mai da fare alla taverna, Keetha, dopo
aver munto sia la loro capra che la loro mucca ed aver svolto altre faccende
di poco conto, si permetteva di ritagliarsi del tempo unicamente per lui.
Essendo incapace di uccidere qualsiasi animale, nonostante tutte le punizioni
che questo suo rifiuto innato gli aveva portato, mentre Cynric o il padre andavano
a caccia lui si recava nel piccolo angolo di paradiso personale che si era scelto.
Poco distante dal limitare del villaggio c'era una piccola radura leggermente
riparata, che si raggiungeva attraverso un sentiero quasi del tutto abbandonato
per via dei folti rami spinosi che ne ostacolavano l'agevole transito. Keetha
lo aveva scoperto per caso poco dopo la visita di suo zio, quando Seymour gli
aveva domandato dove fosse situato il salice piangente che la sorella gli aveva
descritto in una lettera. Non sapendo di quale luogo parlasse appena ne aveva
avuto occasione lo aveva cercato, trovandolo dopo alcuni giorni.
Dalla prima volta che aveva scorto quello spazio, ne aveva fatto il suo rifugio.
Non vi era nulla di particolarmente accattivante, ma il grande salice dal tronco
bruno rossiccio che appariva contorto, quasi ripiegato su se stesso, con le
lunghe fronde che oscillavano non appena un alito di vento le sfiorava, il folto
manto erboso ed il piccolo e poco profondo ruscello che vi scorreva accanto,
ben diverso dal corso rigoglioso del fiume prossimo ai confini occidentali del
villaggio e da cui tutti gli abitanti accingevano l'acqua necessaria, lo avevano
catturato. Probabilmente parte del fascino era dovuto al sapere che la madre
aveva trascorso svariati momenti sotto quell'albero, intenta a leggere le missive
del fratello o qualunque libro le fosse accidentalmente passato in mano.
I libri erano un bene prezioso, precluso ai più, ma Seymour aveva regalato
a Corinna, al momento della loro separazione, alcuni volumi, che ora Keetha
conservava gelosamente, avendoli sottratti alle mani avide di Cynric, che non
si sarebbe fatto scrupolo di venderli per avere qualche moneta da utilizzare.
Nonostante sapesse leggere a malapena, e tutto grazie a quelle poche lezioni
che gli aveva impartito durante la sua permanenza Seymour, Keetha si ostinava
a tenersi in esercizio, sfogliando con cura le pagine e sillabando attentamente
le parole come gli aveva insegnato lo zio. Era il suo modo di evadere da ciò
che lo circondava e di costruirsi un'armonia interiore che lo ricaricava di
energia e volontà.
Amava sedersi appoggiato con la schiena al tronco, respirando a fondo il profumo
di acqua, aria, terra ed erba che si sprigionavano prepotenti, unendosi grazie
al vento. Era come se nulla lo avesse potuto disturbare o far star male.
Quel giorno si preannunciava plumbeo e carico di nubi foriere di pioggia, ma
Keetha non si lasciò scoraggiare e si sistemò comodamente, accarezzando
brevemente con un dito un ramo più lungo degli altri che gli cadeva all'altezza
del viso, per poi mettersi come di consueto a leggere.
Era una sensazione strana, ogni volta che la provava.
Avvertire quelle dita fresche su di se divideva i suoi sensi, portandoli in
direzioni ambivalenti, se da una parte gli faceva piacere essere accarezzato
così amorevolmente, dall'altro gli ricordava cosa non era più.
Ormai la sua forma era stabile da tempo immemore, ma occasioni come quella,
in cui un essere umano gli si accostava, lo colmavano di rimpianto e nostalgia
verso un qualcosa divenutogli purtroppo estraneo e lontano.
Stava attraversando i secoli e giorno dopo giorno la memoria si faceva più
labile e sottile, costringendolo a dimenticare episodi che gli erano stati cari,
quasi la rassegnazione fosse discesa su di lui al pari di una notte senza fine
e lo volesse avvolgere con le sue spire di tenebroso oblio.
Pur sforzandosi non rammentava più come fosse percepire la fine sabbia
sotto i piedi o quello che si sentiva accarezzando la pelle di qualcuno di caro.
Non sapeva più come si rideva né come si piangeva, poteva solo
lasciarsi scuotere dal vento e dalla pioggia e baciare dal sole.
La nebbia che progressivamente stava scendendo sulla sfera dei suoi ricordi
concernenti il suo status mortale lo feriva, conducendolo in un baratro di disperazione
che accentuava e gratificava il suo essere in completa balia dell'atroce gioco
a cui era stato sottoposto.
Probabilmente la sua vessatrice, se fosse stata ancora in vita, ne avrebbe goduto
con un sorriso di soddisfazione sulle belle labbra crudeli e con uno scintillio
di divertimento nei grandi occhi del colore della terra che ora lo imprigionava,
ma la trasformazione a cui lo aveva costretto gli aveva imposto di vederla anche
invecchiare e morire.
La sua centenaria esistenza solitaria lo obbligava a vedere i giorni trascorrere
ed inseguirsi gai, portatori di nuove vite che nascevano ed altre che arrivavano
a termine.
Preferiva non rammentare quanti giovanetti allegri aveva visto tramutarsi in
spensierati uomini adulti ed in anziani tremolanti, prima che la morte sopraggiungesse,
chiudendo i loro occhi per sempre. Eppure avrebbe dato tutto quanto se stesso
affinché anche lui potesse godere del medesimo ciclo, invece di essere
costantemente ancorato al suolo per colpa delle radici e dei rami che lo bloccavano
strettamente.
Innumerevoli le volte in cui aveva pregato silentemente qualche umano di servirsi
del suo corpo di legno per riscaldare la casa in cui abitava o per divenire
lo strumento di costruzione di un qualsiasi oggetto, ma la sua voce muta non
veniva udita né diveniva pago il suo bisogno.
Benché nel profondo di quell'anima che gli era rimasta sapesse bene che
il suo reale desiderio era un altro.
Un desiderio che non aveva trovato realizzazione alcuna e che mai, oramai ne
era più che certo, l'avrebbe avuta.
Aveva smesso di illudersi tanto tempo prima, persino antecedentemente all'inizio
della senilità di Brigit, l'artefice del suo stato attuale.
La rabbia che per così tanto aveva appesantito il suo cuore e che aveva
coltivato al pari del suo voler tornare umano, aveva cessato di sussistere da
molto, da quando aveva compreso l'inutilità di quel sentimento che lo
avvolgeva e dava unicamente compiacimento alla sua persecutrice.
Sembrava che la potenza e l'inflessibilità morale che aveva guidato gli
antenati di lei, in Brigit si fossero uniti con una vena di durezza che sconfinava
in quella che non poteva essere definita altrimenti che ferocia.
Perchè l'espressione di appagamento che aveva avuto sul volto dalla fredda
bellezza, nel momento in cui aveva portato a compimento la sua mutazione in
albero, era stato un qualcosa che esulava dalla semplice conclusione di un rito,
che lei giudicava giusto al fine di porre rimedio all'empietà che aveva
in lui scorto, si era trattato di una ferina esaltazione del potere che fluiva
in lei. Una delle ultime discendenti consapevoli dell'antica ed ormai estinta
casta sacerdotale druida.
Dei tanti episodi che avrebbe potuto conservare in sé e che avrebbe voluto
mantenere, la natura, o forse l'influenza che su di essa aveva avuto Brigit,
aveva deciso di fargli serbare il momento in cui lei gli si era rivelata.
Quel giorno si trovava nel bosco, intento a cacciare allegramente per il banchetto
che si sarebbe tenuto al suo villaggio per festeggiare il prossimo avvento dell'estate.
Aveva scommesso insieme a due compagni d'infanzia di riuscire a catturare abbastanza
prede da sfamare tutti quanti e, vista la sua abilità e la fortuna che
sempre lo aveva accompagnato fino a quell'attimo, era sicuro di riuscirci facilmente.
Ed invece anziché scovare una lepre od un capriolo si era trovato davanti
ad una fanciulla dall'algida bellezza in piedi in mezzo ad una radura. I lunghi
capelli scuri sciolti nel vento che si muovevano sospinti delicatamente dalla
tenera mano della brezza lieve che la avvolgeva, la veste chiara che le conferiva
un'aria diafana e quasi ultraterrena e l'espressione gelida del viso, lo avevano
stranamente intimorito per un istante, prima che si accingesse a rivolgerle
un saluto accennato.
Era sicuro di averla incontrata in qualche luogo, sebbene non sapesse con esattezza
dove, visto che non era un'abitante del villaggio.
Il vento si era chetato improvvisamente ed uno strano silenzio innaturale era
calato repentino intorno a loro, arrecandogli un sottile ma persistente disagio
che si era diffuso, prendendo possesso del suo corpo.
La figura femminile si era mossa venendogli incontro con andatura sinuosa ed
elegantemente sciolta e gli aveva rivolto parola con una voce melodica e quasi
ipnotizzante.
"Il mio nome è Brigit. La mia gente è per lo più conosciuta
come Druidi. Questa stirpe che ha determinato la mia nascita, nonostante i secoli
passati nell'ombra a causa di ciò che l'ha quasi estinta, scorre autorevole
nel mio sangue e mi impone di fare ciò che segue. Io sono la guardiana
della vita nelle sue diverse forme e tu non ne hai rispetto. Ti ho osservato
a lungo, non ti curi di cacciare per diletto, ponendo fine a delle esistenze
unicamente per ottenere lusinghe sul tuo talento, non soccorri chi si appella
a te, invocando il tuo aiuto. Non hai scrupolo nel prendere più di quanto
ti occorra e ti arroghi il diritto di strappare piante e fiori per passare il
tempo."
Le sue gambe non si erano spostate nonostante l'ordine perentorio che gli aveva
impartito, voleva fuggire di lì per scoprire di essere stato preda di
un passeggero incubo, sebbene qualcosa dentro se urlasse che era tutto fin troppo
reale.
"Non nutri affetto per nessuno se non per te stesso, non hai persone che
reputi realmente care e per cui ti sacrificheresti, ma non esiti a distruggere
ciò che non giudichi importante e che potrebbe, invece, esserlo per qualcun
altro. Poni te stesso al di sopra di tutto e questo offende e danneggia ciò
che ti circonda e di cui non ti accorgi. Avresti potuto perdurare nel tuo comportamento
fino al giorno in cui la natura ti richiamerà a sé, ponendo termine
alla tua permanenza su questo suolo, ma sei incappato in me."
La sua mente si era schiarita permettendogli di rammentare dove aveva incontrato
Brigit.
I suoi genitori, nonostante la sua contrarietà, gli avevano combinato
un matrimonio con l'unica figlia di alcuni conoscenti che abitavano nel villaggio
ai piedi delle montagne. Aveva incontrato la sua promessa sposa quando erano
entrambi poco più che bambini e lui non le aveva prestato la minima attenzione,
sebbene lei cercasse di attirarla in tutti i modi e quando un inverno più
rigido dell'usuale gli aveva strappato i genitori, ammalatisi di un'infreddatura
che li aveva condotti alla tomba, lui aveva rotto l'accordo.
Non voleva una donna al suo fianco, tanto meno una sconosciuta, cresciuta in
un altro ambiente e con altre consuetudini. Lui amava la sua libertà,
voleva restare solo per poter fare quello che credeva più opportuno,
senza dover rendere conto a nessuno per colpa di un vincolo che non sentiva
di dover contrarre.
Ed ora lei gli si ripresentava davanti, sicuramente ferita nell'orgoglio ed
anelante vendetta.
"Non susciti un sentimento positivo in nessuno, perciò non ci sarà
persona alcuna che ti rimpiangerà. Sarai condannato ad essere parte di
quel creato di cui non ti curi, per sempre. C'è un unico modo in cui
la maledizione che io ti ho imposto potrà spezzarsi, ma non sarò
certo io a rivelartelo... anche perchè sarebbe del tutto inutile."
La risata con cui aveva concluso la frase era l'ultimo suono che aveva udito
con i suoi sensi umani.
Aveva impiegato giorni, forse mesi, non lo ricordava nemmeno più, ad
abituarsi alla sua condizione.
Immobile. Vittima delle intemperie e del caldo. Con una voce che gridava muta
e rimbombava lungo quei rami che erano divenuti i suoi arti e che gli impedivano
di fare alcunché. Non poteva nemmeno esprimere le sue emozioni, che si
ripercuotevano come roboanti echi dentro di lui, facendo sanguinare la sua mente
vigile, unico rimasuglio di ciò che era stato insieme alla sua anima.
Avrebbe preferito essere annullato completamente anziché vivere il protrarsi
di quell'agonia senza fine, che lo rendeva spettatore impotente dell'evolversi
del mondo e del tempo.
Non aveva avuto nemmeno la consolazione di poter comunicare con altri esseri
come lui. Perchè in una notte senza luna, aveva visto di non essere l'unico
albero-umano esistente. Una quercia, originariamente collocata accanto a lui,
aveva restituito il corpo di una giovane donna, che si era alzata stordita,
senza apparentemente serbar ricordo alcuno.
La sua voce aveva risuonato disperata, arrivando a far vibrare persino alcune
foglie che rivestivano i suoi rami, tentando di giungerle per domandarle come
c'era riuscita, ma i pallidi occhi vagamente vacui e sperduti, lo avevano reso
consapevole che non avrebbe ottenuto nulla.
Lui era un albero.
Un vecchio salice ricurvo.
Chi avrebbe potuto parlare con lui?
Non lo facevano nemmeno i suoi abitanti clandestini, i piccoli animaletti o
gli insetti che lo avevano scelto come rifugio, perchè mai avrebbe dovuto
farlo una creatura umana?
E così, una volta di più, aveva perso la speranza che, per un
istante, lo aveva illuminato più profondamente di qualunque raggio di
sole che lo sfiorasse in estate, per poi svanire al pari di un sogno all'alba.
Ciò che era stato: un sogno.
Irrealizzabile.
Ed ora la sua unica speranza che poteva trovare concretizzazione era quella
che qualcuno ponesse fine alla sua esistenza di albero.
Non sarebbe tornato umano ma si sarebbe comunque liberato.
Perchè non avrebbe sopportato di vedere anche quell'ennesimo giovane,
che lo veniva a trovare quotidianamente, andare incontro alla morte.
Era lui a volerlo fare.
Una lacrima del cielo si poggiò sulla pagina del libro che Keetha stava
leggendo, facendogli aggrottare la fronte e chiudere il volume.
Per quel giorno era arrivato il momento di rientrare alla taverna e di riprendere
le sue incombenze. Keetha si alzò, pulendosi i pantaloni da una foglia
che vi si era posata, poi spostò lo sguardo sull'albero sospirando.
"Ci vediamo domani..."
Fissando il salice che tante volte aveva strappato un sorriso alla madre, ammaliata,
a detta dello zio, dalla sua bellezza sebbene rattristata dalla malinconia che
emanava, Keetha provò uno strano moto di affetto per quell'albero secolare
che aveva attraversato gli anni, rimanendo immutato e solitario. Lo aveva accolto
tra le sue fronde in numerose occasioni senza mai chiedere nulla, proteggendolo
spesso dal sole e dal vento, sottolineando l'alternarsi delle stagioni ed osservandolo
crescere senza mai cambiare a sua volta. Era un involontario punto di riferimento
che gli mostrava quanto la natura fosse potente e prodiga di doni inestimabili,
seppur capricciosa e volubile.
Gli carezzò per un istante la corteccia, poi si diresse velocemente verso
la sua abitazione, visto che la lieve pioggia che aveva iniziato a battere si
stava rapidamente trasformando, assumendo un vigoroso ritmo scrosciante.
Il padre quando rientrò gli rivolse una sprezzante occhiata di biasimo,
quasi a volergli far pesare quella che lui giudicava un'inutile ed incomprensibile
perdita di tempo. Non vedeva come poteva continuare imperterrito a leggere,
quando questo non gli portava nulla di produttivo anziché imparare ad
andare a caccia.
Keetha, sfuggì ai suoi occhi, dirigendosi in cucina per preparare il
pranzo, in modo da non dargli un'ulteriore fonte di accusa nei suoi confronti.
La pioggia si tramutò gradualmente in una tempesta talmente violenta
che costrinse la maggior parte degli usuali avventori a restarsene a godere
il tepore delle proprie case, anziché avventurarsi all'esterno per dirigersi
alla taverna e questo fece si che Keetha subisse maggiormente gli aspri rimbrotti
del padre e di Cynric, scontando persino la parte evitata la sera precedente.
Frequentemente il suo sguardo si perse sui lampi che schiarivano l'oscurità
incombente e che facevano un silenzioso eco ai fragori prodotti dai fulmini
che sembravano imperversare sovrani, in attesa che smettessero e si ripristinasse
il sereno, ma sembrava quasi che il cielo fosse in rivolta e che il suo desiderio
dovesse rimanere inappagato.
Quella sera chiusero in anticipo e Keetha si mise al riparo sotto una calda
coperta di lana, senza nemmeno far troppo caso al suo labbro sanguinante a causa
di un colpo del padre, dovuto alla sua presupposta disattenzione e goffaggine,
ma pregando fervidamente che il giorno successivo la pioggia cessasse, permettendogli
di recarsi nel suo angolo appartato.
Le luci dell'alba salutarono un cielo sgombro da nubi ed un mondo vibrante di
sfumature millecolori, riflesse dalla miriade di gocce incolori che sopravvivevano
sugli alberi e sui vetri dal giorno precedente.
Keetha, con il volto acceso dall'entusiasmo, sbrigò rapidamente le sue
mansioni e si avventurò per il sentiero, sentendo il cuore leggero e
felice alla prospettiva dei profumi resi ancor più intensi e forti dalla
traccia di umido che persisteva nell'aria, e dei giochi di colori che avrebbe
potuto osservare al suo arrivo.
Nell'approssimarsi alla radura i suoi sensi però entrarono in subbuglio,
preavvertendolo che qualcosa non andava, visto il quasi soffocante odore di
bruciato che si poteva percepire. Con una sensazione opprimente che iniziò
ad agitarsi prepotentemente in fondo al suo stomaco si affrettò e quando
arrivò lo spettacolo desolato che trovò lo privò per un
istante del respiro, constandogli un ansito strozzato che gli sfuggì
dalle labbra.
Lo splendido e maestoso salice che ogni giorno per oltre sette anni lo aveva
accolto con il suo splendore e con la sua imponenza si presentava spaccato a
metà e riverso in terra quasi sicuramente per colpa di un fulmine, visto
il pesante e sempre più insopportabile odore di fumo che da lui perveniva.
Keetha avvertì traditrici lacrime formarsi sulle sue ciglia scure e per
non lasciarsi prendere dallo sciocco sconforto, od almeno da quella che avrebbe
dovuto essere solo un'insignificante afflizione, si avvicinò, accorgendosi
solamente in quel momento di non essere solo.
Keetha sgranò gli occhi rimanendo nuovamente immobile e senza fiato.
In prossimità di una delle radici divelte dell'albero giaceva un uomo
riverso a terra, con il volto ed il corpo quasi completamente avvolti unicamente
da una cortina di capelli neri come la notte, che gli arrivavano almeno all'altezza
delle ginocchia.
FINE PRIMO CAPITOLO
Nota: Nonostante io sia negata alquanto, ogni volta che scrivo qualcosa, non resisto alla tentazione di disegnare i personaggi... sebbene siano decisamente migliori nella mia testolina, le mie manine hanno comunque provato a raffigurarli, per cui, se vi interessa dare un'occhiata alle loro brutte controfigure, cliccate sui loro nomi qui di seguito, altrimenti limitatevi a leggervi ed a farvi un'idea vostra.
Keetha, Willow