
- capitolo unico -
Disclaimer: I personaggi
e la storia sono interamente frutto della mia mente malata e dell’atmosfera
natalizia.
Dediche: A Saku, perché so che accetterà
quanto segue come un ulteriore pensierino di Buon Natale, e a tutti coloro
che leggeranno, augurando loro felici festività
Canzoni, luci, Natale e... ?
A volte mi sembra di essere un cane. Un ringhioso
cane di merda che mostra i denti e trema di rabbia, pur essendo pronto a uggiolare
e girarsi sulla pancia per una grattata. Uno di quegli infidi bastardi che
fieramente fanno pipì sugli angoli per marcare il territorio e perdono
tempo a odorare quella altrui, scodinzolando. Mi manca solo la lingua a penzoloni
e la zampa tesa, poi il quadro è fottutamente completo.
E tutto questo è iniziato da quando ho conosciuto lui.
Si può essere più imbecilli di me e ridursi così? Direi
di no, e invece eccomi qui. A tornare a casa per cambiarmi e andare a quell’odioso
incontro, anziché dirigermi a un ulteriore, redditizio, appuntamento
di lavoro. Perché? Me lo domando davvero!
Se ripenso a come la mia vita si sia incasinata per colpa di una comunissima
influenza mi prende la voglia di fare una donazione del cazzo agli istituti
di ricerca per malattie, in modo da contribuire a estirpare un po' di maledettissimi
germi.
Fortuna che non sono così altruista e così disperato da farlo
realmente, almeno credo, o butterei dei sudatissimi soldi per esorcizzare
qualunque fattore mi possa, anche solo per sbaglio, causare un incontro con
lui. Adesso che ci penso, per evitare del tutto i contatti dovrei far cambiare
asilo a mio fratello e abbattere ad asciate il Natale. Se mi impegno la prima
cosa potrei anche realizzarla, a prescindere da quanto maggiormente dovrei
vendere il culo pur di raggranellare abbastanza euro per la retta, ma la seconda
ha dell'infattibile. Ma porca miseria, dico io, come gli è venuta in
mente un'idea simile? Si può sapere? Perché vive nel mondo di
buonismo-land e crede che basti coinvolgerci per farci divenire dei virtuosi
come lui? Che poi tanto virtuoso non è il signorino, visto dove l'ho
beccato...
Oh ma guarda, ho trovato il modo per far fuggire la vecchia impicciona amica
della nonna. Basta ghignare sadicamente come stavo facendo! Ottimo, una rottura
di palle in meno.
"Sono a casa!"
Silenzio. Ma dove sono and...
"Nicooo! Sei tornato!" Un tornado mi investe, buttandomi le braccine
al collo, ma riesco a mantenere l'equilibrio e a staccarmi di dosso questo
kohala umanizzato.
"Andy, una volta o l'altra mi butti per terra!" Perché non
riesco neanche a fingermi decentemente arrabbiato con il piccolo terremoto?
Sarà per il visino da cherubino, gli occhioni da cerbiatto o perché
non so resistergli?
Diverrò pure patetico e sdolcinato, ma questo frugoletto che cresce
sin troppo in fretta è l'unico capace di scongelarmi. O almeno l'unico
a eccezione di lui. Ma lui è un altro discorso, e lo fa in tutt'altro
modo.
"Nico perché aggrotti le sopracciglia?"
"Niente, Andy, niente... la nonna?"
"È ancora a letto, non si sente bene." Andrea fa un'espressione
così tenera e preoccupata che lo prendo automaticamente in braccio.
"Oh su, non fare quel faccino, altrimenti che penseranno tra poco i tuoi
amichetti?”
Andrea mi guarda così titubante che lo mangerei di baci, ma già
sono in ritardo e devo almeno cambiarmi, puzzo ancora di patatine fritte e
hamburger. Proprio oggi si doveva ammalare Margherita e mi dovevano spostare
in cucina, che palle!
“Ma non possiamo lasciare la nonna da sola… e se poi si sente
ancora peggio?”
Scuoto la testa, stupito come sempre dalla bontà di questo angioletto,
sin troppo adulto per i suoi cinque anni, e gli mordicchio la punta del nasino,
facendolo ridere. Dio, adoro la sua risata! Non c’è niente di
più bello e tranquillizzante al mondo, potrei drogarmici!
“Ma no, ora vai a fare pipì, se ti scappa, bevi e poi metti il
cappotto, da bravo. Io mi preparo, vado dalla nonna e poi usciamo, ok?”
Andy annuisce ubbidiente e scende dalle mie braccia, sgattaiolando verso il
bagno.
Avrei voglia di farmi una dormita come si deve, tanto per variare un po’,
ma non ne ho proprio il tempo. Che sega però! Tra i turni al fast food,
gli arrotondamenti notturni e Andy non riesco mai a riposare per più
di qualche oretta consecutiva, e pensare che una volta non mi bastavano neanche
nove ore di sonno ininterrotto. Già, ma una volta non c’era bisogno
che lavorassi e che mi occupassi di tutto.
La nonna sta invecchiando velocemente, ogni giorno che passa la vedo più
curva e stanca. Non è facile per lei dover mandare avanti una casa
e crescere Andrea, preoccupandosi anche per me. E per fortuna che non sa tutto,
altrimenti...
“Nonna?”
“Nicola, sei tornato?”
“Buona, non alzarti, hai di nuovo la febbre?”
Mi avvicino al suo letto in questo semi buio, sperando di non inciampare in
qualcosa, anche se con la fortuna che mi ritrovo come minimo becco in pieno
il comodino, e lei sospira.
“No, ho solo… mal di testa. Volevo sonnecchiare qualche minuto
mentre Andrea guardava la tv, ma devo essermi appisolata più di quanto
credessi, ora mi alzo e ti preparo qualcosa da mangiare.”
“No! Ho pranzato a lavoro, lo sai che ce lo passano gratis, no? Piuttosto
io ora porto Andy all’asilo, per quella ca… insomma, devono fare
le prove per la recita…”
Ha un respiro così flebile che sembra fatta di stoffa, anziché
di carne e ossa, non posso neanche controllare quanto mangi dato che non sto
quasi mai in casa. Accidenti!
“Il maestro Leonardo è una così brava persona, li ama
davvero i bambini e loro lo contraccambiano con tutto il cuore. Andrea lo
adora… e Nicola? Quante volte te lo devo dire di non chiamare tuo fratello
con quel nomignolo straniero?”
Santo cielo perché a volte mi sembra che ancora viva nell’ottocento
anziché nel duemila?
“Mi piace nonna, e piace anche a Andy. Discorso chiuso.”
Non dovrei farla arrabbiare, ma è più forte di me reagire così
bruscamente.
“… Ringrazia il maestro Leonardo da parte mia, e porgigli le mie
scuse per non aver accompagnato Andrea oggi, ma le gambe non mi reggevano
più di tanto. E se puoi aiutalo, è tanto bravo…”
Ecco, adesso mi piacerebbe essere davvero un animale a quattro zampe, potrei
azzannare alla gola la così brava persona e scuotere la testa da una
parte all’altra finché non resterebbe immobile nelle mie fauci.
Inoltre avrei una lingua più lunga e grossa… Ehm…
“Sì, nonna, ora devo andare. Per la cena ci penso io, tu riposa.”
Mi chino e le sfioro appena la guancia rugosa. Ha la consistenza della porcellana
cotta male, fina, gelida e ruvida; non l'ho mai sopportata. Meglio non pensarci.
“Andy sei pronto?”
“Sì, Nico, andiamo? Ciao nonnina!”
“Ciao Andrea, fai il bravo!”
“Sììì!”
Il mio Andy ha una vocetta cinguettante che irriterebbe persino uno di quei
pupazzi di neve appesi sulle finestre come decorazioni, ma ammetto che per
me è piacevole da sentire. Eh, che fa l’affetto. Gran brutta
bestia! Per fortuna che per me è solo una persona a contare davvero.
“Che belle le luci, eh? Manca poco perché viene Babbo Natale!
Non vedo l’ora!”
“Venga.” Correzione automatica, neanche fossi lui, cazzo.
Camminiamo immersi nel freddo, con il vento che urla così forte da
far penzolare le illuminazioni natalizie sopra di noi come dannati yo-yo impazziti,
e Andy non sta zitto un secondo, saltellando appeso alla mia mano, pieno di
eccitazione per le ormai prossime festività. Almeno si riscalda. Anche
io da bambino aspettavo le vacanze così ansiosamente? Probabile, adesso
le detesto a morte. Se potessi imbracciare un mitra, innanzi tutto, sparerei
a tutte queste campanelle stridule che suonano melodie fastidiose quanto un
calcio negli stinchi, poi mi dedicherei con pura soddisfazione a queste minchia
di lucette abbaglianti che sembrano divertirsi a stordirti. In realtà
lo so che fa parte di una strategia che porta al rincoglionimento devastante
e che ti fa entrare automaticamente nei negozi a sperperare soldi in regali
idioti e in ornamenti ancora più idioti.
Altro che la festa dell’amore, della pace e della bontà! La festa
dei negozianti, si dovrebbe chiamare. Merda se trovo un altro tizio con la
cornamusa mi compro una mazza da baseball e gliela rompo in testa. In realtà
potrebbe essere un’eccellente idea anche contro di lui… lo tramortisco
e lo segrego in una stanza da letto, almeno mi passa quest’ossessione.
Dannazione sono ridotto peggio di un moccioso infinocchiato da tutte quelle
stronzate su grassoni vestiti di rosso che sanno dire solo ‘oh, oh,
oh’.
“A te che ti porta Babbo Natale, Nico?”
Eh? A me? Sarà tanto se mi compro un maglione, considerati i giocattoli
e i vestitini che ho adocchiato per Andy e il cappotto nuovo per la nonna…
“Non lo so Andy, lo sai che agli adulti non è permesso scrivere
la letterina, ma è Babbo Natale a scegliere per loro, no?”
“Mmm, hai ragione! Sono così curioso! Uh, eccoci arrivati, finalmente!”
Con una smorfia che spero non si noti più di tanto, stringo più
forte le dita di Andrea ed entro nell’edificio che ospita l’asilo
comunale, trascinandomelo appresso.
Da piccolo venivo qui anche io, ma di certo non c’erano insegnanti come
lui. Io avevo tutte donne rotondette di mezza età con le facce a luna
piena, gli occhiali sui nasi e i capelli cotonati come attrici di vecchia
guardia, non uomini single appena trentenni.
Toh, parli del diavolo e spuntano le corna, con tanto di forcone e coda. Chissà
come starebbe con una tutina attillata tutta rossa…
A cosa cazzo penso? Perché mi devo agitare così? Se strattono
un'altra volta la mano di Andy potrei anche rompergliela. Merda, neanche mi
trovassi davanti a mister mondo!
Non so neanche cosa sia a intrigarmi tanto in lui, poi. Non è bello,
non nel senso più stretto del termine almeno, e di certo non quanto
alcuni miei colleghi. È troppo magro, i vestiti spesso e volentieri
lo avvolgono come una coperta, anziché aderirgli al corpo, e ha un
viso eccessivamente austero per essere definito così. Le guance sono
troppo incavate e stonano con la bocca larga e carnosa e con il naso sottile
e dritto. Per non parlare di quelle sopracciglia fini come pennellate appena
tracciate, tipiche delle donne. Tuttavia ha un fascino tutto suo, innegabile
e traditore.
Credo si tratti del sorriso spontaneo e solare che spesso regala in modo inaspettato,
o dei capelli castano dorato, che gli ricadono morbidamente sulla fronte e
sulle mascelle, lambendogli il collo come le mani di un amante. Fanculo ai
suoi amanti, per altro, se ne ha mai avuti.
No, ok, sono gli occhi. Quei maledetti occhi che stridono con il suo atteggiamento
sempre gentile e pacato, come unghie sulla lavagna. Sono occhi di caramello
fuso, con ciglia lunghe e folte, che ti scrutano l’anima o quello che
tieni dentro di te e ti fanno sentire un bastardo sotto processo. Occhi da
poliziotto corrotto, perché nessun uomo onesto e ligio al dovere ne
avrebbe di tanto brucianti e appassionati. Occhi che cambiano come cambia
la luce e ti invitano a cose proibite.
Per esempio, se mi spogliassi nudo e mi stendessi sulla sua cattedra mi sgriderebbe
o finalmente si deciderebbe a scoparmi? Chissà come sono quegli occhi
mentre fa sesso, e com’è la sua voce dolce e melodiosa mentre
geme e ansima…
Merda, ma a che cazzo sto a pensare, fermo come una statua di sale? Ci mancano
solo le frecce luminose e la scritta idiota sopra di me e ho raggiunto il
guinness dei coglioni.
E fortuna che mi sono messo dei pantaloni da hip hop perché altrimenti
questi piccoletti penserebbero che mi ci sono infilato chissà cosa
dentro e farebbero rapporto al maestro; chissà se mi punirebbe o cercherebbe
di vedere cosa nascondo…
“Nico, stai bene? Perché sei tutto rosso in viso, senti caldo?”
Abbasso lo sguardo su Andy e mi sento ardere le guance ancora di più.
Ma porca di quella miseria e adesso cosa faccio?
“Nicola, Andrea, benvenuti, vi aspettavamo.”
E riecco quel sorriso. Perché sembra che si sia legato il sole ai denti?
Grugnisco, ora non saprei dire altro se non qualcosa sul genere ‘saltami
addosso e fammi sentire come lavori di lingua, boy’, ma temo che oltre
a rendermi del tutto ridicolo, mi guarderebbe, sbattendo quegli occhi da inconsapevole
stupratore folle che si ritrova, e mi chiederebbe cosa deve dire per farmi
sentire come parla. Sì, proprio parlare voglio, con te…
Basta! Devo piantarla! Lo sapevo che dovevo andare al parco ad agganciare
un cliente, cazzo. Mi tira sin troppo. Beh, dopo riaccompagno a casa Andy
e poi, bye bye erezione!
Andrea viene sommerso dai suoi amichetti, neanche non lo vedessero da un mese,
anziché da ieri, e io mi guardo attorno, provando qualche assurda tecnica
zen per calmarmi.
Però, si son dati da fare in due giorni che non sono venuto. Hanno
completamente trasformato quest’aula, e bravo maestro.
“Allora bambini, avanti, mettetevi nelle posizioni che sapete e iniziamo
con le prove.”
Ha un tono talmente stuzzicante e persuasivo che riuscirebbe senz’altro
a incantare anche i serpenti al posto del flauto, ci credo che tutti quanti
scattino ubbidienti e persino Andy corra con impeto verso il suo ruolo di
pastorello.
Mi è piaciuto come non abbia imposto le sue idee sulla recita di Natale,
ma abbia convocato i genitori, proponendo loro due versioni alternative, una
a tematica religiosa, e l’altra più fantastica, incentrata sui
miti di Babbo Natale e Santa Claus. Non conta che a votazione conclusa sia
risultata vincitrice la celebrazione più prettamente cristiana, ma
il rispetto per tutte le culture che ha dimostrato di possedere nel concedere
le diverse possibilità alle famiglie dei bambini. Credo sia stato questo
il motivo che me l’ha fatto davvero guardare e non solo sfiorare passivamente
con gli occhi.
Sì, è stato durante quel colloquio a cui dovetti presenziare
due mesi fa per colpa dell’influenza della nonna, che, incrociando il
suo sguardo animato e passionale, mi scombussolai. Mi sorprese a tal punto
che non contraddissi nemmeno Andy quando mi propose spontaneamente per diventare
l’aiuto organizzativo che gli serviva, per via dell’assenza della
sua collega, che stava avendo problemi con la gravidanza. Credo che il definitivo
tracollo per il mio cervello sia avvenuto quando mi rivolse quel sorriso indolente
e fanciullesco per ringraziarmi. Come cazzo può averlo un sorriso del
genere un insegnante? Dovrebbero vietarlo con qualche regolamento dell’istituto,
anziché permettergli di esibirlo come ora.
“No, Riccardo, non devi urlare, ma parlare a voce alta e chiara, e tu
Sabrina cerca di non ballare prima che parta la canzoncina, d’accordo?”
È così paziente e garbato che mi chiedo davvero come riesca
a farcela, sarà che io vengo qui ogni volta che non ho i turni al fast
food e prima dell’altro lavoro, ma mi basta un’ora per essere
sfibrato e distrutto da queste piccole pesti, al punto di volerli mettere
tutti in una caverna silenziosa e oscura. Andy seppur vivace, intelligente
e curioso, in confronto al modo in cui si attiva quando è in compagnia
dei mostriciattoli, a casa è un peluche immobile e dal faccino tenero.
D’altronde se l’ha scelto lui come mestiere gli starà bene
così…
“Nicola, potresti darmi una mano a sistemare qui?”
Saprei io dove metterla la mano, altro che a fissare meglio la capanna di
compensato e cartoncino. Ok, meglio che occupi i pensieri con altro, la manualità
talvolta serve.
“Bene bambini, per oggi è tutto, è suonata la campanella,
vestitevi per bene che è freddo e andate, i vostri genitori vi staranno
aspettando. Come sempre se qualcuno non vede la mamma o il papà torni
qui che aspettiamo insieme, va bene?”
Il coro di vocine che rispondono affermativamente mi sblocca dallo stupore.
Sono le cinque: un’ora e mezza che sono qui e il tempo è trascorso
talmente veloce da darmi l’impressione di essere appena arrivato. D’accordo
che vedere Andy divertirsi per me è qualcosa di unico, però
così mi sembra di esagerare.
Vabbé chi se ne frega, meglio che mi inizi a preparare anch…
Cazzo!
“Attento!”
Un filo per terra. Dove ho la testa se inciampo così cretinamente?
E soprattutto, perché mi sembra che la porzione di pelle tra i reni
e il fianco stia bruciando? Il calore della sua mano è così
potente da marchiarmi attraverso i vestiti? Ma perché mi sembra di
essere a corto di ossigeno?
I suoi occhi sono così devastanti, non trovo altro termine. E le sue
labbra così vicine.
Profuma di vaniglia. Se un altro uomo avesse un odore simile lo snobberei
volentieri, ma su di lui è così rassicurante ed eccitante, così
giusto, ma se mi allungo e lo bacio? Così vedrò anche se questi
occhi trasmettono il bollore anche alle labbra. Sì, il suo respiro
sembra tiepido e dolce, e ora vediamo se…
“Nico?”
Dio! Se non mi è preso un infarto adesso non mi prende più!
Perfetto non avrò mai problemi cardiaci…
“Sì Andy?” Merda, sto squittendo come un topo!
“Andiamo?”
Fortuna che lo sguardo perplesso di Andrea che passa da me a Leonardo e viceversa
mi geli all’istante. Lui si passa una mano tra i capelli e sorride rassicurante
a mio fratello, incoraggiandolo a infilarsi il giubbetto, lo vedo con la coda
dell’occhio. Come fa a essere così controllato? Ma anche io,
d’altronde, sembrerò perfettamente padrone di me.
Sciarpa, cappotto, bene, non scordo nulla, anche Andy è a posto.
“Ciao maestro!”
“Ciao Andrea, a domani. Ciao… Nicola.”
Ha esitato, io no. “Ciao Leo.”
Colpito e affondato bello, vero? Questa volta il sorriso è il mio.
Sorriso che ora vorrei buttare in un cassonetto. Ma sono idiota o cosa? Non
devo avere niente a che fare con lui! È il maestro di Andrea e basta.
Null’altro, è giunto il momento che me lo tolga proprio dalla
mente.
“Nico…”
“Sì, Andy?” Meglio concentrarsi su di lui.
“Ma tu e il maestro vi stavate per baciare?”
“Eh?”
“Ahia!”
“Scusa… ti ho tirato troppo la mano?”
“No, no…”
Meno male, stavo per staccargliela per quanto mi ha stupito. Da dove gli è
uscita questa? Se anche Andrea ha avuto questa impressione che avrà
pensato lui? E se ci fosse stato qualcun altro? Ma dove cazzo ce l’ho
la testa?
“Allora?”
“Ma che dici, perché avrei dovuto baciarlo?” Cerco di fare
l’indifferente, ma temo di essere troppo teso, speriamo che Andy, nonostante
la sua percettività, non lo recepisca.
“Non lo so, cioè ci si bacia quando ci si vuole bene, no? Ma
non so se tu gli vuoi bene visto che lo guardi sempre arrabbiato… però
è giusto baciare quando si tiene a qualcuno, vero?”
Un attimo, qui si accavallano i discorsi e il mio cuore non regge, forse l’infarto
arriva adesso. Non è un po’ piccolino per parlare di baci? Ha
cinque anni!
“Sì Andy ci si bacia quando ci si vuole bene, infatti io te li
do i baci no? E anche la nonna. E no, non voglio bene al… al tuo maestro.”
Decisamente non gli voglio bene. Proprio no. Che sia chiaro.
“Oh! Ma io parlavo dei baci baci!”
“… I baci-baci?” Che vuol dire?
“Ma sì, come quelli del cinema.”
“Del cine…” Devo dire a nonna di far guardare meno televisione
a Andy, necessariamente. “Sì, si danno quando ci si vuole bene,
tanto bene Andy. Un bene speciale.”
Perché togliergli delle illusioni? Scoprirà da grande quanto
i baci, spesso, siano dati per tutto tranne che per affetto o amore. Che si
viva la purezza della sua infanzia al completo.
“Oh! Bene!”
Mi domando perché sia così soddisfatto. “Perché
bene Andy?”
“Perché allora avevo ragione io!”
“Ragione su cosa?” Ma di che parla? A volte ci vorrebbe l’interprete
con i bambini!
“Con la nonna. Lei mi ha detto che non devo baciare Faby, perché
sono cose che non si fanno, ma io le ho detto che a lui voglio un bene speciale,
perciò è giusto dargli i baci quando lo vedo.”
Faby? Faby Fabrizio? Andy bacia un suo amichetto? Oddio!
“Andy, ecco, forse ha ragione la nonna.”
“Ma io gli voglio bene bene come dicevi tu, che male c’è
se gli do un bacio quando lo saluto?”
Che male c’è? In effetti nessuno, e poi che ipocrita sarei? Sono
fiero dell’innocenza assoluta del mio cucciolo, perché dovrei
impedirgli di fare un gesto privo di qualsiasi malizia solo perché
qualcuno potrebbe interpretarlo in maniera errata? Problemi di quel qualcuno,
no?
“È vero Andy, però non farti vedere dalla nonna, così
non brontola, e magari neanche dai genitori di Faby, così non brontolano
a lui, ok?”
Andy annuisce, sorridendo, felice di condividere un segreto con me e io posso
solo sperare con tutto me stesso che diventi grande il più tardi possibile.
Perché l’età adulta ci priva di qualsiasi magia?
Bando alla tristezza, che già queste musichine insopportabili mi danno
da sole mal di testa.
“Pizza per cena?”
“Sììì!”
E pizza sia, rapida, buona, accessibile come costo e peccato di gola della
nonna, che c’è di migliore? Nulla, soprattutto quando la pizzaiola
ha un palese debole per i ragazzi con l’aspetto da simil teppista come
me, e mi fa sempre lo sconto. Anche i capelli con filze viola che si intrufolano
e fondono nel nero hanno il loro perché, attraggono l’attenzione
in occasioni come queste e mi fanno spiccare nel mio lavoro.
“Posso mangiarla ora?”
“No Andy, o la nonna si arrabbia.”
“Ma è calda…”
Il suo broncio è un’altra di quelle cose che dovrebbero vietare
per legge, perché del tutto irresistibile.
“Ok, ma solo un pezzetto, il resto lo mangi a cena.”
“Grazie Nico!”
Addenta la pizza contento come se gli avessi regalato un conto in banca a
nove zeri. È fantastico questo bambino, se non fosse mio fratello lo
rapirei e me lo terrei appiccicato.
E rieccomi con le sdolcinatezze, il Natale è una bestia letale, fa
aumentare glicemia e zucchero ovunque.
Basta vedere queste decorazioni contrarie al più genuino buon gusto,
che mia nonna ha attaccato alla porta e disseminato un po’ per tutta
casa. Se non fosse che Andy ci tiene le avrei già bruciate in un bel
falò. Almeno avrebbero avuto l’utilità di fornire un po’
di sano calore…
Non so cosa darei per poter guardare l’espressione della nonna se avesse
modo di visionare quali tipi di ornamenti utilizzano per gli alberi nella
zona gay della città. Probabilmente le prenderebbe un colpo apoplettico,
forse è preferibile evitare, peccato però.
“Siamo a casa.”
“Bentornati, Nicola ci hai pensato tu alla cena? Altrimenti preparo
qualcosa…”
“Ho preso la pizza nonna.”
“Oh…”
Ecco un modo imbattibile per zittirla, sono quasi certo che non farà
storie neanche quando uscirò, dopo cena. Si limiterà al solito
cruccio di riprovazione e si metterà a sferruzzare qualcosa.
“Esco. Non so quando torno, buonanotte. Andy fai il bravo e vai a dormire
presto, mmm?”
“Sì Nico.”
Ha i capelli morbidi come un guanto, e così scuri da catturare i riflessi
e farli disperdere. Mi piace accarezzarglieli prima di uscire, è quasi
un rituale, un congedo tutto nostro. Mi rammentano quelli di mia madre…
e del saluto che lei dava a mio padre.
Al diavolo i ricordi.
Fa freddo, ancor più freddo di prima. È normale, visto che con
il calare della luce si alza la nebbia in una combinazione inversamente proporzionale
micidiale per tutte le creature della notte. Inversamente proporzionale, cazzo,
pare una frase adatta a lui; possibile che anche un semplice pensiero me lo
riporti in mente? E fortuna che sto andando al lavoro anche con l’intenzione
di togliermelo dalla testa.
Maledizione proprio stasera doveva far talmente freddo da gelarmi il respiro?
Mi sembra di inalare un blocco di neve a ogni attimo. Peccato che la neve
regali almeno un’illusoria apparenza di purezza e qui, in questo quartiere,
la purezza sia del tutto bandita.
Il muro a cui mi appoggio sembra fatto di ghiaccio secco. Almeno spero di
non avere l’espressione di un condannato a morte.
Mi chiedo in quanti versino nelle mie stesse condizioni. Quanti di questi
volti pallidi e intirizziti che incrocio e che mi circondano hanno la testa
da un’altra parte? Quanti vorrebbero essere altrove e invece si forzano
a restare qui? Merda e questa da dove m’è uscita?
Io non mi forzo, io sono qui perché lo voglio. Non sono nemmeno costretto
come quelli che non hanno un tetto o che sono indotti dal costo della droga.
No, io ho scelto di essere qui. Un po’ come quelli che rifuggono le
loro esistenze di cristallo, creandosi una doppia vita. In un certo senso
l’ho fatto anche io, già.
E pensare che la prima volta che feci sesso fu uno schifo. Quattro anni fa,
sembrano millenni. Fu per dimenticare, mi diedi questa giustificazione mentre
mi tiravo su a fatica i pantaloni con un’enorme voglia di piangere.
Ero in bilico tra la paura, l’angoscia, il dolore e la rabbia. Mi avevano
lasciato solo, con una nonna, che avevo sempre visto come una vecchia rompiscatole
da sopportare e a cui fare quattro moine per rimediare una mancia, e un bimbetto
di poco più di un anno, che muoveva a stento i primi passi. Volevo
diventare grande, volevo sentirmici, e cosa c’era meglio del sesso?
Droga, alcool? Non volevo di certo fottermi il cervello insieme con la disperazione,
quindi perché non mandare a puttane l’infanzia e tutto il resto
con una scopata? Tutti ne parlavano come di un godimento senza pari, perché
non tentare anche io?
Quante cazzate si fanno a sedici anni! Che squallore, se ci ripenso mi sale
ancora in gola l’odore disgustoso di quel locale fumoso.
Non mi sono mai creato problemi per la mia omosessualità, preferisco
muscoli virili a tette pendenti, e allora? Logica la conclusione di andare
in uno pseudo pub friendly, segnalato come tale da una rivista, per la prima
volta, no? Che testa di mischia, nemmeno i preservativi pensai a prendere,
fortuna che fu un tipo responsabile il tizio con cui andai. Non rammento più
neanche il suo viso. Che merda! La mia verginità involata e non so
neanche se con un biondo, un moro o un rosso. Credo fosse bello, ma mi piace
soltanto pensarlo, perché non ho dettagli in merito, d’altronde
da quel momento agganciai e rimorchiai qualunque essere maschile ci volesse
stare. Ero come ossessionato. Perché per tutti era la cosa più
favolosa del mondo e io mi sentivo sempre fuori posto e con una dannata voglia
di scappare via, non appena la conquista di turno si spogliava? Che c’era
di sbagliato in me a farmi sentire così sporco?
Potrei definire più sensatamente di qualsiasi strizzacervelli le mie
sensazioni dell’epoca. E pensare che stavo davvero per smettere di andare
col primo che rispondeva al mio sorriso. Già, quando quel porco trentacinquenne
per tacitarsi la coscienza di essersi scopato un ragazzino mi diede dei soldi
mi distrusse l’orgoglio. Volevo sentirmi parte di qualcosa, dovevo essere
adulto, univo tutto con il sesso, cosa c’entravano i soldi?
Buffo che invece la sua faccia impaziente e scocciata sia impressa indelebilmente
nella mia memoria. Dannatamente ironico anche che il primo cliente fu anche
quello che mi pagò di più e vide i soldi finire strappati nel
cesso con un urlo di rabbia. Che checca isterica fui, riderei se non avessi
il timore di rimanere con la mascella cristallizzata e le tonsille surgelate
in mostra.
Fanculo mi sento gelare le chiappe! Perché diamine mi sono messo questi
jeans a vita strabassa? Mica dovevo far colpo su di lui, no? D’accordo
che così non mi sono dovuto cambiare e subire l’espressione di
disapprovazione di mia nonna per il mio abbigliamento. Lei crede che vada
in giro a far baldoria, mi considera un perdigiorno, lo so, e dire che è
proprio per lei e Andy che sto qui.
La sera del mio orgoglio frantumato rientrai in anticipo e beccai mia nonna
che occhieggiava, stanca, i conti. Fece finta di niente e me li nascose.
A me giravano abbastanza le palle per contraddirla e farla incazzare, quindi,
di notte, andai a rovistare con l’intenzione di lasciare incasinato
e farle capire che non poteva fregarmi, e restai fregato io, venendo a sapere
del mutuo che i miei non mi avevano mai rivelato. Una misera pensione e mezza,
considerando i soldi che raggranella facendo lavoretti di sartoria per le
vicine, come poteva salvare la casa e crescere me e Andy? Rimasi sconvolto
e misi tutto come avevo trovato. Mi cercai un lavoretto e dopo neanche un
mese iniziai a fare anche marchette. Era veloce, si guadagnava discretamente
e non cambiava di tanto dalla vita che avevo fatto per almeno cinque mesi.
Continuavo a scopare con chi capitava, la differenza stava soltanto nei soldi.
Strano, cominciai a trovarlo persino piacevole. Chissà, forse i muscoli
mi si erano allentati un po’, o magari mi sentivo soltanto utile…
Toh! Un cliente! Era ora che si lavorasse, il cervello mi si stava fondendo
con tutti questi rimuginamenti assurdi! Se avessi continuato sarei finito
per giungere alla conclusione di dover smettere. Certo potrei anche farlo,
stringendo un po’ la cinghia, ma non ne ho motivo. Nessun motivo.
“Quanto vuoi?”
“Venti per una sega, trenta per un pompino, cinquanta per una scopata,
centocinquanta per un servizio completo.”
“Però, sei caro, niente sconto natalizio?”
“Ma se dovresti farmelo tu un regalo, tesoro!” Chissà perché
a questi uomini d’affari che capitano ogni tanto piacciano tanto i comportamenti
affettati da frocette. Forse perché così prendono le distanze
in modo netto dal mondo che quotidianamente li circonda? Mah! Tra l’altro
questo stronzo veste Armani e chiede anche lo sconto. Lo saprei io dove ficcarglielo
lo sconto! Come se giustificare una spesa di cinquanta o cento euro alla moglie
fosse un problema per chi ha soldi da buttare in simili completi.
“Mmm, allora servizio completo, ma ora andiamo!”
E il tirchio fa anche una smorfia mentre cammina come se stesse per andare
alla ghigliottina.
C’è una tale ipocrisia in giro che certe volte mi verrebbe voglia
di poter prendere la terra, darle un calcio, con tanto di sottofondo musicale
inneggiante la pace e l’amore, tipo queste che risuonano in ogni dove
per colpa del Natale, e spedirla in un angolo talmente buio e sperduto che
neanche tutte queste cazzo di lucine multicolore potrebbero far da cerino
o candela!
Vorrei sapere dove mi sta portando, ha voglia di scoparmi o farmi dare il
culo al vento?
Da Betty. Eh, ti pareva che non mi portasse in un alberghetto fatiscente,
di infima categoria, mai che potessi andare in un hotel a cinque stelle. Tanto
un letto è un letto e io non devo farmi una rilassante dormita, ma
ogni tanto sarebbe piacevole cambiare.
La receptionist, ma chissà se si chiameranno così anche le impiegate
di questi albergucci miseri, mi indirizza uno sguardo ripugnato che mi verrebbe
voglia di contraccambiare con un pugno, ma non ne vale la pena.
Arriviamo in camera e si toglie l’impermeabile, almeno è belloccio.
Ma che razza di suoneria ha? Ma su! Ora pure i cellulari cantano Jingle Bells,
e nemmeno in inglese, in italiano! Con tanto di slitta che va a gran velocità
e cuore che si sveglia lieto di cantare… ma si può? Meglio che
mi spogli, voilà volo perfetto della sciarpa sulla scrivania, e ora…
“Pronto? Sì? Sì, sono Leonardo.”
… Non ci credo. Non è possibile che questo stronzo abbia il suo
nome. No, no, no! Cazzo!
“Sì. Sì, ok, a domani, buona serata.” Si volta,
allentandosi l’orribile cravatta. “Bene, ora sono tutto tuo.”
“Non posso.” Che ho detto? Sono rincoglionito? Quel maestro si
è risucchiato il mio cervello? Non poteva succhiarmi altro?
“Che hai detto?”
Ecco pure l’eco stonato ci mancava. Non so se sia peggio lui o le campane
nei giorni di festa.
“Senti, ci ho ripensato, mi spiace, ti rimborso la stanza.” Cazzo,
cazzo, cazzo, perché faccio così?
Le renne, i campanelli, le slitte e tutto il resto mi hanno completamente
e definitivamente rincitrullito? Dio, che schifo mi sto facendo, altro che
quella volta. Ora vorrei gettarmici io nel cesso, magari con la testa a mollo
nelle fogne mi schiarisco le idee e lui smette di condizionarmi.
“Tu adesso ti fai scopare, puttana!”
Ma tu guarda questo, insulta pure! E mi mette anche le mani addosso! Ma staccati
dal mio polso, piovra, mi fai male!
“Senti perché non torni a casa da tua moglie?” Merda, questo
non dovevo dirlo.
Mi strattona e mi dà uno schiaffo. Ma chi si crede di essere?
“Fottiti da solo!” Gli assesto un calcio sulle palle e me la svigno.
Fortunatamente me la so cavare sul piano fisico, tant’è che in
meno di un attimo sono fuori e mi confondo tra i pochi passanti ancora in
giro, ma il polso che mi ha tirato e che ho dovuto liberare bruscamente mi
fa un male del diavolo. Fanculo! E tutto per lui. Perché? Perché
pensare di farmi toccare da uno col suo nome mi ha sconvolto tanto? Perché
mi sono tornati alla mente i suoi occhi, il suo profumo e il tepore del suo
respiro? Rischio di impazzire se non trovo una soluzione! Basta! Domani devo
smettere di essere un cane uggiolante e incominciare a ringhiargli contro,
considerandolo un invasore del mio territorio, altrimenti non vado avanti.
Peccato solo che non mi abbia mai davvero invaso…
Ok, per stasera meglio dire addio al lavoro, viste le pulsazioni che avverto
al polso. Me ne vado a dormire e via, non sia mai che la notte, per una volta
mi sia amica e mi porti consiglio.
“Sei tornato prima del solito stanotte…”
Grandioso, interrogatorio di primo mattino e senza esser riuscito a chiudere
occhio per il dolore al polso. “Già.”
“Dai Andrea, che tra un po’ dobbiamo andare all’asilo.”
Sono stato graziato? Ok, come minimo mi si abbatterà un asteroide sulla
testa mentre esco. “No, ce lo porto io prima di andare a lavorare.”
“Sicuro?”
“Sì, sì, tu riposa, casomai vai a riprenderlo.”
“Evviva!”
Andy si muove contento sulla sedia, faticando a trattenere l’eccitazione.
Mi dispiace di passare così poco tempo con lui, ma non posso fare diversamente.
Sì, ma ora urge una semi fasciatura al polso o lavoro soltanto con
la fantasia oggi…
Bene, e ora diamoci una mossa.
“Andy, sei pronto?”
“Sììì!”
Merda, ieri sera dovevo proprio lasciare la sciarpa in quella bettola nella
fretta di andarmene con tutto il freddo che fa in questi giorni? Fortuna che
Andy mi distrae parlando a ruota libera.
“E poi Faby ha detto che ha chiesto un cavallo tutto per lui. Ma secondo
me Babbo Natale non può portarglielo, se il cavallo non ha chiesto
Faby come regalo, non può fare un dispetto al cavallo, regalandolo
a Faby, no?”
Dio, che ragionamenti contorti, chissà se anche io ero così
cervellotico. Almeno, cercando di seguirlo, non mi annoio mai.
“Nico, che hai fatto al braccio?”
Ecco che cambia argomento.
“Nulla Andy, ho solo preso una storta, ma l’ho fasciato per essere
più protetto al lavoro, non fare quel musino preoccupato! Sto bene.”
“Davvero?”
“Sì, davvero.”
“Ma davvero, davvero? Non mi dici una bugia vero?”
“No, Andy non ti dico una bugia, tranquillo.”
“Ok, ti credo Nico. Siamo arrivati, che bello! Mi piace tanto l’asilo!”
Che gusti strani il mio Andy, ma forse anche a me piacerebbe visto il maestro
che si ritrova…
E come sempre pensi al topo e spuntano fuori i baffi, anche se sarebbe più
opportuno parlare di un bel gattone seducente. Ok, censuriamoci o chissà
dove vado a parare.
“Buongiorno Andrea… Nicola…”
Sbaglio o ha esitato sul mio nome? Ripensa a ieri? Come se io potessi dimenticarlo.
Basta, mi ero ripromesso di non farlo.
“Buongiorno maestro! Posso entrare intanto?”
“Sì, vai pure Andrea.”
“Ciao Nico!”
“Ciao Andy, fai il bravo.”
Corre via, salutandomi, e va in cerca dei suoi amichetti. Che bella la sua
spontaneità, a volte vorrei averla anche io.
“Che hai fatto al braccio?”
La sua intonazione, appena ansiosa, me lo fa guardare sorpreso.
“Niente di che, un incidente sul lavoro.”
“Quale dei due?”
È riuscito a spiazzarmi. Non credevo che avrebbe più accennato
al mio secondo lavoro volontariamente. Se ripenso a come sia riuscito a incontrarlo
in entrambe le mie attività devo combattere un impulso alla risata
isterica. Appena tre giorni dopo essere riuscito a colpirmi così tanto
con la sua proposta per la recita e con il suo aspetto attraente, me lo sono
ritrovato al fast food. Ero quasi sul punto di staccare e, complice il vento
poco invitante che spirava all’esterno, ci siamo messi in un tavolino
con due caffé fumanti davanti, per rompere il ghiaccio. Dovevamo collaborare
per la recita e io, Andy a parte, non avevo esperienze con i bambini e non
sapevo quel che aveva in mente di organizzare.
Devo ammettere che non mi sarei mai aspettato di andare così d’accordo
con un maestro tutto perfezione e apparente sussiego. Sebbene quel sussiego
se ne vada in Australia quando lo si guarda negli occhi. Invece è stata
una completa sorpresa, ci siamo messi a parlare per almeno tre ore senza rendercene
nemmeno conto. Abbiamo spaziato su tante cose e ci siamo scoperti simili e
discordi in modi talmente netti da essere subito a nostro completo agio. Mi
è sembrato, per una volta, di aver incontrato qualcuno con cui aprirmi
senza remore, nonostante gli otto anni d’età che ci separano.
È stata un’esperienza così esaltante che per un attimo
ho rischiato di confessare persino la mia omosessualità. Io che sto
sempre attento a non farmi scoprire, soprattutto per non creare problemi ad
Andy, stavo per mandare tutto a cagare proprio con la persona che avrebbe
potuto portarmi guai a non finire. Se fosse stato un omofobo di merda avrebbe
potuto istillare il dubbio che l’affidamento di Andrea a una donna anziana
come mia nonna e a un fratello immorale non fosse un’ottima soluzione
e che avrei fatto io senza Andy, se si fosse arrivati al punto di mettere
in mezzo gli assistenti sociali?
In quel preciso momento ho capito che tra noi c’erano sin troppe barriere,
formate da segreti, bugie, mezze verità e differenze di vita. Mi congedai
piuttosto bruscamente, deciso a far sì che rimanessimo nel confine
che avevo appena tracciato e che ci vedeva come semplici assistenti per un
periodo determinato, ma non avevo fatto i conti con la sua di sessualità.
Chi avrebbe mai immaginato che il composto insegnante tutto d’un pezzo
fosse gay e frequentasse l’ambiente? Non so chi sia stato il più
stupito dei due, se io che l’ho colto sul punto di comprarsi un filmino
hardgay nel sexy shop del quartiere friendly o lui che mi ha visto adescare
un cliente nello stesso negozio.
Mi sono sentito come il più strisciante dei vermi e per dare un calcio
in culo a questa sensazione, che non mi è mai appartenuta, gli ho indirizzato
un sorriso luminoso, salutandolo.
Il suo sguardo mi ha fatto vergognare, e dal giorno del primo sesso a pagamento
della mia vita niente e nessuno c’era più riuscito. Per questo
ho preso le distanze da lui. Mi comporto civilmente, più o meno, ma
non c’è stata più occasione di ricostruire quell’intimità
che era nata così improvvisa tra noi al fast food. O almeno fino al
quasi bacio. Cazzo, devo smetterla. Mi scombina la vita, non può farlo
così, come se niente fosse!
Ogni cosa mi fa pensare a quel che poteva essere tra noi, i se e i ma non
mi appartengono e con lui invece mi tormentano. È un uomo, un uomo
persino banale, e io non sono il cane che sbava al suo passaggio per farsi
accarezzare!
“Quello notturno.”
Vediamo se lo capisci, e me lo ricordo anche io, che non c’è
possibilità per noi di essere amici. Né altro.
“Nicola… perché non la pianti? Hai il lavoro al fast food,
tua nonna prende la pensione e magari potresti trovare anche un’altra
occupazione, perché non la smetti di…”
“Ma chi ti credi di essere, mio padre? Fatti i cazzi tuoi, maestro,
e pensa ai tuoi alunni.”
Nessuno, nessuno può dirmi cosa devo fare. Tanto meno lui e con quel
tono che mi manda in bestia. È un misto tra pietà, compassione,
tenerezza e preoccupazione. Lui non è nessuno, lui non capisce, lui
non sa, non può giudicarmi! Anche se non c’era biasimo nelle
sue parole mi fa sentire comunque uno schifo e nessuno può permetterselo.
Fanculo Leonardo, fanculo!
Sono un cane idrofobo, dal giorno del suo consiglio che ci ha portato a una
rottura, sono un cane idrofobo. Aggredisco chiunque mi capiti a tiro, al lavoro
combino casini su casini e non sono andato neanche più ad agganciare
un cliente per timore di ripetere il merdaio dell’altra volta.
E tutto questo per colpa sua. Di un fottuto stronzo che mi sta rovinando l’esistenza.
Non abbiamo più parlato, ho ridotto al minimo indispensabile i miei
contatti con l’asilo e nonostante questo, mi gravita sempre in testa,
come un maledettissimo satellite rumoroso e ipnotizzante. Neanche mandasse
onde sonore e abbaglianti.
Merda, siamo arrivati al ventitre dicembre, il giorno della recita e mi sembra
che sia passato un anno da quando le cose tra noi sono cambiate.
Me ne sto qui, dietro le quinte, pronto a intervenire come lui, in caso di
bisogno dei bambini e non posso far altro che avvertirne la presenza ed esserne
teso.
Andy è bravissimo e si diverte a esibirsi davanti al pubblico e alla
nonna.
Sono emozionato per lui, anche se cerco di non farlo vedere, e sono stordito
per l’uomo che mi è a fianco silenziosamente.
Tutto fila liscio e Andy si inchina come un attore consumato… si sta
trasformando in un ometto il mio fratellino e se penso che tra poco incomincerà
il vero corso dei suoi studi sento un nodo al petto.
Un nodo che si allarga e si ristringe ancor più dolorosamente nell’incontrare
il suo sguardo, quando tutti i genitori applaudono gli sforzi dei bambini.
È una settimana che andiamo avanti così, senza rivolgerci quasi
parola e comunicando solo lo stretto necessario. È una settimana che
mi sono reso conto di come, in questo breve tempo, fosse divenuta una piacevole
routine punzecchiarlo, provocarlo innocentemente e scambiare due battute.
Si erano creati tanti piccoli rituali destinati a finire come finiscono le
occasioni di festa.
Eppure, pur sapendo che era inevitabile, mi manca il contatto con lui. Un
contatto di occhiate complici, di tocchi fugaci, di chiacchiere inutili. Mi
manca lui, sebbene sia sempre presente nella mia mente. E questo mi ha fatto
comprendere definitivamente di come sia necessario per me un allontanamento
definitivo.
D’ora in avanti, visto che il mio compito di aiutante è giunto
alla fine, cercherò di evitarlo del tutto, tanto tra sei mesi Andrea
terminerà l’asilo e andrà alle scuole elementari, quindi
è giunto il momento di voltare pagina e pensare solo a godermi le feste.
Però mi fa male andare da Andy e vedere lui parlare e ridere con gli
altri genitori. Con me non è più stato così rilassato,
forse nemmeno lo è stato mai.
“Che hai Nicola, ti senti poco bene?”
“Cosa? No, nonna, è il caldo.”
“Sì, effettivamente il riscaldamento è tenuto molto alto.
Andiamo a salutare il maestro e poi andiamo a casa? Dobbiamo prepararci per
la vigilia di domani.”
La seguo più per dovere che per voglia. Non avevo alcuna intenzione
di salutarlo, un addio senza parole era più semplice. Perché
mi sento così nervoso? Neanche il corpicino di Andy, che porto in braccio,
mi conforta.
Ed eccolo, nonostante neanche mi osservi. Perfetto, i miei timori erano infondati.
Paura di che, poi, cazzo? Neanche fosse il mio ragazzo, il mio amante o qualcosa
di simile! È un estraneo, punto.
“Signor maestro, la ringrazio per questa bella recita che ha organizzato.
Mi scuso se ultimamente vengo poco, ma sa, l’età.”
Se la nonna continua ancora con questa sviolinata la mollo e me ne vado.
“Ma grazie a lei per essere intervenuta… e grazie a te Nicola
per l’aiuto, davvero.”
… Che dovrei risponderti, eh? Grazie a te per la compagnia? Col cazzo,
visto che mi hai creato solo problemi a non finire! Non sono più io
da quando ti conosco, merda.
“Di nulla.”
“Arrivederci signor maestro.”
“Ciao Andrea e divertiti con i doni di Babbo Natale.”
“Sììì!”
Non faccio neanche in tempo a salutarlo, che già qualcun altro lo reclama.
Meglio così. Non ho mai sopportato gli addii.
La vigilia. Infine è arrivata anche lei e sta trascorrendo meglio
di quanto reputassi possibile. Andy è sveglio dalle sette e non fa
altro che parlare di regali, di dolci, di Babbo Natale e di quanto è
felice di stare insieme a me e alla nonna; la nonna, per una volta, sembra
essersi scordata di tutte le nostre difficoltà e pensa soltanto a sorridere,
cucinare e cercare di rabbonire Andy in modo che non consumi tutto il suo
entusiasmo oggi, mentre io, beh, mi sto rilassando come posso, in attesa del
turno al fast-food di stasera. Come si fa a prenotare il cenone in un fast
food? Mah, chi capisce la follia delle persone è bravo!
Piuttosto, è ora che mi avvii, considerando che devo ancora comprare
qualche ultimo regalino per Andy.
“Nonna io vado! Andy, fai il bravo, ok? Puoi stare alzato a vedere i
cartoni animati, ma solo fin quando lo dice la nonna.”
“Va bene… Nico però a mezzanotte torni, non è vero?
Altrimenti se Babbo Natale non ti trova non ti lascia i regali!”
Me lo mangerei di baci quando fa quest’espressione ansiosa!
“Sì, Andy, per mezzanotte sono a casa, ho soltanto il turno dalle
sette alle undici, poi posso rientrare.”
“Evviva!”
“Attento!” Quando prova a saltarmi in braccio ho sempre paura
che cada e si faccia male. Mi domando se sia iperprotettivo, ma come si fa
a non esserlo con questo angioletto?
“Nicola hanno suonato al citofono, puoi vedere chi è mentre esci?
Io sto preparando il salame di cioccolato e non posso interrompermi!”
“Sì nonna, a dopo!”
Domani ingrasserò come minimo di tre chili, è dall’alba
che cucina. Ancora non ha capito che per due persone e mezza, considerando
quanto poco mangi Andrea, non c’è bisogno di preparare ottomila
pietanze e settecento tipi di dolci. Ma d’altronde per lei è
una tradizione fare un pranzo di Natale degno di un re e con le proporzioni
adatte a un battaglione di soldati, figurarsi se non la rispetta.
- Sì? Chi è?
- Nicola? … Sono Leonardo… il maestro di Andrea, potresti scendere
un istante, per favore?
… Ti avrei riconosciuto anche senza bisogno che tu dicessi altro se
non il mio nome. Hai una voce inconfondibile. Cosa cazzo ci fai qui? Perché
mi devi scombussolare anche in un giorno in cui ero riuscito a non pensarti?
E per fortuna che proprio ieri mi ero detto di non voler avere più
niente a che fare con te…
- Scendo.
Stranamente le previsioni meteorologiche ci hanno preso. Seppur ventilato
è abbastanza caldo per essere il ventiquattro dicembre. Un Natale senza
neve, e un uomo che non doveva più apparirmi davanti che invece mi
guarda assorto e serio.
Dio, mi sento sotto esame, mi sembra di essere un coglione sotto processo!
Beh, se crede che parli io ha sbagliato di grosso, vediamo quanto ci mette
a capirlo. Merda, è più bello del solito, con le guance arrossate
dalla camminata, o almeno credo, e il lungo cappotto che rende la sua figura
ancor più elegante. Sembra un modello raffinato e quella mano che sparisce
tra i capelli, scompigliandoli appena… Perché vuole dare l’impressione
di uno appena alzato dal letto? Soprattutto visto che quel gesto l’ha
fatto anche quando ci stavamo per baciare?
“Ciao.”
Wow, maestro, complimenti per l’eloquio. Mi dispiace, ma non ti saluto,
prima mi devi dire che vuoi da me. Chi se ne frega dell’educazione!
“Volevo darti questo per Andrea, spero che gli piacerà.”
Tira fuori la mano dalla tasca e mi mostra un pacchettino. Un regalo, per
Andy. Ovvio, che altro mi dovevo aspettare?
“Grazie, sei stato gentile.” Se cogli il sarcasmo non me ne fotte
nulla, non potevi darglielo ieri il regalo a Andy? C’era bisogno di
farmi vedere di nuovo il tuo muso?
“Niente… e questo è per te.”
Mi tende, come se niente fosse, un sacchetto chiuso con un nastro ai bordi
del manico. Un regalo, per me. Ma è scemo o cosa?
“… Perché?”
Mi è uscito come un brontolio, sembra mi stia grattando la gola in
attesa di emettere un latrato. Cazzo!
“Perché è Natale.”
E siamo tutti più buoni. Ma che altro dovevo aspettarmi da buonismo-man?
Anzi, meglio, virtuo-man, l’uomo dalle centomila qualità. Fanculo!
“Non lo apri?”
Mi guarda, aspettando, e avrei davvero voglia di prendere quel regalo e buttarlo
nel primo cassonetto che trovo per vedere quale sarebbe la sua reazione. Io,
da parte mia, ho la tentazione di insultarlo e sbatterlo contro un muro qualsiasi,
ma siamo troppo vicini a casa. Ok, assecondiamo l’atmosfera creata da
queste dannate canzoncine.
“Grazie.” Vediamo che mi ha comprato… una sciarpa. Una sciarpa
come quella che avevo lasciato in albergo per colpa di Leonardo-uomo d’affari-vestito
Armani-porco manesco.
Nera e soffice, con le stesse righe viola che avevo faticato a trovare perché
facessero risaltare i miei capelli. Ha notato che non ce l’avevo più
e ne ha cercata una uguale? Perché si è dato tutta questa pena?
Mi considera un caso pietoso? Dio, mi sale la bil… ma che fa?
“Anche se non fa troppo freddo è meglio che la metti, se vai
in giro con la camicia slacciata e il giubbotto non del tutto chiuso, no?”
Mi sistema la sciarpa attorno al collo e si attarda brevemente a sfiorarmi
il collo con le dita. Sono calde. Mi sento come se avesse appena fatto l’azione
più erotica mai vista. Mi ha solo messo una dannatissima sciarpa e
mi sembra di avere il respiro come quello di un mantice. Cazzo.
Ritira le dita e resta a guardarmi. Di nuovo quegli occhi da poeta maledetto.
Da ribelle voglioso. Perché i suoi occhi ardono sempre? Sembra uno
psicopatico, anzi, no, uno scopatore di professione. Ecco, questo era meglio
se non lo pensavo, concentriamoci su altro, va’.
Sembra attendere, ma cosa aspetta? Che io dica qualcosa? Che dovrei dire?
La sciarpa è bella, è più morbida di quella che avevo,
però pesa di più.
Che dovrei dirgli? Che mi sembra di essere un cane appena addomesticato con
un collare nuovo? E questa da dove mi esce?
“Grazie, maestro.”
“Non mi chiamavi Leo?”
Leo… gliel’ho detto solo quella volta che… Se l’è
cercata. Cazzi suoi.
E ora che dici maestro? Ora che la mia bocca tocca la tua e la mia lingua
sfiora le tue labbra?
Accidenti, e chi se l’aspettava che ci sapesse fare così tanto?
Alla faccia dell’innocentino che sembri quasi sempre, sai lavorare di
lingua, denti e bocca, quasi meglio di me.
Adesso in realtà sono anche cazzi miei, non solo tuoi. Questo bacio
non me lo scorderò facilmente, anche perché è meglio
di quanto avessi fantasticato.
Ma lui mi avrà baciato per riflesso incondizionato? Mi darà
una sberla?
No, decisamente no. I suoi occhi mi farebbero arrossire se fossi meno smaliziato
e il suo sorriso da lupo affamato mi fa quasi venir voglia di proclamarmi
agnellino sacrificale volontario.
Che dovrei fare? Che pensa? Che penso io? Mi sento in black out neurale.
“Stavi uscendo?”
Ti vuoi congedare? Perfetto stronzo. Ora sai che ci avrei provato volentieri
con te, sparisci visto che non sei interessato, nonostante tu abbia gradito
il nostro breve gioco di lingue.
“Sì, devo comprare alcune cose.”
“Capisco… e posso accompagnarti?”
… Perché mi sembra di aver a che fare con un rebus irrisolvibile?
Mi evita per giorni, io faccio lo stesso in verità, poi arriva qui,
mi dà un regalo che denota attenzione verso di me, si lascia baciare,
anzi contraccambia come Dio comanda, e poi vuole uscire con me? Che significa?
“Mmm, se ti va. Poi devo andare a lavoro.”
Non ti rendo le cose più semplici, anche perché devo ancora
capire cosa vuoi davvero. Vediamo come ti muovi, Leo.
“Bene, ti faccio compagnia.”
Mi sento stordito e il suo sorriso non aiuta a farmi schiarire le idee. Perché
sta facendo così? Cosa vuole in realtà? Non che non mi faccia
piacere camminare accanto a lui, però…
“Sai? Si dice che se passi la vigilia di Natale con la persona che ti
piace la leghi un po’ a te…”
Eh? Ahia, ma dico la gente non potrebbe avere rispetto per chi si ferma in
mezzo alla strada di botto, senza dovergli per forza finire addosso? Che vuol
dire? Che intende? Cosa… cosa?
“Ah sì?”
Perché la mia voce sembra piangere come i cani che uggiolano per richiedere
attenzione?
“Dai che i negozi chiudono altrimenti…”
Lo stronzo non risponde, ma sorride divertito. Bastardo figlio di buona donna!
Cos’è, ti piace mettermi sotto sopra? Non può seriamente
essere interessato a me, no? O forse sì?
“Dashing through the snow… In a… In a…”
Oddio, ci mancava solo questa! Non può cantare per davvero! Neanche
sa le parole!
“In a one-horse open sleigh, over the fields we go, laughing all the
way. Bells on bobtail ring, making spirits bright. What fun it is to ride
and sing a sleighing song tonight.”
“Bravo! La seconda strofa non mi viene mai in mente! Se la proviamo
bene, domani possiamo cantarla con Andrea, che dici?”
… Domani? Cantarla con Andrea? Cos’è il maestro si sta
autoinvitando a passare il Natale con noi?
“Beh, non è detto che ci riusciremo in così breve tempo.”
“Oh, tentar non nuoce, altrimenti ci iniziamo a preparare ora per il
prossimo. In un anno ce la faremo di certo.”
Lo dice in tono leggero e spensierato, ma non crederà mica che saremo
insieme il prossimo Natale, no? Oddio, i suoi occhi intensi dicono il contrario…
sta facendo sul serio? Nemmeno mi conosce, non lo conosco, mi piace, è
vero, mi ispira un sesso da paura, è vero, ma, ma… oh ma chi
se ne frega, vivo sempre alla giornata, no? Ed è quasi Natale, basta
pensare, meglio godersi quel che viene al diavolo tutte le pare di quest’ultimo
periodo! Sparite fottuti pensieri!
“Beh dovremo impegnarci… Dashing through the snow…”
FINE