- prima parte -

DISCLAIMER: I pg, per loro somma sfortuna, sono solo nostri ^__^.
NOTE: I viaggi in treno fanno male alla salute, in particolar modo alla sanità mentale... perciò non prendetevela con noi ma con le ferrovie ;P.

"... La renna al Polo Nord trotterelando va..."


















La neve che avvolgeva perennemente ogni cosa, quel giorno brillava di un candore accecante grazie al riverbero luminoso prodotto dal sole, che si era affacciato esitante nel cielo quasi uniformemente plumbeo. Il laghetto ghiacciato nei pressi del boschetto, preso d'assalto dai più giovani intenti a pattinarvi ed a ridere, prendendosi di mira con palle di neve di varia misura raccolta sui bordi erbosi ed imbiancati, era in fermento nell'attesa del sopraggiungere della decisione agognata per tutto l'anno.
Nugoli di curiosi attorniavano con aria festante i candidati, mentre i più anziani pronosticavano con occhi critici i possibili esiti, valutando attentamente ogni dettaglio che li facesse giungere alla giusta conclusione. Le donne bisbigliavano eccitate, trattenendo con pazienza i bambini più piccoli che, sedato l'irrefrenabile impulso di scappare a giocare, si aggrappavano capricciosamente alle lunghe gonne materne, cercando di sapere se avrebbe vinto il proprio preferito.
I sedici ragazzi, schierati in fila, sostavano fermi, tentando di celare l'inquietudine e la speranza che li animava e che aveva fatto arrossare i loro volti per lo più imberbi e sul finire dell'adolescenza. I loro occhi, di diverse sfumature, splendevano di un insolito miscuglio di ansia e sicurezza, mentre la varietà di colori dell'incarnato e dei capelli risaltava mediante il tono austero dei medesimi completi che indossavano, creando un piccolo compatto arcobaleno iridescente.
All'improvviso, l'approssimarsi di un uomo imponente, dall'incedere autoritario e rassicurante al contempo, smorzò le risate e le voci che avevano formato un gradevole intermezzo volto a spezzare la tensione chiaramente percepibile. Impercettibilmente ognuno dei presenti si avvicinò il più possibile all'allineamento dei ragazzi, formando un semicerchio silenzioso, contemporaneamente alla figura che vi si fermò dirimpetto, scrutando fermamente ogni componente con i penetranti e bonari occhi scuri. Un lieve sorriso sul viso rubizzo accompagnò infine un cenno di assenso comprensibile unicamente a se stesso, che ebbe il potere di far trattenere il respiro a più di uno spettatore.
“Ewan, Maximilian, Sebastian... e Danya.”
La voce salda e lo sguardo che sembrava suggerire la mancata accettazione di un qualsiasi reclamo, blandì sul nascere ogni replica e sancì l'inizio delle esclamazioni di euforia dei nominati.
Uno in particolare guardò ad occhi sgranati il suo mentore, non riuscendo a credere di aver udito realmente il proprio nome. Danya, stordito dalla sorpresa e con il cuore che batteva forte nel petto, impiegò ben più di un attimo per raccogliere un sorriso radioso, nonostante alcuni avessero già iniziato a congratularsi con lui ed un paio di esclusi gli avessero mormorato uno striminzito 'buona fortuna', velato di benevola invidia. D'altronde qualsivoglia forma di cattivo sentimento era bandito da quel luogo d'incanto e di pura armonia e Danya, nonostante la felicità che si stava rapidamente sostituendo all'incredulità, si dispiacque per i compagni che non avrebbero partecipato attivamente all'evento per il quale si erano preparati durante tutto l'anno.
“Suvvia Danya, non essere così sorpreso, la tua marachella è già stata dimenticata da tempo. Pensavi davvero che un episodio della tua infanzia pregiudicasse una tua possibile scelta? So benissimo quanto ti sei impegnato, l'hai meritato appieno.”
Danya arrossì di contentezza, sentendosi così spronato ed elogiato da quell'uomo che ammirava tanto, enfatizzando così il colorito latteo della sua carnagione ed il bagliore dorato che si scorgeva nelle sue iridi castane, che apparivano immense sul visino dai lineamenti delicati e quasi efebici.
“Grazie Babbo Natale! Stanotte sarò una renna perfetta! Io e gli altri riusciremo a portarti in tempo ovunque, non avrai ritardi!”
“Ne sono certo! Inoltre il tuo entusiasmo è contagioso, darà la carica e l'energia necessaria a tutti! Ora vai a riposare, sarà una lunga notte.”
Danya annuì e corse via con passo leggero, lasciando orme appena accennate sul manto bianco del sentiero e svariate persone a seguirlo sorridenti nel suo procedere a zig zag per evitare cespugli e bucaneve.

L'imbrunire, fatte scomparire le ultime ombre, aveva preso possesso del mondo, ammantando tutto con il velo stellato della nera notte. La frenetica attività di folletti e piccoli elfi intorno ad un'enorme slitta, ricolma di doni e pacchi, era illuminata da una moltitudine di lanterne, tenute in mano da altrettante donne che vegliavano amorosamente sul lavoro dei loro uomini.
Danya, infilatosi un giaccone pesante, si affrettò a disporsi in coppia con Ewan che con lui avrebbe formato la coppia trainante posteriore, secondo le istruzioni ricevute, ed aspettò che Marhui, l'anziano e saggio folletto dai sottili baffi grigi che era il braccio destro di Babbo Natale, terminasse le ultime revisioni ed assicurasse ordinatamente i restanti regali da distribuire. Ad un suo rituale gesto di approvazione con il mento appuntito, tutti si fecero vigili ed attenti, pronti ad assistere all'usuale, ma sempre stupefacente, spettacolo di trasformazione che Babbo Natale avrebbe compiuto arrivando.
Avvolto nel tradizionale e caldo vestito di panno rosso rifinito di pelo bianco, l'eterno vecchino dalla folta barba sorrise, mormorando poche frasi e sistemandosi con cura sul sedile di legno.
Un'intensa luce dorata dagli scintillii rossastri avvolse il corpo dei quattro emozionati ragazzi, facendoli vibrare e modificando le loro fattezze in quelle di eguali e superbe renne dal manto setoso e dalle corna lunghe e ramificate. L'osservare le membra e gli arti allungarsi ed assottigliarsi, perdendo le caratteristiche umane per assumere quelle animali, era un qualcosa che lasciava attonito chiunque, nonostante fosse un avvenimento ripetuto puntualmente ogni anno.
Ad un grido unanime di 'buon viaggio', la slitta si sollevò, facendo tintinnare i campanellini delle fiancate ed oscillando magicamente nel cielo, pronta per compiere il lunghissimo tragitto che le si dipanava dinnanzi.
Danya annusò l'aria, allargando appena le narici per assaporare con i nuovi sensi, che normalmente non gli appartenevano, il contatto con il vento freddo e frizzante dell'oscurità. Aver acuito così improvvisamente tutte le potenzialità visive, olfattive ed uditive, avendo altresì diminuito la percezione tattile e gustativa, lo rendevano trepidante di sperimentare e paragonare i due differenti stati, ma cercò di tenere a freno quell'istinto e di continuare a coordinarsi con gli altri per non rallentare il percorso da effettuare.
Ad ogni tappa, ogni dono consegnato era la realizzazione dell'impegno costante di una grande quantità di persone che collaboravano per far avverare i desideri di qualche bimbo ancora capace di sognare.
Aveva sempre pensato che non vi fosse missione più nobile e bella che dare tutto se stesso per aiutare Babbo Natale ed i suoi assistenti in modo da far andare tutto nel migliore dei modi ed ora che volava veloce nella volta celeste ne era maggiormente convinto, tuttavia il vedere da vicino ogni casa in cui si fermavano lo aveva inaspettatamente riempito di uno strano struggimento. Non riusciva a comprendere e motivarne la ragione ed era certo di essere il primo a provare tale sensazione. Sin da quando era poco più di un bimbetto capace di camminare senza dover gattonare, aveva ascoltato avidamente ogni racconto di tutti i prescelti ad accompagnare Babbo Natale nella sua distribuzioni durante la vigilia ed era sicuro che mai nessuno avesse fatto menzione di questo fenomeno.
Perché lui era diverso?
Danya tentò di calmarsi, concentrandosi sulla lista delle strade che aveva imparato a memoria. Il suo corpo si muoveva automaticamente insieme a quello di Ewan, Maximilian e Sebastian, ma la sua mente si rifiutava di subire le briglie che stava cercando di imporle. I suoi occhi erano inesorabilmente attirati dall'intermittenza delle lampadine collocate ad arte sugli abeti addobbati a festa. Il suo naso sembrava voler odorare solamente i profumi di dolci preparati con amore mentre il suo udito si colmava unicamente di serene risate ed allegre canzoni piene di tenerezza, senza riuscire a sentire i campanellini che scandivano il loro trotto. Sembrava che in qualsiasi direzione si volgesse individuasse solo gioia e felicità. Non era forse questo lo spirito che contribuiva a portare e spandere sulla terra? Allora perché improvvisamente aveva l'impressione che tutto denunciasse ed indicasse la sua solitudine?
Eppure lui non era solo, aveva tanti amici e Babbo Natale che si occupava di lui e dei tanti orfani come lui, sin da quel lontano Natale in cui lo aveva trovato, abbandonato, sull'androne della chiesetta di campagna in cui aveva compiuto una breve sosta.
Glielo avevano narrato tante volte gli ormai quattro adulti che erano stati i fedeli destrieri di quella notte. Una vigilia in cui la neve era divenuta simbolo di tormento anziché di ovattata pace, visto il suo infuriare implacabile e senza sosta, per riposare gli occhi affaticati dal tentativo di mantenere stabile la rotta, si erano fermati in un angolo riparato e seminascosto della piccola chiesa che stavano sorvolando, ed in cui si stava celebrando la messa in onore del Natale.
Lontani dagli sguardi dei pochi devoti che si erano avventurati fuori nonostante la bufera per partecipare alla solenne cerimonia, Babbo Natale, Tobias, Rey, Rupert e Manuel, si erano concessi pochi istanti per riprendersi e mettersi in marcia, quando il sensibile udito della figura più amata da tutti i bambini esistenti, aveva captato un insolito rumore. Un vagito.
Incuriosito si era messo a cercare la fonte del suono ed aveva trovato un neonato minuscolo che stava rapidamente illividendo. Senza perdere tempo lo aveva avvolto nella sua enorme giubba, tiepida grazie al tepore emanato dal suo corpo, e lo aveva affidato a Tobias, ingiungendogli di portarlo immediatamente da Najiya, il folletto che aveva il compito di occuparsi della salute di tutta la comunità. Tobias aveva corso senza risparmiarsi e lo aveva consegnato prontamente a Najiya, che era accorso insieme a tutti gli altri, attirati dall'inaspettato e repentino ritorno di un'unica persona.
Il medico aveva decretato che il bambino era nato da poche ore e, spogliandolo per potergli prestare le cure necessarie, aveva trovato un biglietto di poche righe, vergate con mano incerta, in cui si chiedeva anonimamente di allevare amorevolmente quel bimbo a cui non potevano provvedere. Tutti gli elfi, i folletti e gli orfani raccolti da Babbo Natale in quegli anni, si erano indignati per le condizioni in cui era stato rinvenuto il bambino ed avevano deciso unanimemente di adottare quell'esserino fragile e solo.
Rey, Rupert e Manuel avevano imitato Tobias, dando il meglio di loro stessi per tornare celermente a casa a vedere lo stato del neonato. Babbo Natale, senza dar segno di avvertire minimamente la stanchezza accumulata, aveva subito domandato notizie, non appena posato piede sul suolo antistante la sua immensa villa e le donne, sorridendo commosse, avevano assicurato che Najiya aveva compiuto uno dei suoi abituali miracoli, salvandolo tempestivamente da morte quasi certa.
Da quel remoto Natale di ormai venti anni prima, Danya, il cui nome era stato stabilito da Tobias, autoproclamatosi suo padrino, era divenuto un membro effettivo della comunità che viveva e lavorava intorno all'attività di Babbo Natale. Era stato ricoperto di talmente tanto affetto, premure e benevola accettazione da parte di tutti che aveva sempre giudicato un dono inestimabile e stupefacente l'essere entrato a far parte di quella grande famiglia. Ora, invece, sentiva quest'inquietudine che sembrava volerlo avvertire della mancanza di qualcosa.
Era un senso di privazione che lo riempiva, creandogli disagio e distogliendolo dall'occupazione per cui era stato scelto e per cui si era allenato costantemente ed assiduamente da tre anni a quella parte. Aveva bramato da sempre di poter far parte della squadra di renne che scandiva il cammino di Babbo Natale tra la sera della Vigilia alla mattina di Natale e si era impegnato per far sì che si avverasse, studiando accuratamente i percorsi ed aumentando la resistenza nella corsa.
Perché ora non gli bastava? Possibile che fosse un eterno insoddisfatto sempre alla ricerca di ciò che non possedeva? Era così effimera la sua felicità da svanire non appena conquistata? Non aveva intenzione di essere e comportarsi così, doveva smetterla di essere infantile e sforzarsi di essere all'altezza delle aspettative che Babbo Natale aveva dimostrato di riporre in lui.
Danya, immerso in queste considerazioni, non si accorse della frenata di Sebastian, che lo antecedeva, e per l'impatto indietreggiò, finendo per urtare contro la slitta e strisciare la zampa posteriore sinistra contro lo spigolo, procurandosi una ferita sanguinante.
Ad occhi sbarrati assistette per un istante alla fuoriuscita del liquido scarlatto, che apparso tra la pelliccia iniziò a scorrere copiosamente, prima di sentirsi mancare, abbandonandosi ad una confortante incoscienza.

Un odore di umido penetrò il suo stato di torpore, permettendogli di tornare nuovamente vigile. Danya sollevò la testa, privo per un attimo di pensieri che gli permettessero di orizzontarsi nel vuoto che regnava nella sua mente, ma il movimento lo indusse a gemere di dolore per lo spostamento che la gamba aveva di riflesso subito.
Lasciando vagare lo sguardo sul luogo in cui si trovava disteso ed avvertendo fitte sempre più forti sull'arto inferiore sinistro, fu presto consapevole di ciò che era successo e dentro di lui prese a diffondersi il panico. Come aveva fatto a ritornare umano se fino a poco prima, od almeno credeva fosse poco prima, stava volando attaccato alla slitta di Babbo Natale sottoforma di renna? Perché si trovava solo nel bel mezzo di una viuzza mal illuminata e bagnata dalla pioggia che era appena iniziata a scendere? Dove erano ora Babbo Natale, Ewan, Maximilian e Sebastian? Dove era finito esattamente?
Mille quesiti iniziarono ad affollarsi simultaneamente in lui, portandolo a chiudere per un istante gli occhi, alla ricerca di un momento di pace. Respirando a fondo tentò di dominarsi, senza riuscire a fornirsi una spiegazione plausibile ad eccezione di essere stato lasciato lì a causa del suo comportamento. Danya era sicuro di ritrovarsi in quella situazione per colpa dell'ingratitudine che aveva dimostrato verso tutti coloro che gli erano stati accanto per tutta la sua vita.
Nel desiderio intenso di far parte di una vera famiglia, che rispecchiasse tutto ciò che il termine presupponeva, di avere qualcuno di speciale vicino con cui attendere il Natale, aveva tradito tutto ciò che gli era stato elargito spontaneamente fino a quel momento ed ora ne pagava le conseguenze.
Era perfettamente conscio che Babbo Natale non poteva tardare il suo giro di consegne per nessun motivo, ma l'essere lì, senza nessuno che lo avesse riportato indietro, testimoniava che doveva scontare la delusione che aveva arrecato al suo mentore.
Il suono stridulo del vento sempre più pungente, che aveva cominciato ad insinuarsi sotto il modesto riparo fornito dagli abiti che indossava, e la pioggia che implacabile lo stava ricoprendo e bagnando completamente, vennero sovrastati e vinti da un rumore di passi sempre più prossimi e risvegliarono Danya dalle sue cupe riflessioni, consentendogli di catalizzare l'attenzione su ciò che doveva fare. Cosa lo aspettava ora? Non poteva di certo tornare sulla Via Lattea da solo ed in forma umana, non sarebbe mai riuscito a raggiungerla. Inoltre non aveva il coraggio di farlo, non volendo leggere il biasimo, la riprovazione od addirittura l'avvilimento, nelle iridi castane di Babbo Natale, in quelle verde scuro di Tobias ed in quelle degli altri.
Mordendosi forte il labbro inferiore Danya scoprì che un uomo avvolto in un lungo cappotto nero e con il volto celato dall'ombrello, leggermente inclinato in avanti per via del vento, si stava avvicinando a lui. Il suo cuore iniziò a battere freneticamente per la paura. Quante volte aveva sentito sussurrare accenni riguardo alle cose 'indicibili' che accadevano quotidianamente sulla terra? Aveva notato in più di un'occasione gli occhi di Tobias e degli altri riempirsi di terrore quando qualche bambino, pieno di curiosità, provava ad insistere per conoscere dettagliatamente ciò che gli adulti non menzionavano mai, neanche tra loro.
Ed ora lui, senza sapere nulla di ciò che poteva capitare, era in balia degli eventi con il rischio di imbattersi in uno dei cosiddetti 'malvagi', quelli per cui Babbo Natale si rattristava e che non credevano più in lui e nel loro mondo.
Danya fissò atterrito l'uomo, imponendosi di fare qualcosa, ma così facendo, vittima di paure dalla forma indefinita e per questo ancor più tenebrose e terribili, dimenticò ogni cautela e scordò di non poggiare lo sguardo sulla sua ferita.
Fu un attimo, e come sempre la vista del sangue gli fece perdere i sensi e lo condusse in un tetro ma rassicurante oblio.

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Quella era proprio una strana Vigilia di Natale ed il turno in ospedale sembrava essere stato solo un anticipo di quello che sarebbe seguito. Aveva staccato alle ventitre ed aveva curato, nelle ultime due ore, non ricordava nemmeno più quante persone con i classici sintomi dell’indigestione, e nonostante questo, erano tutti felici e contenti, come se il Natale fosse la più bella ed importante delle feste. Alla fine era solo un giorno come un altro, qualcuno era nato in quella stessa data millenni prima, ed allora? A tutt’oggi nascevano moltissime persone la notte del ventiquattro dicembre, ma nessuno si sognava di mettersi a fare una festa per quelle nascite!
La pioggia continuava a scendere fitta, non riusciva a capirne il motivo ma sembrava che le nuvole avessero deciso di mandare giù tutta l’acqua che avevano serbato fino ad allora.
Sekani era stanco, sentiva le spalle dolergli ed a stento riusciva a girare il collo senza sentire sinistri rumori provenire dalle sue ossa, quella era stata un giornata infernale, altro che felicità. Era l’anniversario della morte dei suoi genitori, e per quanto cercasse di non pensarci e volesse andare avanti, passare il Natale da solo non era di certo una cosa che faceva piacere. Non era mai stato un tipo religioso, era solo contento di poter trascorrere un giorno tutti insieme, come quando era un bambino. Solo che quel Tizio nato millenni orsono, due anni prima, aveva deciso che i suoi genitori avevano trascorso fin troppi Natali sulla terra e semplicemente se li era ripresi per poter festeggiare il suo compleanno anche con loro. Nonostante fosse un uomo più che adulto in quelle occasioni si sentiva come un bambino perso in un mare di folla, in cui chiunque procedeva per la sua strada senza mai accorgersi di lui.
I suoi nonni continuavano a dirgli di trasferirsi da loro, di cambiare vita, ma come poteva? Ormai il tirocinio era quasi finito, all’ospedale lo avrebbero assunto con l’inizio del nuovo anno, che motivo aveva di andarsene?
Era rimasto solo, ed allora? In più… era convinto che se se ne fosse andato non avrebbe più potuto incontrarlo. Non sapeva che aspetto avesse ormai, ma era certo che lo avrebbe riconosciuto.
Un rumore ed una specie di gemito soffocato attirarono la sua attenzione dal vicolo poco più avanti. Per un istante fu tentato di tirare dritto, in fondo chissà cosa avrebbe potuto trovarvi visti i tempi che correvano, ma…
Quel dannato giuramento… ancora non lo aveva fatto, ma già Ippocrate reclamava quello che sarebbe stato il suo tributo: curare, sempre e comunque, chiunque.
Si strinse un po’ di più nel cappotto per respingere il soffio di vento gelido che proprio in quel momento ululò nel silenzio della strada, e si infilò nel vicolo, pensando che magari un gatto avrebbe avuto piacere di accompagnarlo fino a casa.
Quello che trovò, però, aveva ben poco del gatto randagio, almeno ad una prima occhiata.
Un ragazzo era steso a terra ed era bagnato fradicio, sembrava del tutto incurante della pioggia che scendeva fitta ed anche del freddo, visto che indossava solo un semplice giaccone. La fioca luce che proveniva dalla strada principale non gli permise di vedere subito la ferita e si chiese perché quel ragazzo fosse lì. Stava avvicinandosi per chiederglielo quando quel piccoletto - non sembrava essere molto alto del resto - si guardò per un istante la gamba sinistra, dopo aver fissato la direzione da cui proveniva e… svenne.
Sekani cominciò a maledire quel dannato giuramento da medico, ricordandosi che ancora non lo aveva pronunciato, e poi si inginocchiò accanto al ragazzo per controllarne i battiti.
A giudicare da una prima analisi sembrava essere in salute, e solo in quel momento si accorse di una profonda ferita sul polpaccio sinistro ed imprecò a bassa voce per la debole luce che non gli aveva permesso di individuarla prima. Lo prese in braccio, dopo aver chiuso l’ombrello ed aver inveito di nuovo perché in meno di dieci secondi era già del tutto fradicio, e poi uscì dal vicolo, con quello strano ragazzo tra le braccia e l’ombrello appeso al braccio piegato.
Si guardò in giro e non vide macchine ma solo le luci provenienti dalle finestre dei palazzi intorno. L’ospedale era a dieci minuti, casa sua a cinque. Si disse che Mark, quel poveraccio a cui era toccato fare il turno di notte, avrebbe gradito un diversivo come mettere qualche cerottino ai graffietti di quel ragazzo, ma le sue gambe cominciarono a dirigersi verso casa sua, con la scusa mentale di essere completamente bagnato e di non aver voglia di tornare di nuovo in ospedale, con il rischio, più che concreto, che tutti i presenti lo costringessero a rimanere lì. Lui voleva solo cambiarsi e mettersi davanti al camino. Gli era costato uno sproposito, il minimo era che lo utilizzasse quanto più possibile!
Si diede dell’imbecille durante tutto il breve tragitto, e continuò anche dopo aver rischiato di cadere, portandosi dietro il ragazzo del mistero, così lo aveva ribattezzato nella sua mente, di rompersi un polso nel tentativo di fare il contorsionista ed aprire il portone e poi la porta di casa senza far cadere il fagotto, ed ancora non aveva smesso mentre continuava a fasciare la gamba del suddetto fagotto. I capelli castani gli si erano attaccati alla fronte nascondendo parte del viso. I lineamenti erano delicati e mentre lo guardava riposare tranquillo, provò lo strano impulso di accarezzargli una guancia, ma si fermò giusto in tempo.
Si era procurato chissà come una ferita sul polpaccio, non era profonda ma non era nemmeno un graffio, avrebbe dovuto applicare degli strip, quei cerotti che usavano in alcuni casi al posto dei punti, e che fortunatamente aveva in abbondanza, visto che Mark glieli aveva messi nelle tasche del cappotto per fargli non aveva ben capito quale scherzo.
Gli aveva sfilato i pantaloni rivelando così due gambe magre ma molto muscolose e qualcosa di invitante al di sotto dei boxer neri, ma aveva lasciato da parte ogni considerazione puramente estetica per concentrarsi solo sul taglio. Lo aveva disinfettato, pulito per bene e poi aveva messo gli strip, rigorosamente con i guanti di lattice alle mani.
Sekani si fermò per un attimo a guardare il ragazzo che dormiva placidamente nel SUO letto, ora nudo, eccezion fatta per i boxer, e si domandò se anche il suo ancora perduto innamorato fosse diventato bello come era quel micetto addormentato.
Aveva dodici anni, era la vigilia di Natale e i suoi genitori lo avevano portato in un grandissimo centro commerciale che quella sera, e per buona parte della notte, avrebbe raccolto le lettere che i bambini ancora non erano riusciti ad inviare a Babbo Natale consegnandogliele a lui personalmente. A quell’epoca aveva già smesso di credere a Babbo Natale ed anche che si servisse dei genitori dei bambini perché non poteva visitarli tutti, come gli aveva spiegato la mamma qualche anno prima quando l’aveva vista mettere i regali sotto l’albero, dopo essersi svegliato nel cuore della notte. Uscire però la sera dopo cena senza dover andare al letto alle dieci e non più tardi, come invece accadeva durante il resto dell’anno, era un’occasione da non perdere e così si era dimostrato più che entusiasta all’idea. Aveva anche scritto una letterina a Babbo Natale in cui chiedeva la pace nel mondo ed un amico che potesse volergli bene.
Da sempre Sekani era un tipo chiuso ed introverso e sembrava che niente fosse in grado di scuoterlo, però da piccolo desiderava davvero moltissimo avere un amico con cui giocare!
Il centro commerciale era affollato più che mai, bambini urlanti e festanti correvano di qua e di là senza badare troppo alle madri che li richiamavano e cercavano, spesso senza troppo successo, di fermarli. Sekani era rimasto buono e tranquillo in fila senza lamentarsi, aveva consegnato la sua letterina al finto Babbo Natale e poi aveva ricevuto carezze dall’uomo e dai suoi genitori per essersi comportato bene.
Un attimo dopo, mentre la folla continuava ad accalcarsi e sua madre diceva a suo padre che voleva andare a vedere una vetrina in particolare, Sekani si ritrovò circondato da persone che non conosceva mentre i suoi genitori sembravano essere spariti.
Si guardò in giro alla loro ricerca ma ancora non era abbastanza alto per sovrastare la folla ed avere una visione nitida di quello che aveva intorno. Rassegnato pensò che il modo migliore per non perdersi ulteriormente sarebbe stato raggiungere la macchina nel grande parcheggio esterno al centro commerciale ed attendere lì pazientemente.
Uscì, rabbrividendo per l’enorme differenza di temperatura tra fuori e dentro, perché anche se aveva rimesso capello, guanti e sciarpa ed allacciato nuovamente il pesante giaccone che indossava, non era preparato al vento che soffiava e gli sferzava le guance facendogli quasi lacrimare gli occhi.
Pensò di rientrare e cercare di trovare i suoi genitori al calduccio, ma sentire chiamare il suo nome dall’altoparlante non era proprio quello che voleva…
Stava quasi per raggiungere la macchina, anche se non era sicurissimo che quella fosse la giusta sezione del parcheggio, quando dei singhiozzi attirarono la sua attenzione. Sua madre gli diceva sempre che avrebbe dovuto tenere a bada la curiosità, ma proprio non ci riusciva, era davvero più forte di lui. Non troppo distante dall’auto di suo padre, che per fortuna aveva individuato lo stesso, i singhiozzi si erano fatti più forti ed il pianto di un bambino gli era sembrato inconfondibile. Fece ancora pochi passi prima di trovasi davanti un paffuto bimbetto di due o tre anni che piangeva disperato, fermo tra due macchine parcheggiate, con indosso un cappottino, un maglione e dei pantaloni, tutto di un verde scuro, che ricordava il colore del costume che indossavano i cossidetti folletti, aiutanti di Babbo Natale, all’interno del centro commerciale.
Si avvicinò titubante, guardandosi intorno e chiedendosi cosa ci facesse lì da solo un bambino così piccolo.
“Bimbo…”
Il bambino continuava a piangere e sembrava non averlo sentito.
“Bimbo…”
Provò a mettergli una mano sulla testa e solo allora il bambino, tra singhiozzi e lacrime, spostò i pugnetti che gli coprivano gli occhi e guardò Sekani. Lì vicino c’era uno degli altissimi lampioni che illuminavano tutto il parcheggio, così Sekani poté vedere i suoi grandi occhi castani, inondati di lacrime e socchiusi a causa di queste e del vento, le guanciotte arrossate ed il naso che sembrava un pomodoro, piccolo, ben fatto e tutto rosso per via del pianto.
“Ti sei perso?”
Il bambino non accennò a smettere di piangere ma fece sì con la testolina, facendo ondeggiare la massa di capelli castani gli incorniciavano il bel visino.
“Anche io sai?”
Il bambino spalancò gli occhi per lo stupore e sembrò che le lacrime si attenuassero.
“Davveo?” Aveva una voce dolcissima, come la maggior parte dei bambini, anche se era un po’ bassa a causa del freddo che doveva aver preso.
“Sì… anche la tua mamma ed il tuo papà sono lì dentro?” Sekani indicò il centro commerciale con un dito ma il bambino aveva già cominciato a scuotere la testa in segno di diniego.
“Non ce li ho…”
“Oh… mi spiace… e con chi eri?”
“Con Babbo!” Sekani non era sicuro di aver capito bene. Se non aveva la mamma ed il papà, come poteva essere con il suo babbo?
“E dov’è lui?”
Il bambino indicò il cielo stellato, e di nuovo Sekani si chiese perché non ci stesse capendo un tubo.
“Oh… ma vedrai che ti starà cercando…”
Il bambino, non appena sentì quelle parole riprese a piangere disperato. Che aveva detto ora di sbagliato?
“Va bene… sta calmo dai… lo vuoi un regalo?”
Il bambino lo osservò sospettoso e tirò su con il naso. Sekani sorrise e si chiese se anche lui da piccolo era così furbo. Piangere perché si era tristi ma smettere non appena si prospettava un regalo… era decisamente un buon metodo…
Alzò la manica del giaccone e tolse dal polso sinistro un braccialettino di caucciù che sua madre gli aveva comprato pochi giorni prima su di una bancarella. Era carino e gli piaceva parecchio, ma lui avrebbe potuto averne un altro e se con così poco quel bimbetto carinissimo avesse smesso di piangere, allora non sarebbe stato sprecato.
Lo mise nella mano del bambino e lui lo guardò per un attimo prima che lo sguardo gli si illuminasse.
“E’ belliccimo! Azie!!”
“Prego, ora va meglio?”
Il bambino tirò su con il naso ed annuì vigorosamente sorridendo contento. Sekani prese un fazzoletto dal pacchetto che sua madre gli metteva sempre in tasca e fece soffiare il naso al bambino che ubbidì e continuò a sorridere, prendendo la mano del bambino più grande.
“Batino!”
“Cosa?”
“Ti do un batino!”
Sekani non era convinto di aver capito ma si abbassò lo stesso, anche perché il bimbo lo stava tirando giù alla sua altezza per una manica. Si inginocchiò davanti a lui ed il bambino gli buttò le braccia al collo, regalandogli un sonoro bacio sulle labbra.
Sekani arrossì pensando che quelli erano i baci che aveva sempre visto scambiarsi ai grandi, come sua mamma e suo papà, ma dato che anche suo zio Shane, il fratello di sua madre, dava bacini simili al suo amico AJ, allora forse non c’era niente di male. Si chiese se fosse stato possibile che Babbo Natale avesse avverato il suo desiderio di avere un amico, ma quello era un bambino di tre anni, non un amichetto con cui giocare! Era un po’ deluso per questo, ma allo stesso tempo felice perché si era reso utile e perché adesso sapeva cosa voleva fare da grande: aiutare tutti i bambini piccoli come quello che ancora lo stava abbracciando, non sapeva ancora bene come, ma lo avrebbe fatto!
Stava per prenderlo in braccio quando il bambino si rischiarò in volto, guardando qualcuno alle spalle di Sekani, e corse incontro ad una figura. Un po’ deluso Sekani si girò per guardare chi aveva ‘rubato’ l’attenzione del bimbo e vide… Babbo Natale, o meglio, un uomo vestito con il classico vestito rosso e la barba bianca. Non gli sembrava che fosse lo stesso uomo a cui aveva dato la lettera all’interno del centro commerciale, ma forse lui era quello che doveva fare un altro turno…
“Babboooo!!!” Il bambino urlò felice il nome dell’uomo e gli volò tra le braccia, mentre lui si abbassava alla sua altezza e poi lo sollevava in alto per ‘farlo volare’.
“Hai avuto paura piccolo?” Il bambino scosse forte il capo ma gli occhi ancora rossi lo smentivano.
“Va bene piccolo, ora torniamo a casa, contento?”
“Cii!!” Il piccolo gettò le braccia di nuovo attorno al collo dell’anziano, alto e panciuto signore, e gli diede numerosi baci sulle guance, grattandosi poi le labbra perché la barba gliele aveva punte.
“Ti devo ringraziare signorino…”
“Non ho fatto niente…”
“Sei solo?”
“No, non si preoccupi, mamma e papà sono dentro.”
“Beh dovresti raggiungerli, ti staranno cercando.”
“Già… allora… lui starà bene?”
“Oh sì, benissimo!” L’uomo sorrise e Sekani pensò di non aver mai visto un sorriso così bonario e rassicurante. Il bambino in braccio all’uomo sbadigliò teneramente strofinandosi i pugnetti chiusi sugli occhi, ormai la stanchezza per il gran pianto fatto cominciava a farsi sentire, e di certo anche l’ora tarda faceva il suo effetto. Allungò le braccia verso Sekani dicendo di nuovo “Batino…” anche se ora la sua voce era dolce e quasi addormentata.
L’uomo vestito da Babbo Natale sorrise e si abbassò davanti a Sekani in modo che il bambino tra le sue braccia potesse sporgersi. Gli diede un nuovo bacio sulle labbra e poi si assopì con un sorriso dolcissimo e soddisfatto sulle labbra. Sekani arrossì di nuovo e prima che potesse chiedere all’uomo come si chiamasse il bambino, lui gli accarezzò i capelli ed in quello stesso momento sentì la voce di sua madre che lo chiamava. Si voltò per dire all’uomo che non c’era bisogno che rientrasse ma lui ed il bambino erano spariti. Sekani si guardò attorno con gli occhi sgranati, ma dell’uomo continuava a non esserci traccia. Stava ancora osservando incredulo in giro quando sentì le braccia di sua madre stringerglisi attorno al corpo ed il suo sospiro di sollievo gli fece ricordare di essersi perso anche lui, almeno ufficialmente.
Solo diversi anni dopo capì che il suo sogno da bambino, aiutare tutti i bambini tristi, poteva realizzarsi diventando un medico, e così aveva deciso di studiare per divenire pediatra, ed ora la sua aspirazione si era quasi realizzata.
Ovviamente non aveva più rivisto quel bambino e non aveva nemmeno mai saputo il suo nome, però quegli occhi così dolci gli erano rimasti impressi, nonostante fossero passati diciasette anni.
Quando aveva quindici anni aveva deciso che quel bambino sarebbe stato la sua anima gemella, aveva capito che i baci che lo zio Shane dava al suo amico AJ non erano un segno di amicizia, almeno non nel senso stretto del termine… e così aveva ‘stabilito’ che preferivi i ragazzi alle ragazze - anche perché lo zio AJ, come lo aveva sempre chiamato, era un gran bel figliolo e gli era sempre piaciuto molto di più della zia Martha, la, a detta di tutti, bellissima moglie dell’altro fratello di sua madre, il che era un segnale piuttosto chiaro sui suoi gusti - e che non avrebbe avuto nessun altro fidanzato che quel bambino, lo avrebbe ritrovato ed allora sarebbero stati felici insieme. Era una cosa stupida, se ne rendeva conto, ma era così grave se non si era mai innamorato?
Attrazione fisica sì, storie senza troppa importanza ne aveva avute, ma l’amore… quello non era mai arrivato…
Un mugolio proveniente dal ragazzo disteso nel suo letto lo distolse da quelle stupide elucubrazioni sulla sua vita sentimentale e dopo poco si ritrovò due grandi occhi castani puntati nei suoi.
Per un attimo gli sembrò di rivedere quel bambino di tanti anni prima, ma scacciò subito quel pensiero.
Non appena si rese conto di non trovarsi in un luogo a lui conosciuto il ragazzo scattò a sedere, ma probabilmente il dolore alla gamba lo immobilizzò, perché una smorfia gli si dipinse sul viso dai lineamenti altrimenti molto delicati.
“Sta giù, hai una brutta ferita.”
“Lo so! Ma… dove sono?”
“A casa mia.”
“Ehm… sì… e tu chi sei?” Dopo un attimo in cui parve osservarlo meglio, il ragazzo spalancò gli occhi e si coprì la bocca con una mano. “Sei… sei… sei… Lucifero??”
Sekani lo osservò per un istante e si chiese se quella fosse una battuta riuscita male o solo uno scherzo riuscito altrettanto male.
“No… decisamente no…”
“Beh… hai gli occhi azzurri ed intensi come quelli si dice abbia lui, i capelli neri… Beh le ali non si vedono, ma magari le hai nascoste!”
Sekani lo guardò senza riuscire a capire se stesse scherzando, anche se sembrava davvero molto serio…
“Mi chiamo Sekani…”
“Oh… che bel nome… ma è strano…”
“Mia madre era fissata con la mitologia egizia… era il nome di un dio o di che so io… comunque significa risate… non c’entra davvero un cavolo con me…” Sekani si chiese da quando avesse cominciato a parlare così tanto, specie con uno sconosciuto, ma visto gli strani discorsi che aveva fatto, forse era solo un ragazzo molto religioso…
“Bello! Io mi chiamo Danya… è russo, sai? Significa dono di Dio…”
Appunto, era solo un ragazzino troppo religioso… non era fuori di testa come sembrava all’inizio…
“Mh… beh adesso ti do qualcosa da metterti…”
Sekani si rese conto che Danya non aveva ancora capito di essere nudo sotto le coperte, ma nel momento in cui divenne consapevole di avere solo i boxer addosso arrossì violentemente.
“Tu… mi hai…”
“Per forza! Eri fradicio! E hai fatto bagnare anche me…”
“Scusa!! Non volevo, davvero!”
“Non fa niente… aspetta…” Sekani si alzò andando all’armadio, posizionato sulla parete opposta rispetto al letto e decise che una tuta pesante ed una maglia a maniche lunghe sarebbero stati perfetti per quel ragazzo.
“Ecco, tieni…”
“Grazie… sei davvero gentile…”
“Figurati. Il bagno è qui di fronte, vado a preparare qualcosa per cena.”
“Ma… io… devo…”
“Beh se vuoi chiamare qualcuno il telefono è lì sul comodino.”
Danya osservò il telefono con uno sguardo strano e poi sospirò profondamente.
“Non credo di poter chiamare chi devo con quello…”
“Vuoi il cellulare?”
“Il cosa?”
“Il cellulare…”
“Ahh!! Quel coso portatile! No, non va bene nemmeno quello…”
Sekani cominciò a pensare che forse non era solo un ragazzo molto religioso, ma anche un po’ alienato dalla modernità…
“Beh mi dispiace… potevo portarti in ospedale, ma… faceva troppo freddo per tornare indietro.”
“Non preoccuparti, anzi sei stato fin troppo gentile! Però… adesso devo andare… anche se non so davvero come fare…”
“Sta diluviando, non è davvero il caso che tu esca. Rimarrai qui per stanotte, domani vedremo. Vado a cucinare, tu vestiti tranquillo.”
Sekani sospirò vigorosamente chiedendosi in che razza di guaio si fosse cacciato e si chiuse la porta alle spalle, pensando a cosa cucinare per quel micetto di nome Danya.

Danya scosse veementemente il capo in un tentativo di assoluto diniego. Tutto ciò non poteva star accadendo, e soprattutto non a lui.
Non poteva, non voleva, che quella situazione fosse reale.
Non era davvero ammissibile che si ritrovasse bloccato sulla terra, a casa di un uomo dalle fattezze di un angelo decaduto e dai colori del cielo e della notte, visti gli occhi azzurri ed i ribelli capelli neri, e per di più ferito ed impossibilitato a comunicare con Babbo Natale.
Tobias sarebbe impazzito di preoccupazione, per non parlare della ramanzina a cui lo avrebbero sottoposto sicuramente Najiya e Marhui quando e se fosse riuscito a far ritorno sulla Via Lattea.
Già, se. Fondamentalmente il problema era costituito solamente da quello. Non sapeva in che modo potesse fuggire di lì.
Danya trattenne con forza le lacrime, consapevole che se si fosse lasciato andare al pianto, quelle traditrici gocce lo avrebbero inondato senza cessare il proprio corso fin quando non si fosse arreso, lasciandosi soccombere dallo sconforto. Non poteva permetterselo, non in quel momento e non davanti a Sekani. Non voleva che lo vedesse piangere, era un segno di debolezza, tanto meno voleva rischiare di abbassare la guardia, lasciandogli intravedere la paura che lo attanagliava.
Stranamente si fidava di lui in modo istintivo, ma non poteva correre il pericolo di star sbagliando, non fino all'attimo in cui avesse accertato se era o meno 'cattivo'.
Danya si costrinse a rimanere calmo, si vestì con gli abiti che Sekani gli aveva dato e lo raggiunse in cucina, ispirando profondamente, corrugò le sopracciglia, deciso almeno a stabilire la verità su quel punto.
Sin dal primo momento in cui aveva riaperto gli occhi, le mutevoli e rapide espressioni che si erano rincorse sul viso innocente del suo insolito ospite avevano catturato l'attenzione di Sekani, che non aveva mai avuto modo di osservare una tale aperta e sincera dimostrazione di sentimenti e lo avevano portato a fissarlo quasi affascinato, ed anche insolitamente arrabbiato con se stesso per quella curiosità quasi irrefrenabile che provava, di nuovo, dopo tanto tempo.
Danya entrò in cucina mentre Sekani si affaccendava attorno ai fornelli, cercando di cucinare qualcosa di commestibile con il poco che aveva in frigorifero. Quando le loro iridi si incrociarono sembrò che Danya fosse giunto alla conclusione della battaglia che era in corso dentro di lui quando lo aveva lasciato in camera da letto, perché, con un nuovo sospiro, dischiuse le labbra morbide e gli pose un nuovo, sbalorditivo, interrogativo.
“Che cosa ti ha portato Babbo Natale?”

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