- capitolo unico -

Disclaimer: I personaggi e la storia sono interamente frutto della mia mente malata e dell’atmosfera natalizia.
Dediche: A Saku, perché so che accetterà quanto segue come un ulteriore pensierino di Buon Natale, e a tutti coloro che leggeranno, augurando loro felici festività

Canzoni, luci, Natale e... ?

A volte mi sembra di essere un cane. Un ringhioso cane di merda che mostra i denti e trema di rabbia, pur essendo pronto a uggiolare e girarsi sulla pancia per una grattata. Uno di quegli infidi bastardi che fieramente fanno pipì sugli angoli per marcare il territorio e perdono tempo a odorare quella altrui, scodinzolando. Mi manca solo la lingua a penzoloni e la zampa tesa, poi il quadro è fottutamente completo.
E tutto questo è iniziato da quando ho conosciuto lui.
Si può essere più imbecilli di me e ridursi così? Direi di no, e invece eccomi qui. A tornare a casa per cambiarmi e andare a quell’odioso incontro, anziché dirigermi a un ulteriore, redditizio, appuntamento di lavoro. Perché? Me lo domando davvero!
Se ripenso a come la mia vita si sia incasinata per colpa di una comunissima influenza mi prende la voglia di fare una donazione del cazzo agli istituti di ricerca per malattie, in modo da contribuire a estirpare un po' di maledettissimi germi.
Fortuna che non sono così altruista e così disperato da farlo realmente, almeno credo, o butterei dei sudatissimi soldi per esorcizzare qualunque fattore mi possa, anche solo per sbaglio, causare un incontro con lui. Adesso che ci penso, per evitare del tutto i contatti dovrei far cambiare asilo a mio fratello e abbattere ad asciate il Natale. Se mi impegno la prima cosa potrei anche realizzarla, a prescindere da quanto maggiormente dovrei vendere il culo pur di raggranellare abbastanza euro per la retta, ma la seconda ha dell'infattibile. Ma porca miseria, dico io, come gli è venuta in mente un'idea simile? Si può sapere? Perché vive nel mondo di buonismo-land e crede che basti coinvolgerci per farci divenire dei virtuosi come lui? Che poi tanto virtuoso non è il signorino, visto dove l'ho beccato...
Oh ma guarda, ho trovato il modo per far fuggire la vecchia impicciona amica della nonna. Basta ghignare sadicamente come stavo facendo! Ottimo, una rottura di palle in meno.
"Sono a casa!"
Silenzio. Ma dove sono and...
"Nicooo! Sei tornato!" Un tornado mi investe, buttandomi le braccine al collo, ma riesco a mantenere l'equilibrio e a staccarmi di dosso questo kohala umanizzato.
"Andy, una volta o l'altra mi butti per terra!" Perché non riesco neanche a fingermi decentemente arrabbiato con il piccolo terremoto? Sarà per il visino da cherubino, gli occhioni da cerbiatto o perché non so resistergli?
Diverrò pure patetico e sdolcinato, ma questo frugoletto che cresce sin troppo in fretta è l'unico capace di scongelarmi. O almeno l'unico a eccezione di lui. Ma lui è un altro discorso, e lo fa in tutt'altro modo.
"Nico perché aggrotti le sopracciglia?"
"Niente, Andy, niente... la nonna?"
"È ancora a letto, non si sente bene." Andrea fa un'espressione così tenera e preoccupata che lo prendo automaticamente in braccio.
"Oh su, non fare quel faccino, altrimenti che penseranno tra poco i tuoi amichetti?”
Andrea mi guarda così titubante che lo mangerei di baci, ma già sono in ritardo e devo almeno cambiarmi, puzzo ancora di patatine fritte e hamburger. Proprio oggi si doveva ammalare Margherita e mi dovevano spostare in cucina, che palle!
“Ma non possiamo lasciare la nonna da sola… e se poi si sente ancora peggio?”
Scuoto la testa, stupito come sempre dalla bontà di questo angioletto, sin troppo adulto per i suoi cinque anni, e gli mordicchio la punta del nasino, facendolo ridere. Dio, adoro la sua risata! Non c’è niente di più bello e tranquillizzante al mondo, potrei drogarmici!
“Ma no, ora vai a fare pipì, se ti scappa, bevi e poi metti il cappotto, da bravo. Io mi preparo, vado dalla nonna e poi usciamo, ok?”
Andy annuisce ubbidiente e scende dalle mie braccia, sgattaiolando verso il bagno.
Avrei voglia di farmi una dormita come si deve, tanto per variare un po’, ma non ne ho proprio il tempo. Che sega però! Tra i turni al fast food, gli arrotondamenti notturni e Andy non riesco mai a riposare per più di qualche oretta consecutiva, e pensare che una volta non mi bastavano neanche nove ore di sonno ininterrotto. Già, ma una volta non c’era bisogno che lavorassi e che mi occupassi di tutto.
La nonna sta invecchiando velocemente, ogni giorno che passa la vedo più curva e stanca. Non è facile per lei dover mandare avanti una casa e crescere Andrea, preoccupandosi anche per me. E per fortuna che non sa tutto, altrimenti...
“Nonna?”
“Nicola, sei tornato?”
“Buona, non alzarti, hai di nuovo la febbre?”
Mi avvicino al suo letto in questo semi buio, sperando di non inciampare in qualcosa, anche se con la fortuna che mi ritrovo come minimo becco in pieno il comodino, e lei sospira.
“No, ho solo… mal di testa. Volevo sonnecchiare qualche minuto mentre Andrea guardava la tv, ma devo essermi appisolata più di quanto credessi, ora mi alzo e ti preparo qualcosa da mangiare.”
“No! Ho pranzato a lavoro, lo sai che ce lo passano gratis, no? Piuttosto io ora porto Andy all’asilo, per quella ca… insomma, devono fare le prove per la recita…”
Ha un respiro così flebile che sembra fatta di stoffa, anziché di carne e ossa, non posso neanche controllare quanto mangi dato che non sto quasi mai in casa. Accidenti!
“Il maestro Leonardo è una così brava persona, li ama davvero i bambini e loro lo contraccambiano con tutto il cuore. Andrea lo adora… e Nicola? Quante volte te lo devo dire di non chiamare tuo fratello con quel nomignolo straniero?”
Santo cielo perché a volte mi sembra che ancora viva nell’ottocento anziché nel duemila?
“Mi piace nonna, e piace anche a Andy. Discorso chiuso.”
Non dovrei farla arrabbiare, ma è più forte di me reagire così bruscamente.
“… Ringrazia il maestro Leonardo da parte mia, e porgigli le mie scuse per non aver accompagnato Andrea oggi, ma le gambe non mi reggevano più di tanto. E se puoi aiutalo, è tanto bravo…”
Ecco, adesso mi piacerebbe essere davvero un animale a quattro zampe, potrei azzannare alla gola la così brava persona e scuotere la testa da una parte all’altra finché non resterebbe immobile nelle mie fauci. Inoltre avrei una lingua più lunga e grossa… Ehm…
“Sì, nonna, ora devo andare. Per la cena ci penso io, tu riposa.”
Mi chino e le sfioro appena la guancia rugosa. Ha la consistenza della porcellana cotta male, fina, gelida e ruvida; non l'ho mai sopportata. Meglio non pensarci.
“Andy sei pronto?”
“Sì, Nico, andiamo? Ciao nonnina!”
“Ciao Andrea, fai il bravo!”
“Sììì!”
Il mio Andy ha una vocetta cinguettante che irriterebbe persino uno di quei pupazzi di neve appesi sulle finestre come decorazioni, ma ammetto che per me è piacevole da sentire. Eh, che fa l’affetto. Gran brutta bestia! Per fortuna che per me è solo una persona a contare davvero.
“Che belle le luci, eh? Manca poco perché viene Babbo Natale! Non vedo l’ora!”
“Venga.” Correzione automatica, neanche fossi lui, cazzo.
Camminiamo immersi nel freddo, con il vento che urla così forte da far penzolare le illuminazioni natalizie sopra di noi come dannati yo-yo impazziti, e Andy non sta zitto un secondo, saltellando appeso alla mia mano, pieno di eccitazione per le ormai prossime festività. Almeno si riscalda. Anche io da bambino aspettavo le vacanze così ansiosamente? Probabile, adesso le detesto a morte. Se potessi imbracciare un mitra, innanzi tutto, sparerei a tutte queste campanelle stridule che suonano melodie fastidiose quanto un calcio negli stinchi, poi mi dedicherei con pura soddisfazione a queste minchia di lucette abbaglianti che sembrano divertirsi a stordirti. In realtà lo so che fa parte di una strategia che porta al rincoglionimento devastante e che ti fa entrare automaticamente nei negozi a sperperare soldi in regali idioti e in ornamenti ancora più idioti.
Altro che la festa dell’amore, della pace e della bontà! La festa dei negozianti, si dovrebbe chiamare. Merda se trovo un altro tizio con la cornamusa mi compro una mazza da baseball e gliela rompo in testa. In realtà potrebbe essere un’eccellente idea anche contro di lui… lo tramortisco e lo segrego in una stanza da letto, almeno mi passa quest’ossessione.
Dannazione sono ridotto peggio di un moccioso infinocchiato da tutte quelle stronzate su grassoni vestiti di rosso che sanno dire solo ‘oh, oh, oh’.
“A te che ti porta Babbo Natale, Nico?”
Eh? A me? Sarà tanto se mi compro un maglione, considerati i giocattoli e i vestitini che ho adocchiato per Andy e il cappotto nuovo per la nonna…
“Non lo so Andy, lo sai che agli adulti non è permesso scrivere la letterina, ma è Babbo Natale a scegliere per loro, no?”
“Mmm, hai ragione! Sono così curioso! Uh, eccoci arrivati, finalmente!”
Con una smorfia che spero non si noti più di tanto, stringo più forte le dita di Andrea ed entro nell’edificio che ospita l’asilo comunale, trascinandomelo appresso.
Da piccolo venivo qui anche io, ma di certo non c’erano insegnanti come lui. Io avevo tutte donne rotondette di mezza età con le facce a luna piena, gli occhiali sui nasi e i capelli cotonati come attrici di vecchia guardia, non uomini single appena trentenni.
Toh, parli del diavolo e spuntano le corna, con tanto di forcone e coda. Chissà come starebbe con una tutina attillata tutta rossa…
A cosa cazzo penso? Perché mi devo agitare così? Se strattono un'altra volta la mano di Andy potrei anche rompergliela. Merda, neanche mi trovassi davanti a mister mondo!
Non so neanche cosa sia a intrigarmi tanto in lui, poi. Non è bello, non nel senso più stretto del termine almeno, e di certo non quanto alcuni miei colleghi. È troppo magro, i vestiti spesso e volentieri lo avvolgono come una coperta, anziché aderirgli al corpo, e ha un viso eccessivamente austero per essere definito così. Le guance sono troppo incavate e stonano con la bocca larga e carnosa e con il naso sottile e dritto. Per non parlare di quelle sopracciglia fini come pennellate appena tracciate, tipiche delle donne. Tuttavia ha un fascino tutto suo, innegabile e traditore.
Credo si tratti del sorriso spontaneo e solare che spesso regala in modo inaspettato, o dei capelli castano dorato, che gli ricadono morbidamente sulla fronte e sulle mascelle, lambendogli il collo come le mani di un amante. Fanculo ai suoi amanti, per altro, se ne ha mai avuti.
No, ok, sono gli occhi. Quei maledetti occhi che stridono con il suo atteggiamento sempre gentile e pacato, come unghie sulla lavagna. Sono occhi di caramello fuso, con ciglia lunghe e folte, che ti scrutano l’anima o quello che tieni dentro di te e ti fanno sentire un bastardo sotto processo. Occhi da poliziotto corrotto, perché nessun uomo onesto e ligio al dovere ne avrebbe di tanto brucianti e appassionati. Occhi che cambiano come cambia la luce e ti invitano a cose proibite.
Per esempio, se mi spogliassi nudo e mi stendessi sulla sua cattedra mi sgriderebbe o finalmente si deciderebbe a scoparmi? Chissà come sono quegli occhi mentre fa sesso, e com’è la sua voce dolce e melodiosa mentre geme e ansima…
Merda, ma a che cazzo sto a pensare, fermo come una statua di sale? Ci mancano solo le frecce luminose e la scritta idiota sopra di me e ho raggiunto il guinness dei coglioni.
E fortuna che mi sono messo dei pantaloni da hip hop perché altrimenti questi piccoletti penserebbero che mi ci sono infilato chissà cosa dentro e farebbero rapporto al maestro; chissà se mi punirebbe o cercherebbe di vedere cosa nascondo…
“Nico, stai bene? Perché sei tutto rosso in viso, senti caldo?”
Abbasso lo sguardo su Andy e mi sento ardere le guance ancora di più. Ma porca di quella miseria e adesso cosa faccio?
“Nicola, Andrea, benvenuti, vi aspettavamo.”
E riecco quel sorriso. Perché sembra che si sia legato il sole ai denti? Grugnisco, ora non saprei dire altro se non qualcosa sul genere ‘saltami addosso e fammi sentire come lavori di lingua, boy’, ma temo che oltre a rendermi del tutto ridicolo, mi guarderebbe, sbattendo quegli occhi da inconsapevole stupratore folle che si ritrova, e mi chiederebbe cosa deve dire per farmi sentire come parla. Sì, proprio parlare voglio, con te…
Basta! Devo piantarla! Lo sapevo che dovevo andare al parco ad agganciare un cliente, cazzo. Mi tira sin troppo. Beh, dopo riaccompagno a casa Andy e poi, bye bye erezione!
Andrea viene sommerso dai suoi amichetti, neanche non lo vedessero da un mese, anziché da ieri, e io mi guardo attorno, provando qualche assurda tecnica zen per calmarmi.
Però, si son dati da fare in due giorni che non sono venuto. Hanno completamente trasformato quest’aula, e bravo maestro.
“Allora bambini, avanti, mettetevi nelle posizioni che sapete e iniziamo con le prove.”
Ha un tono talmente stuzzicante e persuasivo che riuscirebbe senz’altro a incantare anche i serpenti al posto del flauto, ci credo che tutti quanti scattino ubbidienti e persino Andy corra con impeto verso il suo ruolo di pastorello.
Mi è piaciuto come non abbia imposto le sue idee sulla recita di Natale, ma abbia convocato i genitori, proponendo loro due versioni alternative, una a tematica religiosa, e l’altra più fantastica, incentrata sui miti di Babbo Natale e Santa Claus. Non conta che a votazione conclusa sia risultata vincitrice la celebrazione più prettamente cristiana, ma il rispetto per tutte le culture che ha dimostrato di possedere nel concedere le diverse possibilità alle famiglie dei bambini. Credo sia stato questo il motivo che me l’ha fatto davvero guardare e non solo sfiorare passivamente con gli occhi.
Sì, è stato durante quel colloquio a cui dovetti presenziare due mesi fa per colpa dell’influenza della nonna, che, incrociando il suo sguardo animato e passionale, mi scombussolai. Mi sorprese a tal punto che non contraddissi nemmeno Andy quando mi propose spontaneamente per diventare l’aiuto organizzativo che gli serviva, per via dell’assenza della sua collega, che stava avendo problemi con la gravidanza. Credo che il definitivo tracollo per il mio cervello sia avvenuto quando mi rivolse quel sorriso indolente e fanciullesco per ringraziarmi. Come cazzo può averlo un sorriso del genere un insegnante? Dovrebbero vietarlo con qualche regolamento dell’istituto, anziché permettergli di esibirlo come ora.
“No, Riccardo, non devi urlare, ma parlare a voce alta e chiara, e tu Sabrina cerca di non ballare prima che parta la canzoncina, d’accordo?”
È così paziente e garbato che mi chiedo davvero come riesca a farcela, sarà che io vengo qui ogni volta che non ho i turni al fast food e prima dell’altro lavoro, ma mi basta un’ora per essere sfibrato e distrutto da queste piccole pesti, al punto di volerli mettere tutti in una caverna silenziosa e oscura. Andy seppur vivace, intelligente e curioso, in confronto al modo in cui si attiva quando è in compagnia dei mostriciattoli, a casa è un peluche immobile e dal faccino tenero.
D’altronde se l’ha scelto lui come mestiere gli starà bene così…
“Nicola, potresti darmi una mano a sistemare qui?”
Saprei io dove metterla la mano, altro che a fissare meglio la capanna di compensato e cartoncino. Ok, meglio che occupi i pensieri con altro, la manualità talvolta serve.
“Bene bambini, per oggi è tutto, è suonata la campanella, vestitevi per bene che è freddo e andate, i vostri genitori vi staranno aspettando. Come sempre se qualcuno non vede la mamma o il papà torni qui che aspettiamo insieme, va bene?”
Il coro di vocine che rispondono affermativamente mi sblocca dallo stupore. Sono le cinque: un’ora e mezza che sono qui e il tempo è trascorso talmente veloce da darmi l’impressione di essere appena arrivato. D’accordo che vedere Andy divertirsi per me è qualcosa di unico, però così mi sembra di esagerare.
Vabbé chi se ne frega, meglio che mi inizi a preparare anch… Cazzo!
“Attento!”
Un filo per terra. Dove ho la testa se inciampo così cretinamente? E soprattutto, perché mi sembra che la porzione di pelle tra i reni e il fianco stia bruciando? Il calore della sua mano è così potente da marchiarmi attraverso i vestiti? Ma perché mi sembra di essere a corto di ossigeno?
I suoi occhi sono così devastanti, non trovo altro termine. E le sue labbra così vicine.
Profuma di vaniglia. Se un altro uomo avesse un odore simile lo snobberei volentieri, ma su di lui è così rassicurante ed eccitante, così giusto, ma se mi allungo e lo bacio? Così vedrò anche se questi occhi trasmettono il bollore anche alle labbra. Sì, il suo respiro sembra tiepido e dolce, e ora vediamo se…
“Nico?”
Dio! Se non mi è preso un infarto adesso non mi prende più! Perfetto non avrò mai problemi cardiaci…
“Sì Andy?” Merda, sto squittendo come un topo!
“Andiamo?”
Fortuna che lo sguardo perplesso di Andrea che passa da me a Leonardo e viceversa mi geli all’istante. Lui si passa una mano tra i capelli e sorride rassicurante a mio fratello, incoraggiandolo a infilarsi il giubbetto, lo vedo con la coda dell’occhio. Come fa a essere così controllato? Ma anche io, d’altronde, sembrerò perfettamente padrone di me.
Sciarpa, cappotto, bene, non scordo nulla, anche Andy è a posto.
“Ciao maestro!”
“Ciao Andrea, a domani. Ciao… Nicola.”
Ha esitato, io no. “Ciao Leo.”
Colpito e affondato bello, vero? Questa volta il sorriso è il mio.
Sorriso che ora vorrei buttare in un cassonetto. Ma sono idiota o cosa? Non devo avere niente a che fare con lui! È il maestro di Andrea e basta. Null’altro, è giunto il momento che me lo tolga proprio dalla mente.
“Nico…”
“Sì, Andy?” Meglio concentrarsi su di lui.
“Ma tu e il maestro vi stavate per baciare?”
“Eh?”
“Ahia!”
“Scusa… ti ho tirato troppo la mano?”
“No, no…”
Meno male, stavo per staccargliela per quanto mi ha stupito. Da dove gli è uscita questa? Se anche Andrea ha avuto questa impressione che avrà pensato lui? E se ci fosse stato qualcun altro? Ma dove cazzo ce l’ho la testa?
“Allora?”
“Ma che dici, perché avrei dovuto baciarlo?” Cerco di fare l’indifferente, ma temo di essere troppo teso, speriamo che Andy, nonostante la sua percettività, non lo recepisca.
“Non lo so, cioè ci si bacia quando ci si vuole bene, no? Ma non so se tu gli vuoi bene visto che lo guardi sempre arrabbiato… però è giusto baciare quando si tiene a qualcuno, vero?”
Un attimo, qui si accavallano i discorsi e il mio cuore non regge, forse l’infarto arriva adesso. Non è un po’ piccolino per parlare di baci? Ha cinque anni!
“Sì Andy ci si bacia quando ci si vuole bene, infatti io te li do i baci no? E anche la nonna. E no, non voglio bene al… al tuo maestro.” Decisamente non gli voglio bene. Proprio no. Che sia chiaro.
“Oh! Ma io parlavo dei baci baci!”
“… I baci-baci?” Che vuol dire?
“Ma sì, come quelli del cinema.”
“Del cine…” Devo dire a nonna di far guardare meno televisione a Andy, necessariamente. “Sì, si danno quando ci si vuole bene, tanto bene Andy. Un bene speciale.”
Perché togliergli delle illusioni? Scoprirà da grande quanto i baci, spesso, siano dati per tutto tranne che per affetto o amore. Che si viva la purezza della sua infanzia al completo.
“Oh! Bene!”
Mi domando perché sia così soddisfatto. “Perché bene Andy?”
“Perché allora avevo ragione io!”
“Ragione su cosa?” Ma di che parla? A volte ci vorrebbe l’interprete con i bambini!
“Con la nonna. Lei mi ha detto che non devo baciare Faby, perché sono cose che non si fanno, ma io le ho detto che a lui voglio un bene speciale, perciò è giusto dargli i baci quando lo vedo.”
Faby? Faby Fabrizio? Andy bacia un suo amichetto? Oddio!
“Andy, ecco, forse ha ragione la nonna.”
“Ma io gli voglio bene bene come dicevi tu, che male c’è se gli do un bacio quando lo saluto?”
Che male c’è? In effetti nessuno, e poi che ipocrita sarei? Sono fiero dell’innocenza assoluta del mio cucciolo, perché dovrei impedirgli di fare un gesto privo di qualsiasi malizia solo perché qualcuno potrebbe interpretarlo in maniera errata? Problemi di quel qualcuno, no?
“È vero Andy, però non farti vedere dalla nonna, così non brontola, e magari neanche dai genitori di Faby, così non brontolano a lui, ok?”
Andy annuisce, sorridendo, felice di condividere un segreto con me e io posso solo sperare con tutto me stesso che diventi grande il più tardi possibile. Perché l’età adulta ci priva di qualsiasi magia?
Bando alla tristezza, che già queste musichine insopportabili mi danno da sole mal di testa.
“Pizza per cena?”
“Sììì!”
E pizza sia, rapida, buona, accessibile come costo e peccato di gola della nonna, che c’è di migliore? Nulla, soprattutto quando la pizzaiola ha un palese debole per i ragazzi con l’aspetto da simil teppista come me, e mi fa sempre lo sconto. Anche i capelli con filze viola che si intrufolano e fondono nel nero hanno il loro perché, attraggono l’attenzione in occasioni come queste e mi fanno spiccare nel mio lavoro.
“Posso mangiarla ora?”
“No Andy, o la nonna si arrabbia.”
“Ma è calda…”
Il suo broncio è un’altra di quelle cose che dovrebbero vietare per legge, perché del tutto irresistibile.
“Ok, ma solo un pezzetto, il resto lo mangi a cena.”
“Grazie Nico!”
Addenta la pizza contento come se gli avessi regalato un conto in banca a nove zeri. È fantastico questo bambino, se non fosse mio fratello lo rapirei e me lo terrei appiccicato.
E rieccomi con le sdolcinatezze, il Natale è una bestia letale, fa aumentare glicemia e zucchero ovunque.
Basta vedere queste decorazioni contrarie al più genuino buon gusto, che mia nonna ha attaccato alla porta e disseminato un po’ per tutta casa. Se non fosse che Andy ci tiene le avrei già bruciate in un bel falò. Almeno avrebbero avuto l’utilità di fornire un po’ di sano calore…
Non so cosa darei per poter guardare l’espressione della nonna se avesse modo di visionare quali tipi di ornamenti utilizzano per gli alberi nella zona gay della città. Probabilmente le prenderebbe un colpo apoplettico, forse è preferibile evitare, peccato però.
“Siamo a casa.”
“Bentornati, Nicola ci hai pensato tu alla cena? Altrimenti preparo qualcosa…”
“Ho preso la pizza nonna.”
“Oh…”
Ecco un modo imbattibile per zittirla, sono quasi certo che non farà storie neanche quando uscirò, dopo cena. Si limiterà al solito cruccio di riprovazione e si metterà a sferruzzare qualcosa.

“Esco. Non so quando torno, buonanotte. Andy fai il bravo e vai a dormire presto, mmm?”
“Sì Nico.”
Ha i capelli morbidi come un guanto, e così scuri da catturare i riflessi e farli disperdere. Mi piace accarezzarglieli prima di uscire, è quasi un rituale, un congedo tutto nostro. Mi rammentano quelli di mia madre… e del saluto che lei dava a mio padre.
Al diavolo i ricordi.
Fa freddo, ancor più freddo di prima. È normale, visto che con il calare della luce si alza la nebbia in una combinazione inversamente proporzionale micidiale per tutte le creature della notte. Inversamente proporzionale, cazzo, pare una frase adatta a lui; possibile che anche un semplice pensiero me lo riporti in mente? E fortuna che sto andando al lavoro anche con l’intenzione di togliermelo dalla testa.
Maledizione proprio stasera doveva far talmente freddo da gelarmi il respiro? Mi sembra di inalare un blocco di neve a ogni attimo. Peccato che la neve regali almeno un’illusoria apparenza di purezza e qui, in questo quartiere, la purezza sia del tutto bandita.
Il muro a cui mi appoggio sembra fatto di ghiaccio secco. Almeno spero di non avere l’espressione di un condannato a morte.
Mi chiedo in quanti versino nelle mie stesse condizioni. Quanti di questi volti pallidi e intirizziti che incrocio e che mi circondano hanno la testa da un’altra parte? Quanti vorrebbero essere altrove e invece si forzano a restare qui? Merda e questa da dove m’è uscita?
Io non mi forzo, io sono qui perché lo voglio. Non sono nemmeno costretto come quelli che non hanno un tetto o che sono indotti dal costo della droga. No, io ho scelto di essere qui. Un po’ come quelli che rifuggono le loro esistenze di cristallo, creandosi una doppia vita. In un certo senso l’ho fatto anche io, già.
E pensare che la prima volta che feci sesso fu uno schifo. Quattro anni fa, sembrano millenni. Fu per dimenticare, mi diedi questa giustificazione mentre mi tiravo su a fatica i pantaloni con un’enorme voglia di piangere. Ero in bilico tra la paura, l’angoscia, il dolore e la rabbia. Mi avevano lasciato solo, con una nonna, che avevo sempre visto come una vecchia rompiscatole da sopportare e a cui fare quattro moine per rimediare una mancia, e un bimbetto di poco più di un anno, che muoveva a stento i primi passi. Volevo diventare grande, volevo sentirmici, e cosa c’era meglio del sesso? Droga, alcool? Non volevo di certo fottermi il cervello insieme con la disperazione, quindi perché non mandare a puttane l’infanzia e tutto il resto con una scopata? Tutti ne parlavano come di un godimento senza pari, perché non tentare anche io?
Quante cazzate si fanno a sedici anni! Che squallore, se ci ripenso mi sale ancora in gola l’odore disgustoso di quel locale fumoso.
Non mi sono mai creato problemi per la mia omosessualità, preferisco muscoli virili a tette pendenti, e allora? Logica la conclusione di andare in uno pseudo pub friendly, segnalato come tale da una rivista, per la prima volta, no? Che testa di mischia, nemmeno i preservativi pensai a prendere, fortuna che fu un tipo responsabile il tizio con cui andai. Non rammento più neanche il suo viso. Che merda! La mia verginità involata e non so neanche se con un biondo, un moro o un rosso. Credo fosse bello, ma mi piace soltanto pensarlo, perché non ho dettagli in merito, d’altronde da quel momento agganciai e rimorchiai qualunque essere maschile ci volesse stare. Ero come ossessionato. Perché per tutti era la cosa più favolosa del mondo e io mi sentivo sempre fuori posto e con una dannata voglia di scappare via, non appena la conquista di turno si spogliava? Che c’era di sbagliato in me a farmi sentire così sporco?
Potrei definire più sensatamente di qualsiasi strizzacervelli le mie sensazioni dell’epoca. E pensare che stavo davvero per smettere di andare col primo che rispondeva al mio sorriso. Già, quando quel porco trentacinquenne per tacitarsi la coscienza di essersi scopato un ragazzino mi diede dei soldi mi distrusse l’orgoglio. Volevo sentirmi parte di qualcosa, dovevo essere adulto, univo tutto con il sesso, cosa c’entravano i soldi?
Buffo che invece la sua faccia impaziente e scocciata sia impressa indelebilmente nella mia memoria. Dannatamente ironico anche che il primo cliente fu anche quello che mi pagò di più e vide i soldi finire strappati nel cesso con un urlo di rabbia. Che checca isterica fui, riderei se non avessi il timore di rimanere con la mascella cristallizzata e le tonsille surgelate in mostra.
Fanculo mi sento gelare le chiappe! Perché diamine mi sono messo questi jeans a vita strabassa? Mica dovevo far colpo su di lui, no? D’accordo che così non mi sono dovuto cambiare e subire l’espressione di disapprovazione di mia nonna per il mio abbigliamento. Lei crede che vada in giro a far baldoria, mi considera un perdigiorno, lo so, e dire che è proprio per lei e Andy che sto qui.
La sera del mio orgoglio frantumato rientrai in anticipo e beccai mia nonna che occhieggiava, stanca, i conti. Fece finta di niente e me li nascose.
A me giravano abbastanza le palle per contraddirla e farla incazzare, quindi, di notte, andai a rovistare con l’intenzione di lasciare incasinato e farle capire che non poteva fregarmi, e restai fregato io, venendo a sapere del mutuo che i miei non mi avevano mai rivelato. Una misera pensione e mezza, considerando i soldi che raggranella facendo lavoretti di sartoria per le vicine, come poteva salvare la casa e crescere me e Andy? Rimasi sconvolto e misi tutto come avevo trovato. Mi cercai un lavoretto e dopo neanche un mese iniziai a fare anche marchette. Era veloce, si guadagnava discretamente e non cambiava di tanto dalla vita che avevo fatto per almeno cinque mesi. Continuavo a scopare con chi capitava, la differenza stava soltanto nei soldi. Strano, cominciai a trovarlo persino piacevole. Chissà, forse i muscoli mi si erano allentati un po’, o magari mi sentivo soltanto utile…
Toh! Un cliente! Era ora che si lavorasse, il cervello mi si stava fondendo con tutti questi rimuginamenti assurdi! Se avessi continuato sarei finito per giungere alla conclusione di dover smettere. Certo potrei anche farlo, stringendo un po’ la cinghia, ma non ne ho motivo. Nessun motivo.
“Quanto vuoi?”
“Venti per una sega, trenta per un pompino, cinquanta per una scopata, centocinquanta per un servizio completo.”
“Però, sei caro, niente sconto natalizio?”
“Ma se dovresti farmelo tu un regalo, tesoro!” Chissà perché a questi uomini d’affari che capitano ogni tanto piacciano tanto i comportamenti affettati da frocette. Forse perché così prendono le distanze in modo netto dal mondo che quotidianamente li circonda? Mah! Tra l’altro questo stronzo veste Armani e chiede anche lo sconto. Lo saprei io dove ficcarglielo lo sconto! Come se giustificare una spesa di cinquanta o cento euro alla moglie fosse un problema per chi ha soldi da buttare in simili completi.
“Mmm, allora servizio completo, ma ora andiamo!”
E il tirchio fa anche una smorfia mentre cammina come se stesse per andare alla ghigliottina.
C’è una tale ipocrisia in giro che certe volte mi verrebbe voglia di poter prendere la terra, darle un calcio, con tanto di sottofondo musicale inneggiante la pace e l’amore, tipo queste che risuonano in ogni dove per colpa del Natale, e spedirla in un angolo talmente buio e sperduto che neanche tutte queste cazzo di lucine multicolore potrebbero far da cerino o candela!
Vorrei sapere dove mi sta portando, ha voglia di scoparmi o farmi dare il culo al vento?
Da Betty. Eh, ti pareva che non mi portasse in un alberghetto fatiscente, di infima categoria, mai che potessi andare in un hotel a cinque stelle. Tanto un letto è un letto e io non devo farmi una rilassante dormita, ma ogni tanto sarebbe piacevole cambiare.
La receptionist, ma chissà se si chiameranno così anche le impiegate di questi albergucci miseri, mi indirizza uno sguardo ripugnato che mi verrebbe voglia di contraccambiare con un pugno, ma non ne vale la pena.
Arriviamo in camera e si toglie l’impermeabile, almeno è belloccio. Ma che razza di suoneria ha? Ma su! Ora pure i cellulari cantano Jingle Bells, e nemmeno in inglese, in italiano! Con tanto di slitta che va a gran velocità e cuore che si sveglia lieto di cantare… ma si può? Meglio che mi spogli, voilà volo perfetto della sciarpa sulla scrivania, e ora…
“Pronto? Sì? Sì, sono Leonardo.”
… Non ci credo. Non è possibile che questo stronzo abbia il suo nome. No, no, no! Cazzo!
“Sì. Sì, ok, a domani, buona serata.” Si volta, allentandosi l’orribile cravatta. “Bene, ora sono tutto tuo.”
“Non posso.” Che ho detto? Sono rincoglionito? Quel maestro si è risucchiato il mio cervello? Non poteva succhiarmi altro?
“Che hai detto?”
Ecco pure l’eco stonato ci mancava. Non so se sia peggio lui o le campane nei giorni di festa.
“Senti, ci ho ripensato, mi spiace, ti rimborso la stanza.” Cazzo, cazzo, cazzo, perché faccio così?
Le renne, i campanelli, le slitte e tutto il resto mi hanno completamente e definitivamente rincitrullito? Dio, che schifo mi sto facendo, altro che quella volta. Ora vorrei gettarmici io nel cesso, magari con la testa a mollo nelle fogne mi schiarisco le idee e lui smette di condizionarmi.
“Tu adesso ti fai scopare, puttana!”
Ma tu guarda questo, insulta pure! E mi mette anche le mani addosso! Ma staccati dal mio polso, piovra, mi fai male!
“Senti perché non torni a casa da tua moglie?” Merda, questo non dovevo dirlo.
Mi strattona e mi dà uno schiaffo. Ma chi si crede di essere?
“Fottiti da solo!” Gli assesto un calcio sulle palle e me la svigno. Fortunatamente me la so cavare sul piano fisico, tant’è che in meno di un attimo sono fuori e mi confondo tra i pochi passanti ancora in giro, ma il polso che mi ha tirato e che ho dovuto liberare bruscamente mi fa un male del diavolo. Fanculo! E tutto per lui. Perché? Perché pensare di farmi toccare da uno col suo nome mi ha sconvolto tanto? Perché mi sono tornati alla mente i suoi occhi, il suo profumo e il tepore del suo respiro? Rischio di impazzire se non trovo una soluzione! Basta! Domani devo smettere di essere un cane uggiolante e incominciare a ringhiargli contro, considerandolo un invasore del mio territorio, altrimenti non vado avanti. Peccato solo che non mi abbia mai davvero invaso…
Ok, per stasera meglio dire addio al lavoro, viste le pulsazioni che avverto al polso. Me ne vado a dormire e via, non sia mai che la notte, per una volta mi sia amica e mi porti consiglio.

“Sei tornato prima del solito stanotte…”
Grandioso, interrogatorio di primo mattino e senza esser riuscito a chiudere occhio per il dolore al polso. “Già.”
“Dai Andrea, che tra un po’ dobbiamo andare all’asilo.”
Sono stato graziato? Ok, come minimo mi si abbatterà un asteroide sulla testa mentre esco. “No, ce lo porto io prima di andare a lavorare.”
“Sicuro?”
“Sì, sì, tu riposa, casomai vai a riprenderlo.”
“Evviva!”
Andy si muove contento sulla sedia, faticando a trattenere l’eccitazione. Mi dispiace di passare così poco tempo con lui, ma non posso fare diversamente. Sì, ma ora urge una semi fasciatura al polso o lavoro soltanto con la fantasia oggi…
Bene, e ora diamoci una mossa.
“Andy, sei pronto?”
“Sììì!”
Merda, ieri sera dovevo proprio lasciare la sciarpa in quella bettola nella fretta di andarmene con tutto il freddo che fa in questi giorni? Fortuna che Andy mi distrae parlando a ruota libera.
“E poi Faby ha detto che ha chiesto un cavallo tutto per lui. Ma secondo me Babbo Natale non può portarglielo, se il cavallo non ha chiesto Faby come regalo, non può fare un dispetto al cavallo, regalandolo a Faby, no?”
Dio, che ragionamenti contorti, chissà se anche io ero così cervellotico. Almeno, cercando di seguirlo, non mi annoio mai.
“Nico, che hai fatto al braccio?”
Ecco che cambia argomento.
“Nulla Andy, ho solo preso una storta, ma l’ho fasciato per essere più protetto al lavoro, non fare quel musino preoccupato! Sto bene.”
“Davvero?”
“Sì, davvero.”
“Ma davvero, davvero? Non mi dici una bugia vero?”
“No, Andy non ti dico una bugia, tranquillo.”
“Ok, ti credo Nico. Siamo arrivati, che bello! Mi piace tanto l’asilo!”
Che gusti strani il mio Andy, ma forse anche a me piacerebbe visto il maestro che si ritrova…
E come sempre pensi al topo e spuntano fuori i baffi, anche se sarebbe più opportuno parlare di un bel gattone seducente. Ok, censuriamoci o chissà dove vado a parare.
“Buongiorno Andrea… Nicola…”
Sbaglio o ha esitato sul mio nome? Ripensa a ieri? Come se io potessi dimenticarlo. Basta, mi ero ripromesso di non farlo.
“Buongiorno maestro! Posso entrare intanto?”
“Sì, vai pure Andrea.”
“Ciao Nico!”
“Ciao Andy, fai il bravo.”
Corre via, salutandomi, e va in cerca dei suoi amichetti. Che bella la sua spontaneità, a volte vorrei averla anche io.
“Che hai fatto al braccio?”
La sua intonazione, appena ansiosa, me lo fa guardare sorpreso.
“Niente di che, un incidente sul lavoro.”
“Quale dei due?”
È riuscito a spiazzarmi. Non credevo che avrebbe più accennato al mio secondo lavoro volontariamente. Se ripenso a come sia riuscito a incontrarlo in entrambe le mie attività devo combattere un impulso alla risata isterica. Appena tre giorni dopo essere riuscito a colpirmi così tanto con la sua proposta per la recita e con il suo aspetto attraente, me lo sono ritrovato al fast food. Ero quasi sul punto di staccare e, complice il vento poco invitante che spirava all’esterno, ci siamo messi in un tavolino con due caffé fumanti davanti, per rompere il ghiaccio. Dovevamo collaborare per la recita e io, Andy a parte, non avevo esperienze con i bambini e non sapevo quel che aveva in mente di organizzare.
Devo ammettere che non mi sarei mai aspettato di andare così d’accordo con un maestro tutto perfezione e apparente sussiego. Sebbene quel sussiego se ne vada in Australia quando lo si guarda negli occhi. Invece è stata una completa sorpresa, ci siamo messi a parlare per almeno tre ore senza rendercene nemmeno conto. Abbiamo spaziato su tante cose e ci siamo scoperti simili e discordi in modi talmente netti da essere subito a nostro completo agio. Mi è sembrato, per una volta, di aver incontrato qualcuno con cui aprirmi senza remore, nonostante gli otto anni d’età che ci separano. È stata un’esperienza così esaltante che per un attimo ho rischiato di confessare persino la mia omosessualità. Io che sto sempre attento a non farmi scoprire, soprattutto per non creare problemi ad Andy, stavo per mandare tutto a cagare proprio con la persona che avrebbe potuto portarmi guai a non finire. Se fosse stato un omofobo di merda avrebbe potuto istillare il dubbio che l’affidamento di Andrea a una donna anziana come mia nonna e a un fratello immorale non fosse un’ottima soluzione e che avrei fatto io senza Andy, se si fosse arrivati al punto di mettere in mezzo gli assistenti sociali?
In quel preciso momento ho capito che tra noi c’erano sin troppe barriere, formate da segreti, bugie, mezze verità e differenze di vita. Mi congedai piuttosto bruscamente, deciso a far sì che rimanessimo nel confine che avevo appena tracciato e che ci vedeva come semplici assistenti per un periodo determinato, ma non avevo fatto i conti con la sua di sessualità.
Chi avrebbe mai immaginato che il composto insegnante tutto d’un pezzo fosse gay e frequentasse l’ambiente? Non so chi sia stato il più stupito dei due, se io che l’ho colto sul punto di comprarsi un filmino hardgay nel sexy shop del quartiere friendly o lui che mi ha visto adescare un cliente nello stesso negozio.
Mi sono sentito come il più strisciante dei vermi e per dare un calcio in culo a questa sensazione, che non mi è mai appartenuta, gli ho indirizzato un sorriso luminoso, salutandolo.
Il suo sguardo mi ha fatto vergognare, e dal giorno del primo sesso a pagamento della mia vita niente e nessuno c’era più riuscito. Per questo ho preso le distanze da lui. Mi comporto civilmente, più o meno, ma non c’è stata più occasione di ricostruire quell’intimità che era nata così improvvisa tra noi al fast food. O almeno fino al quasi bacio. Cazzo, devo smetterla. Mi scombina la vita, non può farlo così, come se niente fosse!
Ogni cosa mi fa pensare a quel che poteva essere tra noi, i se e i ma non mi appartengono e con lui invece mi tormentano. È un uomo, un uomo persino banale, e io non sono il cane che sbava al suo passaggio per farsi accarezzare!
“Quello notturno.”
Vediamo se lo capisci, e me lo ricordo anche io, che non c’è possibilità per noi di essere amici. Né altro.
“Nicola… perché non la pianti? Hai il lavoro al fast food, tua nonna prende la pensione e magari potresti trovare anche un’altra occupazione, perché non la smetti di…”
“Ma chi ti credi di essere, mio padre? Fatti i cazzi tuoi, maestro, e pensa ai tuoi alunni.”
Nessuno, nessuno può dirmi cosa devo fare. Tanto meno lui e con quel tono che mi manda in bestia. È un misto tra pietà, compassione, tenerezza e preoccupazione. Lui non è nessuno, lui non capisce, lui non sa, non può giudicarmi! Anche se non c’era biasimo nelle sue parole mi fa sentire comunque uno schifo e nessuno può permetterselo. Fanculo Leonardo, fanculo!

Sono un cane idrofobo, dal giorno del suo consiglio che ci ha portato a una rottura, sono un cane idrofobo. Aggredisco chiunque mi capiti a tiro, al lavoro combino casini su casini e non sono andato neanche più ad agganciare un cliente per timore di ripetere il merdaio dell’altra volta.
E tutto questo per colpa sua. Di un fottuto stronzo che mi sta rovinando l’esistenza.
Non abbiamo più parlato, ho ridotto al minimo indispensabile i miei contatti con l’asilo e nonostante questo, mi gravita sempre in testa, come un maledettissimo satellite rumoroso e ipnotizzante. Neanche mandasse onde sonore e abbaglianti.
Merda, siamo arrivati al ventitre dicembre, il giorno della recita e mi sembra che sia passato un anno da quando le cose tra noi sono cambiate.
Me ne sto qui, dietro le quinte, pronto a intervenire come lui, in caso di bisogno dei bambini e non posso far altro che avvertirne la presenza ed esserne teso.
Andy è bravissimo e si diverte a esibirsi davanti al pubblico e alla nonna.
Sono emozionato per lui, anche se cerco di non farlo vedere, e sono stordito per l’uomo che mi è a fianco silenziosamente.
Tutto fila liscio e Andy si inchina come un attore consumato… si sta trasformando in un ometto il mio fratellino e se penso che tra poco incomincerà il vero corso dei suoi studi sento un nodo al petto.
Un nodo che si allarga e si ristringe ancor più dolorosamente nell’incontrare il suo sguardo, quando tutti i genitori applaudono gli sforzi dei bambini.
È una settimana che andiamo avanti così, senza rivolgerci quasi parola e comunicando solo lo stretto necessario. È una settimana che mi sono reso conto di come, in questo breve tempo, fosse divenuta una piacevole routine punzecchiarlo, provocarlo innocentemente e scambiare due battute. Si erano creati tanti piccoli rituali destinati a finire come finiscono le occasioni di festa.
Eppure, pur sapendo che era inevitabile, mi manca il contatto con lui. Un contatto di occhiate complici, di tocchi fugaci, di chiacchiere inutili. Mi manca lui, sebbene sia sempre presente nella mia mente. E questo mi ha fatto comprendere definitivamente di come sia necessario per me un allontanamento definitivo.
D’ora in avanti, visto che il mio compito di aiutante è giunto alla fine, cercherò di evitarlo del tutto, tanto tra sei mesi Andrea terminerà l’asilo e andrà alle scuole elementari, quindi è giunto il momento di voltare pagina e pensare solo a godermi le feste.
Però mi fa male andare da Andy e vedere lui parlare e ridere con gli altri genitori. Con me non è più stato così rilassato, forse nemmeno lo è stato mai.
“Che hai Nicola, ti senti poco bene?”
“Cosa? No, nonna, è il caldo.”
“Sì, effettivamente il riscaldamento è tenuto molto alto. Andiamo a salutare il maestro e poi andiamo a casa? Dobbiamo prepararci per la vigilia di domani.”
La seguo più per dovere che per voglia. Non avevo alcuna intenzione di salutarlo, un addio senza parole era più semplice. Perché mi sento così nervoso? Neanche il corpicino di Andy, che porto in braccio, mi conforta.
Ed eccolo, nonostante neanche mi osservi. Perfetto, i miei timori erano infondati. Paura di che, poi, cazzo? Neanche fosse il mio ragazzo, il mio amante o qualcosa di simile! È un estraneo, punto.
“Signor maestro, la ringrazio per questa bella recita che ha organizzato. Mi scuso se ultimamente vengo poco, ma sa, l’età.”
Se la nonna continua ancora con questa sviolinata la mollo e me ne vado.
“Ma grazie a lei per essere intervenuta… e grazie a te Nicola per l’aiuto, davvero.”
… Che dovrei risponderti, eh? Grazie a te per la compagnia? Col cazzo, visto che mi hai creato solo problemi a non finire! Non sono più io da quando ti conosco, merda.
“Di nulla.”
“Arrivederci signor maestro.”
“Ciao Andrea e divertiti con i doni di Babbo Natale.”
“Sììì!”
Non faccio neanche in tempo a salutarlo, che già qualcun altro lo reclama. Meglio così. Non ho mai sopportato gli addii.

La vigilia. Infine è arrivata anche lei e sta trascorrendo meglio di quanto reputassi possibile. Andy è sveglio dalle sette e non fa altro che parlare di regali, di dolci, di Babbo Natale e di quanto è felice di stare insieme a me e alla nonna; la nonna, per una volta, sembra essersi scordata di tutte le nostre difficoltà e pensa soltanto a sorridere, cucinare e cercare di rabbonire Andy in modo che non consumi tutto il suo entusiasmo oggi, mentre io, beh, mi sto rilassando come posso, in attesa del turno al fast-food di stasera. Come si fa a prenotare il cenone in un fast food? Mah, chi capisce la follia delle persone è bravo!
Piuttosto, è ora che mi avvii, considerando che devo ancora comprare qualche ultimo regalino per Andy.
“Nonna io vado! Andy, fai il bravo, ok? Puoi stare alzato a vedere i cartoni animati, ma solo fin quando lo dice la nonna.”
“Va bene… Nico però a mezzanotte torni, non è vero? Altrimenti se Babbo Natale non ti trova non ti lascia i regali!”
Me lo mangerei di baci quando fa quest’espressione ansiosa!
“Sì, Andy, per mezzanotte sono a casa, ho soltanto il turno dalle sette alle undici, poi posso rientrare.”
“Evviva!”
“Attento!” Quando prova a saltarmi in braccio ho sempre paura che cada e si faccia male. Mi domando se sia iperprotettivo, ma come si fa a non esserlo con questo angioletto?
“Nicola hanno suonato al citofono, puoi vedere chi è mentre esci? Io sto preparando il salame di cioccolato e non posso interrompermi!”
“Sì nonna, a dopo!”
Domani ingrasserò come minimo di tre chili, è dall’alba che cucina. Ancora non ha capito che per due persone e mezza, considerando quanto poco mangi Andrea, non c’è bisogno di preparare ottomila pietanze e settecento tipi di dolci. Ma d’altronde per lei è una tradizione fare un pranzo di Natale degno di un re e con le proporzioni adatte a un battaglione di soldati, figurarsi se non la rispetta.
- Sì? Chi è?
- Nicola? … Sono Leonardo… il maestro di Andrea, potresti scendere un istante, per favore?
… Ti avrei riconosciuto anche senza bisogno che tu dicessi altro se non il mio nome. Hai una voce inconfondibile. Cosa cazzo ci fai qui? Perché mi devi scombussolare anche in un giorno in cui ero riuscito a non pensarti? E per fortuna che proprio ieri mi ero detto di non voler avere più niente a che fare con te…
- Scendo.
Stranamente le previsioni meteorologiche ci hanno preso. Seppur ventilato è abbastanza caldo per essere il ventiquattro dicembre. Un Natale senza neve, e un uomo che non doveva più apparirmi davanti che invece mi guarda assorto e serio.
Dio, mi sento sotto esame, mi sembra di essere un coglione sotto processo!
Beh, se crede che parli io ha sbagliato di grosso, vediamo quanto ci mette a capirlo. Merda, è più bello del solito, con le guance arrossate dalla camminata, o almeno credo, e il lungo cappotto che rende la sua figura ancor più elegante. Sembra un modello raffinato e quella mano che sparisce tra i capelli, scompigliandoli appena… Perché vuole dare l’impressione di uno appena alzato dal letto? Soprattutto visto che quel gesto l’ha fatto anche quando ci stavamo per baciare?
“Ciao.”
Wow, maestro, complimenti per l’eloquio. Mi dispiace, ma non ti saluto, prima mi devi dire che vuoi da me. Chi se ne frega dell’educazione!
“Volevo darti questo per Andrea, spero che gli piacerà.”
Tira fuori la mano dalla tasca e mi mostra un pacchettino. Un regalo, per Andy. Ovvio, che altro mi dovevo aspettare?
“Grazie, sei stato gentile.” Se cogli il sarcasmo non me ne fotte nulla, non potevi darglielo ieri il regalo a Andy? C’era bisogno di farmi vedere di nuovo il tuo muso?
“Niente… e questo è per te.”
Mi tende, come se niente fosse, un sacchetto chiuso con un nastro ai bordi del manico. Un regalo, per me. Ma è scemo o cosa?
“… Perché?”
Mi è uscito come un brontolio, sembra mi stia grattando la gola in attesa di emettere un latrato. Cazzo!
“Perché è Natale.”
E siamo tutti più buoni. Ma che altro dovevo aspettarmi da buonismo-man? Anzi, meglio, virtuo-man, l’uomo dalle centomila qualità. Fanculo!
“Non lo apri?”
Mi guarda, aspettando, e avrei davvero voglia di prendere quel regalo e buttarlo nel primo cassonetto che trovo per vedere quale sarebbe la sua reazione. Io, da parte mia, ho la tentazione di insultarlo e sbatterlo contro un muro qualsiasi, ma siamo troppo vicini a casa. Ok, assecondiamo l’atmosfera creata da queste dannate canzoncine.
“Grazie.” Vediamo che mi ha comprato… una sciarpa. Una sciarpa come quella che avevo lasciato in albergo per colpa di Leonardo-uomo d’affari-vestito Armani-porco manesco.
Nera e soffice, con le stesse righe viola che avevo faticato a trovare perché facessero risaltare i miei capelli. Ha notato che non ce l’avevo più e ne ha cercata una uguale? Perché si è dato tutta questa pena? Mi considera un caso pietoso? Dio, mi sale la bil… ma che fa?
“Anche se non fa troppo freddo è meglio che la metti, se vai in giro con la camicia slacciata e il giubbotto non del tutto chiuso, no?”
Mi sistema la sciarpa attorno al collo e si attarda brevemente a sfiorarmi il collo con le dita. Sono calde. Mi sento come se avesse appena fatto l’azione più erotica mai vista. Mi ha solo messo una dannatissima sciarpa e mi sembra di avere il respiro come quello di un mantice. Cazzo.
Ritira le dita e resta a guardarmi. Di nuovo quegli occhi da poeta maledetto. Da ribelle voglioso. Perché i suoi occhi ardono sempre? Sembra uno psicopatico, anzi, no, uno scopatore di professione. Ecco, questo era meglio se non lo pensavo, concentriamoci su altro, va’.
Sembra attendere, ma cosa aspetta? Che io dica qualcosa? Che dovrei dire?
La sciarpa è bella, è più morbida di quella che avevo, però pesa di più.
Che dovrei dirgli? Che mi sembra di essere un cane appena addomesticato con un collare nuovo? E questa da dove mi esce?
“Grazie, maestro.”
“Non mi chiamavi Leo?”
Leo… gliel’ho detto solo quella volta che… Se l’è cercata. Cazzi suoi.
E ora che dici maestro? Ora che la mia bocca tocca la tua e la mia lingua sfiora le tue labbra?
Accidenti, e chi se l’aspettava che ci sapesse fare così tanto? Alla faccia dell’innocentino che sembri quasi sempre, sai lavorare di lingua, denti e bocca, quasi meglio di me.
Adesso in realtà sono anche cazzi miei, non solo tuoi. Questo bacio non me lo scorderò facilmente, anche perché è meglio di quanto avessi fantasticato.
Ma lui mi avrà baciato per riflesso incondizionato? Mi darà una sberla?
No, decisamente no. I suoi occhi mi farebbero arrossire se fossi meno smaliziato e il suo sorriso da lupo affamato mi fa quasi venir voglia di proclamarmi agnellino sacrificale volontario.
Che dovrei fare? Che pensa? Che penso io? Mi sento in black out neurale.
“Stavi uscendo?”
Ti vuoi congedare? Perfetto stronzo. Ora sai che ci avrei provato volentieri con te, sparisci visto che non sei interessato, nonostante tu abbia gradito il nostro breve gioco di lingue.
“Sì, devo comprare alcune cose.”
“Capisco… e posso accompagnarti?”
… Perché mi sembra di aver a che fare con un rebus irrisolvibile? Mi evita per giorni, io faccio lo stesso in verità, poi arriva qui, mi dà un regalo che denota attenzione verso di me, si lascia baciare, anzi contraccambia come Dio comanda, e poi vuole uscire con me? Che significa?
“Mmm, se ti va. Poi devo andare a lavoro.”
Non ti rendo le cose più semplici, anche perché devo ancora capire cosa vuoi davvero. Vediamo come ti muovi, Leo.
“Bene, ti faccio compagnia.”
Mi sento stordito e il suo sorriso non aiuta a farmi schiarire le idee. Perché sta facendo così? Cosa vuole in realtà? Non che non mi faccia piacere camminare accanto a lui, però…
“Sai? Si dice che se passi la vigilia di Natale con la persona che ti piace la leghi un po’ a te…”
Eh? Ahia, ma dico la gente non potrebbe avere rispetto per chi si ferma in mezzo alla strada di botto, senza dovergli per forza finire addosso? Che vuol dire? Che intende? Cosa… cosa?
“Ah sì?”
Perché la mia voce sembra piangere come i cani che uggiolano per richiedere attenzione?
“Dai che i negozi chiudono altrimenti…”
Lo stronzo non risponde, ma sorride divertito. Bastardo figlio di buona donna! Cos’è, ti piace mettermi sotto sopra? Non può seriamente essere interessato a me, no? O forse sì?
“Dashing through the snow… In a… In a…”
Oddio, ci mancava solo questa! Non può cantare per davvero! Neanche sa le parole!
“In a one-horse open sleigh, over the fields we go, laughing all the way. Bells on bobtail ring, making spirits bright. What fun it is to ride and sing a sleighing song tonight.”
“Bravo! La seconda strofa non mi viene mai in mente! Se la proviamo bene, domani possiamo cantarla con Andrea, che dici?”
… Domani? Cantarla con Andrea? Cos’è il maestro si sta autoinvitando a passare il Natale con noi?
“Beh, non è detto che ci riusciremo in così breve tempo.”
“Oh, tentar non nuoce, altrimenti ci iniziamo a preparare ora per il prossimo. In un anno ce la faremo di certo.”
Lo dice in tono leggero e spensierato, ma non crederà mica che saremo insieme il prossimo Natale, no? Oddio, i suoi occhi intensi dicono il contrario… sta facendo sul serio? Nemmeno mi conosce, non lo conosco, mi piace, è vero, mi ispira un sesso da paura, è vero, ma, ma… oh ma chi se ne frega, vivo sempre alla giornata, no? Ed è quasi Natale, basta pensare, meglio godersi quel che viene al diavolo tutte le pare di quest’ultimo periodo! Sparite fottuti pensieri!
“Beh dovremo impegnarci… Dashing through the snow…”

FINE